El pover Pill

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El pover Pill
by Giovanni Rajberti
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EL

POVER PILL




VERSI MILANESI


DEL DOTTORE


MILANO — DICEMBRE 1852 .

TIP. BERNARDONI.



PREFAZIONE


Amici cari, guardatevi per massima costante dal promettere mai troppo, se non volete trovarvi nella dura necessità di troppo poco attenere; come è sgraziatamente il caso mio. Entrato una volta nell’ impegno di fare il panegirico alle bestie, e dato principio dal gatto, subito gli avventori mi furono addosso a volere il cane per secondo. E capisco che non hanno torto: giacché davvero que¬ sto è il riscontro o il rovescio della medaglia di quello, e l’uno deve succedere all’altro quasi come l’antidoto al veleno. Ma capisco ancora meglio che



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quanto è fàcile il dirlo, altrettanto è difficile il rie¬ scavi. 11 cane, nelle cento varietà della specie c nella moltiplicità delle attitudini e delle vocazioni, è un tema immenso \ non più da libercolo ma da librone. È come se uno mi dicesse: Bisogna com¬ porre un' opera intitolata l’ domo. Bagattella ! un animale così sterminato, almeno nella vastità del pensiero e dei desiderii, che abbraccia e implica l’universo. Oh no, è impossibile: l’impresa è troppo al di sopra delle mie deboli forze. Sarà fors’anche effetto della mia grande modestia : ma in somma se, affrontando coraggiosamente il gatto, ebbi la fortuna di non soccumbere, vi confesso che del cane ho paura, e non mi basta Tanimo per espor¬ mi al cimento.

Ma v’è ancora di più: sapete, in ultima analisi, la vera differenza che passa tra gatto e cane ? il primo è un egoista, fortunatissimo perchè mette tutto il cuore nel cervello: il secondo è un buon diavolo, pieno di affanni perchè mette tutto il cervello nel cuore. Dunque uno bisogna lodarlo da burla , e l’altro davvero. Ora, un elogio ironico può piacere, perchè la satira e la maldicenza, tanto più atroci quanto meglio velate, sono il delirio del bel mondo, e perchè nei brutti vizii della bestia l’umanità trova la scusa dei proprii:




ma una lode sincera, continuata, senza secondi fini è di sua natura una cosa melensa, stucchevole, un narcotico appena buono per gli sbadigli delle ac¬ cademie. E poi, che sciocca villania sarebbe que¬ sta di celebrare le troppe virtù di un quadrupede per fare indirettamente arrossire tanti bipedi che ne hanno così poche! Figuratevi che perfino gli scultori, quando sui monumenti sepolcrali vo¬ gliono simboleggiare l’amicizia e la fedeltà de’ su¬ perstiti, ricorrono al cane. È bensì vero che al¬ cune volte danno la preferenza alla donna : ma questo è il caso dell’arte per l’arte, ossia d’un sa¬ crificio al bello ideale; e il bello ideale se non è affatto una menzogna, è almeno una esagerazione poetica. Ma quando l’arte sta in linea di verità e di giustizia, allora le vedovelle adorabili cedono il posto al cane , riservandosi il primato eterno nei dominii dell’estetica e della idealità.

Eppure, dopo aver esposto le ragioni che mi scon¬ sigliavano dal trattare il cane, soggiugnerò come mi tormentasse la tentazione di scendere in qual¬ che modo nell’arringo, con meno di pericolo e più di speranza. Dunque pensai: se in cambio di oc¬ cuparmi dell’ intera .specie, io mi limitassi a un solo individuo, per esempio al mio cane, ecco che l’opera colossale verrebbe ridotta alla misura d’un




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opuscolo accessibile a tutti. Ma essendo questo il secondo tema bestiale che svolgo, come potrò io salvarmi dal confronto col primo? Si griderà subito che tutto il mio cane non vale un' ugna del gatto. Ebbene,‘ per ischivare questo nuovo scoglio , farò così: l’elogio del gatto fu in prosa e in lingua il¬ lustre: quello del cane sarà in verso e in dialetto volgare. In tal modo io meno a bere la maggio¬ ranza dei critici più superficiali e, per solito, an¬ che più indiscreti: talché non sapranno indovi¬ nare quale dei due libretti sia il peggiore.

Ma, a dare l’ultimo grado di novità e di perfe¬ zionamento alla formola finale del mio concetto, concorse una fortunatissina circostanza : intendo fortunata nei rapporti esclusivi dell’arte, alla quale, come sapete, un autore deve far sacrifizio d’ogni interesse e simpatia. In quest’anno di grazia 1852 mi accadde una grave disgrazia, e soggiacqui alla pressione di uno di quei patemi d’animo che fanno dire a un galantuomo: « Quanto sarebbe opportuno questo momento per morire ! » Se non che, a morire di dolore ossia di consunzione è un affare lungo, difficile, stentato per un uomo del mio peso, e con tanto lardo da consumare: anche questa era un’ im¬ presa superiore alle mie forze. Ma il caso era ter¬ ribile , e ci voleva di mezzo almeno una vittima,


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come nelle tragedie : ed ecco che il mio cane, vero Pilade di amicizia e generosità, si offerse in sosti¬ tuto per me. Vide che io era melanconico, distrat¬ to, che non gli abbadàva più, « anche lui si fece serio, tristo, e abbassò le orecchie e la coda, come il genio dei funerali che rivolge ja fiaccola al suolo. Vide che io mangiava poco, j prese il funesto partito di non mangiar più. Ini breve (mi scoppia il cuore), egli passò nel numero dei quondam, e ora parmi vederlo là nei campielisi fra il cane di Alcibiade e quello di San Roccoa meditare pietosa¬ mente sul suo povero padrone, da lui lasciato in questa valle di lagrime, e di idii irragionevoli, e di vendette senza sugo , T e d ; tutti i mali onde va lieto e consolato il mal semi di Adamo. Ma non si parli più di queste miserie..

Fin’ora vi ho esposto b genesi e le modifica¬ zioni del mio pensiero. Mutata la fisiologia del cane, come concepimento toppo vasto e formida¬ bile, l’ho ridotta al semplie elogio del mio cane in versi milanesi. Ma l’ecomio di un vivo , per quanto sia bestia, eccita stnpre invidia e rancore: mentre quello di un moio è meglio tolerato per la ragione, non fosse alto, che chi ne è l’oggetto non esiste più, e non può nè approfittarne, nè tampoco gioirne. E ilflio cane va proprio a mo-


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— mo¬ rire perchè questo scritto assuma il carattere defi¬ nitivo e preciso di necrologia: e di un genere tutto vergine e niovo, cioè di necrologia canina, o cinica che dir si voglia. Ora passiamo ad altro.

Alcuni amici mi rimproverano sempre la frivo¬ lezza de’ miei scritti : imaginatevi poi che diranno i nemici : sento i brividi al solo pensarvi. Ma io tiro dritto per la mia strada consueta, perchè questo genere di frivolezia piace a me, e sopratutto per¬ chè piace a tanti (he di quando in quando hanno bisogno di esilarale lo spirito con qualche let¬ tura di mero passatempo. No, non abbiate timore che io mi lasci forvàre o guastare da cattivi con¬ sigli, almeno per un jezzo. Il mestiere tanto sim¬ patico, e quasi perduo, di far ridere; mestiere, dèi quale, se le cose «amminano di questo passo, finirà a restarmi il rronopolio, pensate se io vo¬ glia dimetterlo così {resto: nemmeno per sogno. Oh, se sarò destinati a campare molto vecchio, potrà darsi che dopo un buon numero d'anni mi venga addosso la gravità di un accademico, e che vi regali disserazioni e lucubrazioni così elaborate e opprimenti che , dopo due pagine , tutti abbiano a sciamare : r Povero diàvolo, come è svaporato! mandatelo prsto al luogo pio Tri-




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vulzio, affinchè non ci ammorbi più co' suoi li¬ bri.» Ma prima dei sessanta, se il cielo m’ajuta, voglio seguitar sempre a scrivere frivolezze. E mi consolo tutto, e mi sento quasi a ringiovanire cal¬ colando che, anche scrivendone poche per volta e di raro, ho ancora tempo bastante per darne fuori un subisso.

Premesso ciò, anche nell’onesto desiderio di non essere più bersagliato su tale articolo , devo sog- giugnere che nel caso presente la frivolezza è piut¬ tosto apparente che reale. C’è sotto mistero, ve¬ dete: latet anguis in herba. A dirvela qui in con¬ fidenza, trattasi nientemeno che di confutare col fatto un verso altrettanto funesto che famoso di Dante, il quale (genio improvido e senza giudizio ! ) consigliava agli Italiani di scrivere

Versi d’amore e prose da romanzi,

quasi che il far ciò fosse impresa da chichessia. E siccome il verso è bello e lusinghiero all’amor pro¬ prio e alle tendenze di ogni svenevole vagheggino, tutti si buttarono al mal partito, e si continua anche oggidì a publicare un tale diluvio di sdolcinatezze e meschinità erotiche , e una tanta furia di novelle e romanzetti e romanzacci, che non si saprebbe più qual argine opporre a siffatto contagio che sta


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alla letteratura come Yoidium alle viti, o il calcino ai bachi da seta. Un buon rimedio per questo morbo consisterebbe nel sostituire a quel verso un altro verso, che, rispettandolo nella forma, lo mutasse nel concetto; eccolo: in luogo di dire

Versi d’amore e prose da romanzi, in avvenire diremo

Versi da cani e prose da gattacci.

Così almeno qualche cosa si cambierà della solita monotonia, e, per un poco di giustizia distributiva, i piccoli autori alla loro volta diventeranno grandi. Ma non basta dare i precetti : bisogna saper dare gli esempj: e io l'esempio l’ho già dato; prima le prose da gatti, adesso i versi per cani, o da cani (già c’è poca differenza). E con ciò ho speranza di diventare anch’io capo-scuola, se non proprio come Dante, almeno come quell’altro poeta là di Fran¬ cia, che in questo secolo proclamò la massima tutta nuova e originale, che il bello sta riposto nel brut¬ to: e i Francesi lo seguono, e scrivono a migliaja bruttissimi libri nella ferma fiducia che sieno belli. E, a volerci pensar bene, l’idea è magnifica e fe¬ conda: basta solo il persuadersene per rallegrarsi che il mondo morale è di una ineffabile bellezza, e che felici noi per essere nati in un’ epoca tanto deliziosa.



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Volete essere e obediti e degnamente imitati dalla moltitudine? Proponete le cose ragionevoli e facili a tutti. Ora che io ho esposto il mio con- siglio, vedrete quante prose simili a miagolamenti e quanti versacci da cani esciranno per le stampe da tutti i paesi d’Italia. Perfino gli scrittori che non sapranno nemmeno eh’ io esista, sembreranno ammiratori e discepoli miei.

Giacché siamo sul parlare di versi, non so se sia di vostro aggradimento che io continui a scriverne in questa forma così libera e sbrigliata. Vorrei an¬ che dirvi le ragioni che me la fanno preferire alla sesta o all’ottava rima. Ma il discorso andrebbe troppo per le lunghe: e lo tengo in serbo per quando, sul finire del 53, o, al più, del 54 darò fuori una nuova bosinada intitolata I Fest de Natal. La quale bosinada sarà da farsi o da non farsi, se¬ condo che la statistica mi avrà convinto che il ge¬ nere presente vi piaccia o vi dispiaccia. Poiché do¬ vete sapere che la statistica delle cose visibili, palpabili e tascabili io non l’ho rinegata mai; anzi la rispetto e ne sono tenero più di qualunque acca¬ demia: quella che mi lascia molto scettico è solo la statistica degli intangibili e degli imponderabili.

Finalmente vorrei dirvi un’altra cosa che non ha



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alcun rapporto col nostro argomento: ma ciò poco monta, giacché l’unità di un libretto da ridere sta nell’idea sintetica di fare quattro ciarle piace¬ voli coi lettori benevoli. E come quando due amici s’incontrano per via, che cominciano dal salutarsi e dal chiedersi il tabacco; e poi ragionano degli aned¬ doti della passala villeggiatura, e poi del vino così cattivo e così caro, e poi della museruola dei cani, e poi della barba degli impiegati: l’uno parla della bestialità di un vecchio disfatto che a giorni sposerà una bella ragazza : l’altro narra della signora tale dei tali che si separa dal marito per quel certo pettegolezzo che si deve dire solamente a quattro occhi, ma che si racconta a tutto il mondo : e così via discorrendo. Tutto ciò pare sgranato, ma l’in¬ sieme è omogeneo e armonico : frivolezza inevita¬ bile e maldicenza che non si evita mai.

Ecco dunque di che si tratta. L’altro giorno mi trovava nella bottega del mio librajo, quando en¬ trò il Proto o direttore di stamperia, e vistomi, intavolò il dialogo seguente :

Proto. Oh, bravo signor dottore ; non poteva capitare più a proposito ; c’ è un guajo.

Dottore. Ohimè, hanno forse rimesso la Censura?

P. No, ma saprà bene che adesso i censori siamo noi: però non si allarmi, che il suo libretto si



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potrebbe leggerlo in chiesa : qui si tratta solo di un piccolo errata corrige.

D. Oibò ; le ho detto tante volte che l’uomo di carattere non erra, e sopratutto che non si cor-

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regge mai.

P. Ma qui ci va di mezzo l’onore della tipogra¬ fia e ...

D. L’onore della tipografia va piuttosto di mezzo a far rimarcare quelle inesattezze che altrimenti passerebbero inosservate. E poi l’errato corrige mi pare perfino un tratto di superbia: indica che l’autore, occupatosi scrupolosamente anche d’ogni punto e d’ogni virgola, vi dà per oro purissimo tutto il libro, ad eccezione di poche mende di ortografìa. Vuol sapere quale sarebbe il migliore errata corrige per la maggior parte dei libri? gettarli sul fuoco, o farli a brani pei piccoli usi domestici, perchè non contegono nulla nè di buono nè di nuovo, e non rivelano briciola d’ingegno in chi li ha fatti.

P. Per carità, non si riscaldi e non esca dal seminato : qui si tratta....

D. Sì, sentiamo.

P. Si tratta che per inavvertenza abbiamo la¬ sciato correre....

D. Male!



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P. Abbiamo lasciato correre ripetutamente le parole academia e academico con due c.

D. Oh diamine ! ne abbisognano forse tre?

P. No, uno, uno , sempre uno solo, perchè la moderna lessigrafia vuole che si rispetti l'etimolo- gia, e l’etimologia di academia ella non può igno¬ rarla.

D. Davvero che non ne so nulla: me la insegni.

P. Academia deriva dal nome di Academo (che si scrive con un solo c ) ricco filosofo ateniese , il quale radunava i dotti a passeggiare sotto ai por¬ tici della propria casa, trattando temi di sapien¬ za: e di là venne che tutte le radunanze o società scientifiche, letterarie, eccetera, presero il nome di academie.

D. Oh, la bella storiella! ma è poi certo che non la sia una spiritosa invenzione? Gli eruditi che fanno monopolio della polverosa antichità sono capaci di permettersi qualunque soverchieria; per esempio, di regalarci la vita di uomini illustri che non esistettero mai. E mi pare che il suo Aca¬ demo dovrebbe essere uno di questi, perchè se è vero che i ricchi non sono mai filosofi, nemmeno i filosofi non dovrebbero mai esser ricchi. Di¬ fatti i filosofi sono come i poeti, che non hanno casa propria, c non frequentano altri portici che



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quelli degli ospitali. Però, ammessa la possibilità del caso in via di rarissima eccezione alia regola , che-importa a me se il signor Academo avesse un solo c? il punto essenziale sta in ciò che i suoi successori, per uso generico (intendo, uso di pro¬ nuncia e di scrittura) sogliono averne due.

P. Per uso, cioè per abuso di scrittura, conce¬ do; e appunto gli abusi bisogna toglierli; ma nè per pronuncia, nè per diritto di etimologia, no.

D. E dalli con questa etimologia: non v’è cosa più incerta e arbitraria delle etimologie: e moltis¬ sime parole ne hanno sei o sette, e i filologi poi sono solili a preferire le più irragionevoli e stram¬ be. Per difesa dei due c mi basterebbe l’animo, sa ? di inventare una nuova etimologia dell’ acca¬ demia, e più bella della sua.

P. Bella come scherzo, potrebbe darsi : ma non sarà la vera, perchè quando la vera esiste, qua¬ lunque altra sarà sempre falsa. A ogni modo la sentirò volontieri.

D. Aspetti un momento, che ci pensi un poco: accademia.... davvero che sarebbe più facile farvi sopra una sciarada; ma credo bene che la sciarada sia figlia legittima dell’etimologia come la chimica dell’alchimia: accademia.... oh, ci sono; o almeno sono a mezza strada. Jcca ! lettera dell’alfabeto che

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si pronunzia, io spero, con due c: lettera di pochis¬ sima forza, perchè non è nè consonante nè vocale, ma dà una certa aspirazione indeterminata, ora sì,- ora no : talché per significare che una cosa è senza valore, si dice che non vale un’ acca. Più : la fi¬ gura dell’acca ( h ) rassomiglia molto a una scranna veduta in profilo : ora, un'accademia di che si com¬ pone? degli accademici, mi pare, e delie scranne sulle quali stanno seduti. Dunque siamo proprio giunti alla metà....

P. Ho capito: lei ha voglia di celiare, e si burla di me : la riverisco.

D. Oh, per adesso non si scappa : avrebbe cuore di lasciar qui un galantuomo a mezza strada di una scoperta così importante? Non resta più che a trovare l'origine del demia. Che derivasse dal greco demos, popolo? eh, no: il popolo non si occupa delle accademie, e forse le crede morte tutte da gran tempo, perchè non danno mai sen¬ tore di vita. A noi: demia demia l’ho

trovato ! La lettera a è un riempitivo per dare ca¬ denza e terminazione italiana alla parola francese demi che significa metà ....

P. Metà di che? non vi è senso.

D. Metà di un’acca, mio caro: e del senso ve n’è anche più del bisogno : c io le ho trovato qui sui


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due piedi non solo una bella etimologia, ina an¬ che una bella definizione che la convalida. Acca¬ demia deriva da acca e da demi, perchè è una cosa che vale la metà di un’acca : salvo però il dovuto rispetto a quelle che valessero un’acca intera.

P. Perdoni una piccola curiosità: le academic alle quali ella appartiene valgono un’acca o sol¬ tanto la metà?

D. Nè metà nè tutta, perchè io non sono in¬ scritto a nessuna, nemmeno all’Arcadia; e quasi me ne rincresce perchè sarei un così ingenuo e leggiadro pastorello.

P. Possibile! con tanti opuscoli stampati, e so¬ pratutto venduti! io conosco varii autori che nes¬ suno legge, e che continuano a stampare per loro privatissimo uso : eppure sono membri di dieci o dodici academie.

D. E ciò va benissimo, appunto perchè dieci o dodici autori siffatti non valgono un’ acca tra lut¬ ti: ma io che valgo un’acca da me solo, sono già un’accademia, e ambulante e florida, io ; mentre tante altre sono stazionarie e travagliate da ma- rasmo senile, perfino le neonate.

Qui, dopo quattro altre freddure, il dialogo ebbe fine: concludendo il Proto che io sono matto: e



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concludendo io che la pazzia misurata è un buon sale, atto a rendere sopportabili e quasi piacevoli al palato le mille fatuità di questo mondo scienti¬ fico-letterario così vano e puerile e scioccherello e bricconcello: e che fra tanti savii dalla mezz’ acca o dall’ acca intera ,


A conti fatti Beati i matti.


- El pover Pill


L’è mort el pover Pill :
E se voressev digh esuss per lu ,
L’è minga el cas de diti
Per via che l’era on can, ni'ent de pu.
Ma mi che in qualitaa de so padron
Godeva i so virtù
E fina i so difett,
E ghe l’aveva adree come l’ombria,
Gh’ hoo adoss on tal magon
Che vuj fagh sora la necrologia.
Già vedi che i gazzett
No stan per la fadiga
De loda fior de besti a on tant per riga,
E fior de cattiv mobil,
Vun perchè l’era nobil,


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On alter perchè l’era milionari,
E quest perchè ’l mangiava on gran salari,
E quell perchè in d’on porch d’on tcslament,
Fasend di carilaa
Per boria e vanitaa,
L’ha lassaa nanca on ghell ai so parent.
Mi donca hoo riflettuu :
Se a parla maa de sta carognaria
Che ha nomai necrologia
L’è temp e fiaa perduu,
Per via che ’l secol noster
L’è infolarmaa in sto bruti pcccaa de incioster,
L’è mej fa de mincion,
E seriven anmi vuna
Per famm passa la luna :
Che già col spirit dè contradizion
E col scarta bagatt
No se otten che la nomina de matt.
Ma in lmugh d’on cristian
Cattaroo fopura on can;
Che al manca ghe sa
E farsi a mi me credaran de pu
Perchè mes’ciaroo i vizzi coi virtù.
E1 gh’aveva nomm Pili, a onor e gloria


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De quel famoso Ingles
Che a furia de studia su l’abbachin
L’ha vist de podè mett a bon mercaa
1 miceli e la polenta al so paesi
E ’I pu bell de la storia .
L’è che coi so ribass l’ha radoppiaa
La bazza e la pitanza
De la regia finanza:
Tanl che sto esempi el m’ ha decis aneli mi
A mett doma ona checca sti vers chi.

Ma andemm inanz che ven via naturai,
Come ’l pever sul seller, la moral.
Bagaj, se sii ambizios ,
Fee ’l ben perchè l’è on obbligh sacrosant
De vess util al mond e virtuos :
Ma per la gloria tant,
L’è ona parola clic no var la penna
De tragh adree nè eoo nè coeur nè s’ccnna :
1 nomm pussee famos
Borlen in di anticamer o in di stali
Adoss ai can de caccia o a quai cavali.
L’è ver issi m però
Che i sur Ingles gh’han nomm e parentell
Che paren faa per battezza i totò.
Peel, Canning,Cook, Fox, Pitt, Pott, Watt, Bull,
E poeu Dick, Beck, Meg, Poi, (Geli


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Tim, Tom, Gib, Bob, Doli, Noi;
G de sora maross Miss, Sir, Lord, Mac..,.
Gh 1 è on leggendari per sàus e braccli.
E sfidi on galantomm
Che gh’abbia on can per ca
A no boria in quai vun de qui bej nomm.
Tanto pu che ’l Pillin
L'era anca lu de quella razza là,
Cioè on bell inglesin
Nassuu a la Mcrgasciada ses ann fa.
L’era on freguj bastard,
E ghe calava no soo quanti quart;
E i pralich del mestce
Ghe trovaven el muso de pajee.
Però ’I podeva sta con tutt onor
Con certi nohilitt senza ricapit
Che hin nobil tra de lor,
E no porten discapit,
Anzi semm solit a mollagli del don
Mczz per usanza e rnezz per compassion.
Appcnna deslattaa

Me l’han portaa adrittura
In pagament e saldo d’ona cura :
E a divv la veritaa
EI me pariva talment brutt e dall,
Clic se no ’I fudcss staa per polizia



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I avarev pregaa in grazia a portali via:
L’hoo proppi ciappaa in fall.
L'andava ancamò a volta come on ciócch :
L’era gross e rotond come on corlett,
Cont duu oeucc goff e lóccli
Ch’eren avert e vedeven nagott.
Ala dopo quai mesett
L’ha spiegaa di virtù e di bellezz
Ohe hoo de aveghi in del cceur per on gran pezz:
E se quel bon bajlolt
El voeur anmò amalass,
E1 foo mè creditor de vint salasi
Quel muson spetasciaa
E faa tutt in d’on fogn
A poch a poch el s’è sutil'iaa*,
E ’l s’è (ina slongaa pu del bisogn
Per can de razza rara:
Ala siccome in del can la nobiltaa
La sta in di oregg, el n’ha miss fceura on para -
Talment aristocratich
Che tucc i amis de ca gh’eren fanatich,
Oh che oreggiasc magnifich e perfetti
Pariven cotelett.
Quand el beveva, lor se masaraven ,
E toccavcn in terra se ’I mangiava ;
E mi poni ghe i doprava


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Per fregagh on poo i ceucc quand se sporcaven,
0, per parla polito,
Ghe nettava la vista cont l'udito.
Parland poeu de la cova,
L'era on piumazz d’ona ricchezza tal
De no vessegh l’ugual :
La regina di covv l’era la sova:
Semper viscora e in pee
A dispett del destin
Che, se no sbagli, l’ha creaa '1 covin
Per quatta giò '1 dedree.
De mantell l’era scur come la pesa,
Luster come ona scarpa invernisada ,
Eccettuaa ona fesa ,
Cioè ona gran portinna de bugada
Che ghe trinciava el stomegh d’alt in bass
Cont ona simetria
Che la pariva fada col compass.
E qui quatter pescitt moriven via
In del so scalfin bianch:
Che a daghel a on pittor per ritrattali
Ghe credaraven nanch,
Ma ’l ciapparav del ciall
Per vorè fa on belee de fantasia.
E de quest capirii
Che in sorioeula e libertaa perfetta


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Lu ’1 stava mej de nun quand semm vestii
In guant e gilé bianch e marsinetta;
E che ’1 pariva semper on gingin
Che andass a on’ udienza o su on festin.
In quant a la statura,
Per podè comparì semper fioeu
E1 s'è tegnuu adrittura
A mitaa straa tra ’l can e tra ’l cagnceu :
Con sta mezza misura
L’era sveli e liger come on usell,
E1 podeva anca fa ’l petulantell,
Salta sui scagn, sui tavol,
Sui lece e sui sofà ,
Bojà con tutt el mond e fa ’l diavol :
Mettes in scoss ai donn, fass carezza,
Andà a spass in carroccia;
Per vorè la castegna o ’l bombonin
Casciaw el eoo in saccoccia ;
E per vess piscinin
El se toeujeva tutt qui libertaa
Che in d’on can pussee gross staraven maa.
Fin che I’è staa bagaj ,
L’etaa che se gh’ha minga de giudizzi,
L’è staa ’l re di zavaj:
E ’l m’ ha faa tant despresi e pregiudizzi
De voregh la mia gran bestialitaa


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A rid « a toleraj.
On dì ’1 me stravaccava el carimaa
.0 ’l borlonnava attorna el mè cappelle
On alter dì, levand su a la mattina
Me calava on bratell,
E l’era lu che l’ha portaa in cusina.
Lu ’l me scovava i stanz
Menand a spass on para de calzon,
Sodo come on pajasc de profession :
Lu ’l vegneva denanz
Gont in bocca on coturno o ona zibretta.
Dove l’è ’l Pili? l’è adree
A resignà de furia ona calzetta
Strappada dal fagott del lavandee :
0 su la scrivania
A fa on ris e fasoeu di mee palpee
Insci per spassass via.
Insomma lu ’l fognava in tutt i bus,
Lu ’l se taccava a tutt i barlafus :
E a diw la veritaa,
Per quanto el fudess bell,
L’era on tal viriseli
Che serem malcontent de avell ciappa
Basta, el s’è poeu stufili
Lu de per lu de fa tanti matteri ;
L’ha miss el eoo a partii




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E in manch de quella l’è deventaa seri.
E cont sto cambiament
L’è deventaa madur
Per l’amicizia, per l’intendiment,
Per alza ’l so gambin su tutt i mur.
EI pont pussee esenzial
De sto caratter noeuv che l’ha spiegaa
L’era on amor bujent e sfidegaa
Per el so Principal.
Sì, lu l’era ceros cont la padronna
E amis del padronzin,
L’era tutt compliment cont i vesin,
Anca la serva el le tegneva bonna,
E l’andava con lee
A proved la bucolica in verzee :
Ma trattandes de mi.
Foo minga per dì a dì,
Ma F era on tal compless
De rispett, de umiltaa, de confidenza,
De famm adree ’l fanatici!,
De stamm semper apress,
De podè mai sta senza,
De incantass a guardamm come on eslatich,
Che infin lu la soa gran consolazion
L’era de vess el can del so padron.
E sto pover dia voi


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L’era bon de sta là su ona cadrega
Ona mattina intrega
Quand mi scriveva al tavol,
No fasend altra vitta
Che tend adree ài pu minim moviment
Come ’l ferr che va adree a la calamilta.
Vegneva poeu ’l moment
De alzagli i oeucc adoss,
E lu a mena la cova a pu non poss;
E se appenna diseva do parali,
Vatt a fa bolgirà!
Giò in d’on attim del scagn, e sul sola,
A sporcamm tutt i pagn cont i pescitl,
A rampegamm al coll,
A bàusciamm la faccia de basitt;
Come sarant a dì:
«Là, che te gh’ce on minutt anca per mi. »
Ouand andava a Milan,
Che stass via on bell tocch de la giornada,
Bisognava vedell sto pover can
De sentinella in stfada,
Senza dà a trà a nissun,
Senza mai romp digiun ,
Cont la faccia voltada a quel canton
De dove aveva de spontà ’l padron.
E quand poeu capitava



31 —


E1 me corriva incontra tutt in sbiess, "
E1 bojava, el saltava, el trepillava,
El fava on tal sraergcss
De fa corr sui poggioeu tutt i vesin :
E adoss coi sciamp: « Alton, giò, pilatlin,
Sont vestii de la festa: » oh, l’era istess.
Bonna che i mee calzon
Hin dodes mes a l’ann de color scur,
Se de no sont sicur
Che avaraven sfidaa tutt i fregoli.
E per quant se trusciass cont i spazzett
Per vedè de sta nett,
S’aveva pari a fann,
Sera semper tutt gris di so pcdann.
E qua iid la circostanza
L’ha daa, ogni mort de vescov, de andà in su
A fa ona settimanna de vacanza,
El se menava anch lu:
Perchè in d’on’occasion
Che l’ha dovuu sta a cà senza de mi
L’ ha ciappaa tant passion,
Che me 1’ han fina scritt,
E gli’ han avuu on fastidi de no dì.
Povera bestia, come ’l gli’ha patii!
L’ha perduu la legria e l’appetiti,
L’è vognuu maglicr, brutt,


-


-



— 32 —


L’era astratta avvilii,

E1 girava a cercamm per lutt i cà,
L’usmava de per tutt,

E no ’l saveva pu cosse pensa.

Quand poeu ’l m’ ha visi anmò,

L’ ha faa smani e matleri
Che, a vorè dij sul seri
1 credarissev no:

Insomma, è calaa on scisger che ’l moriss
Come l’ha faa ’l famoso can de Uliss.

Bagaj, se ve secchee,

E se a passa mezz’ora a leg sti vers
E1 ve pariss temp pers,

Po dass che induvinee,

Perchè hin bislacch, traa là come dio voeur,

Faa minga col cervell, ma cont el coeur.

Però me s’è duvis

Che in mezz a tanti amis

Del disnà, de la borsa o de la donna,

Che gh’ han in bocca el mel
E in di busecch la fel,

Amis che ve le fricca e ve mincionna ;

Che ve fan tabarej de chi c de lì
De favv sona i oregg cent volt al dì ;

Amis che a l’ìmprovista,

Se la fortuna la ve dà on picnlou,


 



— 33 —

Deventen curt de vista
0 ve saluden pu per astrazion....

Vuj dì che in mezz a tutta sta sporchizia
Ona bestia che viv de fedeltaa,

De coeur e de amicizia

L’è on soggctt semper degn de vess stampaa.

Credili pur che in sto mond pien de miseri

L’amor d’on pover can

L’è on argoment tant seri

De pensagh sora cont el eoo in di man.

Fina i amis de coeur

(Che, grazia al del, hin minga tucc bosard)
Per tegnij bon ghe voeur
Milla precàuzion, miila riguard.

Quest el patiss la mosca, e ’l tra on beschizzi
Per el minim caprizzi:

Quell l’è tutt vanitaa
E 1’ ha bisogn de vess insavonaa :

On terz el contradiss tutt i paroll,

E ’l finiss a vegnivv coi pee sul coll:
Insomma, el sentiment. pu generos,

Pu bell e virtuos

El va soggett ai scrizz, ai ciar e scur,

E al scandol di rottur. •

Ma mi al mè pover Pili cosse gh’hoo faa
Per vess insci fedel e innamoraa ?

3


 



— 34 —

JNo fava alter che dagh del sfacciadell,
Del pilatt, del ciallin
E del ignorantell.

E ben, lu a furia de mena ’1 covin
El se mostrava semper contentissim,
Come a dagli del lustrissim.

Ma già in quant a talent,

A onor e gloria de la veritaa,

L’era proppi on poo dent;

Gran coeur, ma de eoo voeuj e svaporaa:
E l’era tant giavan

Che l’ha fors mai savuu de vess on can.
Però , su sto argoment
Che no l’è che ona mia supposizion,

Vedi che tanta gent
Ghe van adree benon.

Hin ignorant, hin ciaj,

Hin scimmi o pappagaj,

Asen o boattoni,

Insomma animalilt o animaioni ;

E, sanguanon! mi resti

Che no se accorgen nanca de vess besti.

E ’l pussee bell anmò

L’è che anch i alter el capissen no ;

E i pesg besti hin cercaa,

Creduu, lodaa, inchinaa e ben pagaa.





— 35 —

Ma donca come Fè sta storiella?

Che fussem besti tucc? la sarav bella.
Almen capirii adess
Perchè i besti pu grand
Sien semper contentissim de sè stess,
Arrogant, supponent e petulant,

Perchè sien lor che voeur detta la leg,

Che dottora, che critica e correg ;

Che mett fina a la stampa
1 so bestialitaa ....

Ah, che ’1 Signor ne scampa
In sto mondasc insci desbirolaa !

Almanca el pover Pili

Se V era curt de ingegn e on poo quajò,
L’era quiett, tranquill,

E in quant a boria, ghe n’aveva no.

Di sett peccaa mortai

L’era nett de superbia e de avarizia,

E fina de l’accidia o sia pigrizia:

Sicché, gh’è minga mal.

E siccome mi vedi che la gent
Per so consumm i pratichen tutt sett,

E fan peccaa a mucc,

Tant che se in loeugh de sett fudessen cent,

No staraven quiett

Fina che no i avessen provaa tucc;


-



— 36 —


Gont sta poca statistica a la man
Concludi che ’l mè can
L’era on gran bravo tos,

E pussee virluos

De trii terz di scienziati de Milan.

Ma i personn de talent

(Guardee come i penser vegnen a voltra
Proppi perchè on’idea la ciamma l’oltra)
Me fan vegnì in la ment
Che tra i peccaa del Pili
L’invidia l’era tal,

Che, vel disi e soni pront a soslegnill,
Hoo mai veduu on invidios ugual,

Minga doma in di can,

Ma quasi quasi nanch tra i crislian.

On leccard che novava in l’abondanza,
Che 1’ era semper stufi,

E despess el sbergnava la pitanza
Vanzandela sul piatt,

Quand capitava on alter can, o on gatt,

EI divorava fina i croslitt muff.

Voreva fall danna?

Andava a guarda in strada dal poggioeu
Mettendem a parla

Come se passass via on quai cagnoeu:

« Bs, bs, bs, bs, bs, bs, pover tottin,






37 —


Te vceut el bombonin? »

E lu a piang de la rabbia e segrinà.

Mi sera nanch padron

De ciappà in scoss e carezza on fioeu,

Che ’1 voreva desfass de la passion.

Però, quell eh’ è de dì

L’è che in massima part sto so difett
El dipendeva de l’amor de mi :

Pover diavoletti

E poeu ’l le strapagava

Col cceur e l’attenzion che l’impiegava

A fa de sentinella e cura l’uss :

AI minim frecassin, Iu in d'on esuss
L’era in pee, tutt’oregg, e’1 scadennava.
E se eren forestee,

El fava tant de quel bojagh adree
Che, per fall tajà su,

Bisognava sbraggià pu fort de lu.

Sora ’I tutt poeu ’l bojava a pu non poss
Ouand el vedeva a porta via quai coss:
Oh, i lader staven fresch, vel disi mi :

E , per citavv on cas ,

Lu l’odiava a mort el lavandee,

E no l’ha mai faa pas

Per el sacch di pagn sporch del lunedì.

E mi poeu ghe diseva : « El mè car Pili,






— 38 —

Come le see imbecillì •

Già che te voeu bojà
Cont quij che porta via,

Perchè mena la cova e fa legria
Col mè padron de ca?

Che senza discrezion nè caritaa
A Pasqua e a san Michee
E1 ven su a porta via per on palpee
Quel poch salariett de I’ospedaa?»

Ma in mezz ai so ghignon

E a sti fastidi grass che ’1 se toeujeva,

Poss dì che in conclusion
La vita el le godeva.

Mangia, bev, andà a spass,

Dormì, sta buttaa giò fin che ’1 v ore va,
Giugà, salta, grattass
Cont on gust, ona pressa, ona legria
De fa nass la purisna a chisessia:

Vess in ozzi e content,

Senza rimors, senza penser in ment:

Scoeudes tutt i caprizzi,

E poeu avegh tutt el mond in quel servizzi.
Lu ’l vegneva al caffè, e in manch de quella
L’entrava in relazion col terz e ’1 quart
Che ghe daven in terra la soa part.

Lu ’I ballava, lu ’1 fava el salt mortai





— 39 —


Per on tocchell de zuccher o de offella
(Compagn de quij che per ciappà on salari
Mostraraven in piazza el tafanari ),

E per golositaa

El fava el pajascett al naturai,

E ’1 se toeujeva tutt i libertaa.

Ma T altra libertaa, quella insci fada
Che sul gust de la vergina cilappa
L’inziga e poeu la scappa,

Fascnd gira la crappa a tutt el mond
(E tanti volt fasendela salta) ,

Lu Pha sempcr goduda e praticada
In longh, in largh e in tond,

Senza andalla a cerca.

Basta dì che 1’ ha mai avuu paura
Del mazzacan nè de la soa mazzoeula,

E 1’ ha semper vivuu in stat de natura
Senza porta collett nè musiroeula.

Chi quaichedun dirà :

« A Monscia gli hin fors no i regolament? »
Sì, gh’hin, ma dent per dent:

E tucc se ingegnen a dagh minga a Irà.
Monscia l’è anmò ’1 pacs de la cuccagna
Per i can de cittaa,

Perchè l’è ona cittaa on poo de campagna,
E succed ben de rar che sien secca a.






— 40 —

Sicché i mee car amis che stee a Milan,

Se mai gh’avii on quai can
Compromess, tolt de mira o precettaa,
Mandél, che l’è ’1 so cas,

A stabiliss a Monscia e a viv in pas.

Quest el sarav, tra i cas che ghe someja,
Gompagn de vun che ha scurattaa la preja,
Ghe ghe ne dà ona fetta, e va a Lugan :

E Monscia l’è la Svizzera di can.

Però s’ha de nota

Che anca chi ’l mazzacan, benché de rar ,
Dent per dent el compar ;

E allora Fé prudenza a faj sta in eh.
Proppi come on fallii che passa Ciass,

Che quand l’aria l’è scura
0 ghe sia quai reson de avè paura,

Ghe disen de internass.

Al Pili mo sta clausura ,

Sueffaa talment spotich come l’era
E semper a stondera,

La ghe pariva dura.

El seguitava a scarligà de bass
Sperand de vegni insemma a fa duu pass;
Ma rivaa a la pusterla, tutt a on bott
Me voltava a fissali col brasc in ari,

E ghe criava cont on gran voson:

 


•t Indree lu , temerari! »

E iu allora lott lott

Col eoo bass e on faccin de compunzion,
Se le batteva, e mi sera lì lì
Per ris'cià ’1 taller, e lassali vegnì.

Oh quanta ubedienza!

A fa passa in revista i so virtù
Ghe n’è ona quintessenza,

E l’è quasi pu spicc a tajà su.

Ala posto che l’è mort,

E hin coss che poden pu fagh pregiudizzi,
Diroo i so scappadinn.

Lu già ’1 gh’ aveva el vizzi
De corr dent per i cort
A fa scappa i polaster e i gainn :

E de parzipità i aned e i occh

In riva al Lamber, dove gh’ è i mornee,

Fasendi bestemmia nè tropp nè pocch.

Hoo fina veduu vun che ’I gh’ha traa adree

I zòccol, del ghignon

De no podell riva cont on baston.

Lu ’1 ghe l’aveva coi pitocch strasciaa,

E ’l ghe bojava ai pee come on dannaa :

Di gatt parlemmen nanca;

Ouand je cattava el ghe vedeva pu,

E ghe n’ha daa puranca.


-



— 42 —


Ma ’l dava via despess di catta su
Coi can pu gross de lu.

Segond el solit, lu ’l voreva usmaj,

E se lor brontolaven ,

Lu ’l ghe mostrava i dent per inzigaj,

E lor el petlenaven,

E me I’ han traa di volt in san quintin ,
De fagli canta in falsett : cain, cain!

E mi poeu insci a bell bell

Ghe dava di parer de bon compagn :

« Te vedet el guadagn

De fa ’l petulanlell

Cont quij che hin pussee fort?

T’ han lassaa là mezz mort.

Fidet de mi, ’l mè Pili, e damm a tra :

I can gross lassi sta :

A inzigaj, no se quista nicnt de bon:

E te gh’ee in cà l’esempi del padron ».
E lu cont quij oeucc fiss

El me guardava, e ’l me leccava i man,
Che me pariva fina che ’l capiss :

Ma poeu ’l fava anmò istess quel tolipan.
E a pensa che sto pover best'iceu
Insci pien de amicizia e sentiment.

Tutt coragg e smorbioeu,

Che da cinqu ann e mezz e anca pussee




— 43 —


Tutt el dì ghe l’aveva per i pee,

E l’era l’unicli mè divertiment:

Pensa che in manch de quella
Mettendes giò amalaa de la pu bella,

Fora fora ’l ghe dà ona creppadinna
Senza nanca saggia ona medesinna...
Oiboiboiboiboibò !

L’è vun de qui magon ,

Che podi proppi no
Fammen ona reson.

Bisognava vedell quel ultim dì,

L’era pu in cas de moeuv nanca on sciampin,
E pur, a vedemm mi,

El se ingegnava anmò a mena ’l covin :

E infin cont on’ oggiada
Longa, sentimental,

Che poeu tutt in d’on tratt la s’è sbiavada,

El m’ha lassaa so ered universal.

E guardee, quand se dis,

Mi che hoo insegnaa ’l secrett de eredità ,
Credarii che quai vun de tanti amis
El m’ avess de lassà.

Nanch per insogn : vuj vess el primm birbon
Se in virtù del pu magher testament
Hoo mai ciappaa on botton.

De mi, no soo perchè ,






— 44 —


S’ è mai regordaa on can, foeura del mè.

Adess mo sont contenti

L’è minga sta sostanza per la qual,

Ma no gh’è nè parent de tacita ,

Nè debit de paga,

Nè spes de funeral,

Nè qui seccaperdee de legatari,

Nè tant per cent, nè tass de tribunal,

Nè avocatt o nodar de fa mangia,

Nè pattee, nè inventari,

Nanca l’esecutor testamentari.

Insomma, gh’è pochett,

Ma tutt liquid e nett,

E tutta robba che no porta impegn :

On collett nceuv e on casottell de legn.

Adess mi me figuri

Che vorarii savè la malattia
Che me l’ha portaa via :

Quest mo vel disi minga, ve assicuri ;

Minga perchè ghe sia difficoltaa
A inventa ’l nomm a on maa :

Oh, in sti coss chi i dottor
Betteghen mai, e lassee fa de lor:

Ma gh’ è on alter motiv,

E l’è... gh’ hoo ’l cceur che salta e fa ticch tacch :
Lassee che ciappa fiaa


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— 45 —

E che tira ona presa de tabacch :

L’è... coraggi l’è ehe’l Pili l’è ancamò viv,
E intendi viv, vivissim;

Anzi, che’l sta benissim;

Anzi, per divv la vera veritaa,

E1 sa nanch cosse sia vess araalaa.

«Ah Meneghin baloss!

(Dirà forsi on quai eoo superfìcial)

Serena quasi commoss,

E lu’l ne ragottava, sto animai.»

Scusee, ma me parii ancamò fioeu
De cadreghin de bceucc e tettiroeu.

E1 savii minga che la poesia
L’è ’l magazzin de la ballografia ?

A comenzà del Dant

Che l’è ’l Pader Eterno di poetta ,

De ball n’ ha casciaa tant,

Che se fussen basej d’ona scaletta,

Montand sui so bosij a vuna a vuna
Se finirav a topiccà in la luna.

E mi pceu in fin di fin

No ve n’ hoo faa sta su che vuna sola,

Manca de quij tropp fort

Che van su per la cappa del camin,

Ma la consist doma in d’ona parola:

L’è mort, l'è minga mori.



46 —


Ecco ’1 cunt che hoo faa mi:

Per vess interessant a sto mont chi
E fass compassiona,

S’ha proppi de risolves a creppà.

L’è per quest che ’1 mè can 1’ hoo faa mori,
E pceu resuscita:

E, ovej! l’è on cas de tanta abilitaa,

Che ’l m’è mai reussii coi amalaa.

Ma torni a replicavv
Che’l Pili l’è viv; e se’l vorii vedè,
Gh’avaroo mi l’onor de presentavv,

Senza impegn, e a la bonna come l’è.

Vorev minga però

Che ve trovassev canzonaa ancamò:

Quindi ve avvisi prima,

E ve la canti ciara :

Ai gran bellezz che v’ hoo descritt in rima
Degh la soa part de tara :

Per la reson che ’l Pili l’è ancamò bell,

Ma adess l’è pu on pivell.

L’è compagn d’ona donna on poo passada,
Che, per quant ben. mettuda e conservada,
La dev capi anca lee
Che l’era on tantin mej des ann indree.

E poeu i poetta in del mett giò i ritratt
Hin nanch bosard, hin adrittura mali.






— 47 —


Sarissev mo talracnt de bonna fed

De cred quell che se cred

Sora a Madonna Laura e a Beatris?

Sì, saran staa donn bej,

Ma men de quell che han scritt e che se dis,

G chi sa quanti gh’en sarà de mej.

L’è che gh’han i moros senza talent,

Col cervell e col coeur de geladinna;

Che hin minga in cas de metti a la berlinna,

E fa parla de lor tutta la gent.

Se mai sta spifferada
L’avii trovada dalla,

E proppi ona cagnada
Che v’ ha seccaa i perdee,

Ve preghi de stagnalla,

Che per on can l’è assee.

Putost me s’è duvis
Che ve podii impatta
Col mincionà i amis
E fagliela compra.

Ma adess che anca’l mè Pili l’ha avuu la sova,
De ciaccer per i besti con la cova
No stee mai pu a cercamen
Per tutt i secol secolorum. Amen.



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