Teatro - Aniello Costagliola/Masaniello

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NOTICE: Mixed italian-neapolitan. In general, italics are for theatrical indications and are given in italian and dialogs are mostly in neapolitan.

Teatro  (1929)  by Aniello Costagliola
Masaniello

[ 113 ]

“ Masaniello „
DRAMMA IN UN ATTO
_______


[ 114 ] [ it ]“Di poi la morte di Masaniello, la sua moglie fu cercata et spogliata di quanto havea, et non avendo com compare si pose al vortello; et quello che più importa venevano da lei molti spagnuoli a darli la burla; da poi per averla goduta li faceano molti mancamenti..... Così passò il negotio, fatta meretrice pubblica, al comando di tutti, vista da me al vortello, con molta maraviglia et scandalo dei contemplativi„.

Pollio: Historia del Regno di Napoli: Revolutione dell'anno 1647 insino all'anno 1648


"..... Carlo Catania di Bracigliano, fornaio al Carminiello, uno degli uccisori di Masaniello, compare ed amico di lui, era stato dal Capitan generale, nel tempo del suo potere, nominato provveditore delle milizie popolari. Pure, i benefici non erano stati da tanto a vincere l'astio invidioso di lui, e il dispetto per le minacce fattegli da Masaniello, allorchè, credendo di profittare del suo posto e della sua infuenza, non temette di fare nel suo forno il pane cattivo e mancante. Forse, anche la moglie di Masaniello entrava per qualche cosa in quest'odio e dispetto del Catania. Costuì, alla testa dei suoi seguaci, irruppe nella casa del compare, andò difilato a Bernardina, la prese pel corsetto e, per servirsi delle stesse parole del cronista Pollio, « maltrattandola di poco onore et boffettoni, et strascinata la condusse in istrada, con la sua guancia (mano) dentro il petto di quella meschina, che col seno scoperto e scarmigliata empiva l'aria di strida e disperatamente piangea ».

Bartolommeo Capasso: La casa e la famiglia di Masaniello.
[ it ]« A' 21 di agosto dell'anno 1647, una seconda sollevazione generale del popolo scoppiò nella Piazza della Selleria e, sebbene per poco, fece nuovamente comparire nella storia della rivoluzione del 1647 la famiglia di Masaniello. La sera del 20 agosto 1647, Orazio de Rosa, volgarmente detto Razzullo, tintore e frisatore di panni, abitante nel Fondaco della zecca, e capitano del popolo insieme al mercante di seta Agostino Campolo, avea sorpreso, tra le mani di Marco d'Aprea, mercante di drappi d'oro, e di Giuseppe Vulturale, una petizione o fede, che andavasi firmando, e con la quale si attestava come Fabrizio Gennamo, Presidente idiota della Regia Camera della Sommaria, e il consigliere Antonio d'Angelo, non per ordine del popolo, ma per opera di alcuni privati nemici, fossero stati, ai tempi di Masaniello, incendiati; e quindi si domandava che s'istruisse d'un tal fatto regolare processo, e che i colpevoli ne ricevessero condegno castigo. Si diceva questa essere una prima scappatoia, con la quale il vicerè cercava di violare le capitolazioni solennemente giurate nel Duomo il 12 luglio, e l'amnistia accordata con quelle e confermata il 16 dello stesso mese. Con tal preteso voler egli togliersi dinanzi tutti coloro che si erano adoprati al disgravamento ed al bene del popolo, e rimettere le antiche gabelle e le innumerevoli estorsioni che prima del 7 luglio opprimevano Napoli. Ricordavansi pure con affetto le opere di Masaniello in beneficio del popolo, che ora, senza un capo, non poteva reclamare i suoi diritti e i suoi privilegi. E imprecavasi ai traditori della patria che, ossequenti al vicerè, davano mano al Gennaro e al D'Angelo, e principalmente a don Giulio Genoino, che tra musica e banchetti ora godevasi il posto di Presidente della R. Camera della Sommaria, prezzo ed arra di tradimenti passati e futuri.

« Gli animi del volgo si esasperavano a tali novelle... Oramai al tumulto non mancava che un indirizzo e un capo, e bentosto l'uno e l'altro si ebbero.
« All'angolo del Pendino; in sulla svolta di via dei Calderai, una vecchia vestita a bruno, salita sopra un poggiuolo accanto alla bottega di un salumaio, apostrofava violentemente, fra i pianti e le strida, il popolo circostante. Era la madre di Masaniello, che il dolore e la disperazione rendevano elloquente. L'infelice rimproverava ai napoletani l'ingrata dimenticanza con cui rimeritavano i beneficî ricevuti dai suoi figliuoli, mentre avevano trucidato barbaramente il primo, e facevano ora perire nelle segrete di Castelnuovo l'altro, che pure tanto si era adoprato e voleva facilmente adoprarsi in pro del popolo. Le parole e l'aspetto della misera, e più la memoria di Masaniello, determinarono i propositi fin allora incerti della turba irritata. — « A Palazzo! Morte a don Giulio Genoino! Morte ai traditori della patria! Viva Giovanni d'Amalfi! », gridò Ciommo Donnarumma, il salumaio, parente di Masaniello. Il grido fu ripetuto da un capo all'altro del Pendino e della Selleria, e più migliaia di uomini e donne si avviarono tumultuosamente verso il Palazzo Reale... La rivolta durò cinque giorni ». Così Bartolommeo Capasso, op. cit. [ 117 ]

LE PARTI:

Bernardina Pisa.
Carlo Catania di Bracigliano.
Caporal Cigliano, delle milizie mercenarie del vicerè.
Miguel, soldato spagnuolo.

Cruscone
sgherri del vicereame
Spigardo
Perillo
Ciccotonno
Cangiano
Ciommo Donnaruma.

Onofrio Cafiero.
Il pubblico banditore.
La sentinella.
La ronda.
La folla.
Soldati e sbirri.
Voci interne.



A Napoli: la sera del 21 agosto 1647.
[ 118 ]
L'AMBIENTE


Nell'« ottina » della Sellaria, e propriamente nel cuadrivio dei Calderai.
Il « corpo di guardia »: una stanzaccia squalida e tetra.
La porta che conduce alla via è su la destra, e si raggiunge dall'interno, per tre o quattro scalini di pietra. Su l'alto di essa, lo spioncino. Tra la porta e la scaletta, un breve pianerottolo. Un vano ad arco, a sinistra, conduce ad altre stanze, ed è chiuso da una porta pesante. Il fondo è una parete di pietra calcinata, nella quale si apre un finestrone amplissimo, che occupa quasi la metà della parete medesima, ed è protetto da un'inferriata massiccia e da due scuri di legno. Ora, gli scuri sono aperti, e si vede, a traverso la inferriata, la piazzetta dei
Calderai, poco affollata. Fra le botteghe che dànno su la piazzetta, in fondo, su lo svolto della via, è quella del pizzicagnolo Ciommo Donnarumma: se ne scorgono la mostra e l'insegna.
Di là dall'inferriata, lo sbirro di guardia, con l'archibugio a spalla, attraversa la via, da un capo all'altro del finestrone. Nessuna decorazione nell'interno. Su le pareti sono attaccati i resti di qualche pubblico bando viceregnale. Vi sona anche sospesi quattro o cinque archibugi e qualche sferza di cuoio. Pocchi sgabelletti di legno, sparsi, e un tavola di legno greggio, con su una grossa anfora ricolma di vino e alcuni orciuoli di terracotta. Una lanterna pende dal soffitto, attaccata alla punta di una catena arrugginita.
È l'ultima ora di un vespero estivo: la piazzetta si abbuia a poco a poco. Nell'interno è già scuro. La lanterna è accesa. L'ambiente si fa più tetro, nel fioco chiarore.

[ 119 ]

SCENA PRIMA.


Caporal Giuliano, Miguel, Cruscone, Spingardo,

Perillo, Ciccotonno, Cangiano. Soldati e sbirri.

La voce del pubblico banditore. La ronda. La folla.


(Quando si leva il sipario, i soldati e gli sbirri bivaccano. Son tutti accesi ed ebbri. Qualcuno di essi è ubbriaco fradicio, e russa, abbandonato sul suo sgabelletto, o disteso per terra, nel fondo; qualche altro continua a trincare, mezzo assonnato e brillo. Caporal Giuliano, sdraiato presso la tavola, beve e canticchia, con voce balbettante e arrochita. In un angolo, addossato alla parete, il soldato Miguel leva il suo orciuolo, in atto di brindare Cruscone, Spingardo, Perillo, Ciccotonno, Cangiano e gli altri soldati e sbirri bevono, sghignazzano, schiamazzano, riddano sconciamente. Un tripudio incomposto e volgare).



Caporal Giuliano (cantando:)

— “O Ricciolina!
O Signorina!
O Patroncina!
Fa-li-li-là!„

Soldati e sbirri (fan coro al cantore:)

— “Eccoti il core,
che per te more,
se non soccorre
la tua beltà!
Fa-li-la-lì!
La-fa-li-là!„


(Grida esultanti e risate. Tutti bevono).
[ 120 ]
Perillo (inalzando l'orciuolo, e barcollando:) — A' salute! Chesto è chello a deritto, d''a cantina 'e Crispano (Beve).
Soldati e sbirri. — Aró va! Aró va! (E bevono).
Miguel (con voce strascicante, l'orciuolo in alto:) — Por la mucciaccia de mi corazón! [1] (Beve).


(Un coro sguaiato di beffe).


Perillo. — Mònaca 'e casa, 'a mucciaccia 'e Michele!
Ciccotonno. — È stata 'a scola 'e 'onna Sabella Mellone, e fuie sgabellata sette anne fa!
Spingardo. — Tene 'o cefrone, cumpà Michè!
Cruscone. — Nn'ha nfurnate pacchesicche, tàmmere e surdatune, 'int''o Cerriglio!
Miguel (non intende; e farnetica:) — Cosas? Mi comadre Sabrósa! (Fa schioccare la lingua sotto il palato).
Cruscone. — Seh! Piro bergamutto! Piérzeco apreturo! Pruno cascaveglia!
Cangiano. — Curtesana cu tanto 'e matrìcola!
Ciccotonno. — 'A sfrattàieno e 'a secutàieno pe tutte 'e siegge e tutte ll'ottine!
Perillo. — Io mme ll'allicordo strascenata pe Portacapuana, a cavallo a nu ciuccio!


(Una risata enorme).


Miguel. (vacilla, striscia lungo la parete, e ripete, in un balbettìo quasi indistinto:) — Por la mucciaccia de mi corazón! (Lascia cadere l'orciuolo, che va ad infrangersi contro il suolo. Si abbatte su di uno sgabelletto).
(Tutti, eccetto
Caporal Giuliano, accorrono per sollevare il caduto).


Cruscone (in tono di comando:) — 'Assàte 'o parià 'a pella! S'è accrapato! (Tutti si fermano. Qualcuno
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raccoglie in un angolo i cocci dell'orciuolo infranto). Facìmmele 'a banna, a cumpà Michele! Abballàmmele 'o turniello!
Spingardo. — Cantàmmele l'aria nova!
Ciccotonno. — 'A varchetta!
Perillo. — Nonzignore! Rrobba cchiù antica! 'A villanella d''o capurale! (A Giuliano:) Ntona, capurà! Canta!


(Tutti cominciano a riddare e a cantare intorno al soldato caduto. Caporal Giuliano intona il canto, senza muoversi dal suo posto).


Un coro (sguaiato e beffardo:)

« O ricciolina!
O Signorina!
O Patroncina!
Fa-li-li-là!
Eccoti il core,
che per te more
se non soccorre
la tua beltà!
Fa-li-la-lì!
La-fa-li-là!
Fa-li-la-lì!...»


(La danza e il canto s'interrompono bruscamente. Tre squilli di tromba risuonano su la piazzetta. Soldati e sbirri corrono presso la inferriata).


Voci confuse. — 'O banno! 'O banno!
Cruscone. — 'O banno contro 'e mmariulìggie d''o pisciavìnolo!
Spingardo. — È passato nu mese, e manco fernesce!
Perillo (forte, con la faccia contro le sbarre del finestrone:) — Apusàte 'o piécoro, patriò! (Risate).
Caporal Giuliano (sdegnato e autorevole:) — Perillo! Fa silenzio! Santo Dio! (Barcolla).
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(Attraversano la piazzetta, soli, a coppie, a frotte, cianciando e gesticolando, popolani e feminucce, i quali si affrettano verso la destra, al richiamo della tromba. Si scorge l'ala estrema della folla, raccolta intorno al pubblico banditore).
(Ad un altro squillo di tromba, si rifà il silenzio).


La voce del banditore (lenta e monotona:) — « Bando et comandamento per ordine di Sua Eccellenza il vicerè don Rodrigo y Pons de Leon, duca d'Arcos. Philippus Dei gratia Rex. Per un altro nostro Banno fu ordinato che chi tenea robbe et mobili di qualsivoglia conditione, prese da diverse case, borghi et casali di questa Fedelissima Città, consistentino in gioie, in oro, argento di qualsivoglia maniera, drappi in oro, seta et altro, prese per ordine del quondam Tommaso Aniello d'Amalfi...


(Un mormorio in vario senso, ma accentuato nell'ostilità, corre la piazzetta).


Caporal Giuliano (aspro e ghignante:) — Capitan generale dei lazzaroni!
Spingardo. — 'O vicerré d''e ssarde!
Cruscone. — Scauzone, mariuolo e carogna!


(Un mormorio di disprezzo e di scherno si diffonde di qua dal finestrone).


La voce del banditore (eguale, senza interrompersi:) ..... o per altro ordine, le debbiamo rivelare, sotto pena della confiscatione et altre pene a nostro arbitrio. Et perchè molti pochi hanno rivelato appresso di chi fossero dette robbe, per questo, acciò si possa provvedere di giustizia, vogliamo che in termine di ventiquattro ore doppo la pubblicazione di questo Banno le debbiamo rivelare all'Eletto o al Presidente Genoino, delegato per Sua Eccellenza. Si dà indulto a tutti quelli, quali etiam saranno stati complici, se reveleranno in potere di chi si ritroveranno dette robbe. Dato oggi, a Napoli,
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dalla Regia Camera della Sommaria. Il Presidente: don Giulio Genoino. Don Marzio Salesio, segretario »


(Si rinnovano i tre squilli di tromba. Comenti indecifrabili nella folla, che si sparpaglierà in varie direzioni).


Perillo (con voce ruggente, squassante:) — Accerìtele a sti spogliasante!
Ciccotonno. — Ato che banne! Ce vonno 'e scuppettate!
Spingardo. — Hanno miso 'e mmane pure 'int''a custòria 'e Giesucristo!
Caporal Giuliano (ha versato dall'anfora altro vino negli orciuoli. Ora, levando un orciuolo ricolmo:) — Su, camerati! Dio guardi e conservi l'Eccellentissimo Vicerè!


(Sbirri e soldati afferrano gli orciuoli. Ritorna e si riaccende l'ebrietà).


Ciccotonno. — A' salute d''o Vicerrè! Alò (Gli altri fanno coro).
Spingardo (è salito su la tavola. Ora, con l'orciuolo inalzato, dominando tutte le altre voci:)

— Vino tuosto e sapurito,
si' sanguegno de culore!
Ca stu popolo pentito
s'arracchiasse a tutte ll'ore!
Cammarà, chesto sceruppo
io mm''o pporto a piericchiuppo!
Mme ne sorchio nu cupiello!
Chesto è 'o sanghe 'e Masaniello!


(Risate. Acclamazioni. Tutti bevono).


Perillo. — Cammarà, ràmmice ra fa'! Menammincello a buordo st'ato poco 'e pulitura!
Caporal Giuliano. — Pulitura? Cosa l'è pulitura?
Perillo. — 'O sanghe d''o pisciavìnolo, capurà!
Miguel (sollevandosi a fatica dallo sgabelletto, e
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accennando con la mano all'anfora:) — Bebamos, camaradas! Sangre pescadero! (Ricade a sedere).
Perillo (porgendogli un orciuolo:) — 'O sanghe d''o piscatore è doce, ma t'ha dato 'int''e cchiocche! I' comme te si' arravugliato!
Cruscone. — Arò 'o puose stu pelliccione, cumpà Miché?


(Tutti shignazzano. Miguel beve a lungo).


Perillo (strappandogli di mano l'orciuolo:) — Ohé! Ma ch'è magnato spogna fritta?!
Ciccotonno. — Dàlle, mo ca nce nn'aie 'o tiempo! (Improvvisamente rabbuiandosi:) Ca cca aggio paura ch'assomma n'ata vota 'a trubbéa!
Perillo. — 'A ciuccevéttola! Nce ha cantato 'assisa!
Spingardo. — Va ricenno: che te siente?
Cruscone. — Te ll'ê sunnata, sta trubbéa?
Soldati e sbirri. — E chisto è malaùrio! A notte a notte!
Ciccotonno (serio e cupo:) — Sentite: io 'a capa nun mm''a ioco, e stòmmeco ne tengo. Nn'aggio dato prova 'o iuorno d''a Maronna ô Càrmene, nnanz''a chiésia 'e chella bella Mamma!
Perillo. — Nun fa' 'o ricco 'e vocca! Ca cca, chi cchiù e chi meno, ognuno 'e nuie ha mannato a quacche scauzone a prià a Dio p''o vicerré, chella santa iurnata!
Ciccotonno. — E io te rico a tte ca mo avimmo 'a fa' n'ata vota a mazzate, e ca San Gennaro nce 'a mannasse bona!
Perillo. — E mena forte! 'E che se tratta?
Ciccotonno. — È nu suspetto. Ma è sempe buono a sta' pésole!


(Tutti circondano Ciccotonno, preoccupati e attenti).
(La sera è scesa sulla piazzetta. Una sera senza luna. La campana della chiesa del Carmine suona l'Avemaria. Sbirri e soldati si sberrettano, devotamente.
Ciccotonno si picchia il petto e biascica col fervore una preghiera incomprensibile.
Miguel russa. Un silenzio).
(Quattro soldati con le alabarde appariscono dietro la
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inferriata. Li guida un graduato, che reca in mano una lanterna cieca).
La sentinella. — Alt! Chien para?
Il graduato. — San Domingo de Guzman! (Si sofferma qualche istante a confabulare con la sua sentinella).
(La bottega di Ciommo Donnarumma e qualche altra si illuminano vagamente. La pattuglia di ronda si allontana e scompare, a destra).


Ciccotonno (in tono di grave mistero:) — Stammatina, 'int''a varvarìa 'e Ceccone, aggio visto a don Gelormo Arpaia, 'o paglietta...
Perillo. — 'O frate cucino 'e ll'Aletto?!
Ciccotonno — Eh, sì: 'o frate cucino 'e ll'Aletto. Aggio ntiso nu parlamiento surdo surdo. Se rischiarava 'o fatto 'e Razzullo, 'o frisatore d''o Fùnneco â Zecca.
Perillo. — Be'?
Ciccotonno. — 'O sapite 'o fatto 'e Razzullo? Aissera, Razzullo...
Caporal Giuliano (ridendo, schernendo, commiserando:) — Ma sì, sì... Bricconerie de lazzaroni! Sto tintore e capopopolo sacramenta d'aver veduto colli occhi suoi proprii una petizione a Sua Eccellenza, contro i marioli che mettérono a sacco e a fuoco la casa di don Fabrizio Cennamo, l'illustrissimo Presidente d''a Sommària. Uno sciocco ritrovato dei compagnoni del pesciaiolo!
Ciccotonno. — E s'è fatto nu vocepuópolo, cundicenno ca chesta è na scusa pe se levà 'a tuorno 'e cumpagne 'e Masaniello e mèttere n'ata vota 'e ggabelle.
Perillo (con feroce stizza:) — Accussì fosse! 'E 'mpennéssemo mmiez''o Mercato, o ll'atterràssero vive, 'int''e fosse ô Castiello!
Cruscone. — Ll'asseccàsseno pure ll'uocchie a sti morte 'e famme!
Ciccotonno. — Aggio visto certi ffacce strèveze, 'int''a puteca 'e Ciommo Donnarumma (la indica), 'o cainato d''o muorto... Cumpà Nufrio Cafiero, 'o guappone 'e Santa Lucia a mare... 'O prèvete 'e Giugliano, 'on
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Pieto Iavarone... 'On Antonio Basso, 'o miéreco d''a Misericòrdia... Ogge, 'int''a cuntrora, Ciommo faceva cunzèvera nziemme cu 'a se' Ntònia, 'a mamma d''o generale, e cu chella vrénzola d''a mugliera. Vanno e bèneno 'a vascio 'o Bùvero...
Perillo (eccitatissimo, interrompendolo:) — E 'o vicerré ha cacciato n'ato banno, e ll'ha fatto 'a ràzia a sti sbannite!


(Lo sdegno di Perillo si diffonde nella ciurmaglia poliziesca).


Spingardo — 'O vicerré è troppo manecone!
Cruscone. — E don Giulio Genuino fa irre e orre, nziemme en Cicchitonno Arpaia!
Cangiano. — A mmorte 'e ccappe nere!
Soldati e sbirri. — A morte!
Caporal Giuliano (ilare, sprezzante.) — Ehi! Che vi pigli n'accidente! Avete fatto 'e ffacce gialle quanti siete! Santo diavolo! Tanto fracasso pe ste minchionerie!
Miguel. (svegliato dal gran tumulto, agita le braccia, apre a fatica gli occhi, e grida rauco:) — Abago!... Mueran los pescadores!... Abago, camaradas! (Si leva barcollante, e tenta di trarre la sciabola dal fodero).
(Si rinnovano più sonore e sguaiate le risate e le beffe).


SCENA SECONDA.


Detti. — La folla.Bernardina Pisa.


(D'un tratto, rompono il silenzio della piazzetta alcune grida lontane. Son voci di scherno, di minaccia, di vituperio. Una turba in tumulto si avanza verso il “corpo di guardia„. Le voci si fanno a poco a poco più chiare e distinte).
(Gli sgherri avvinazzati allibiscono, e si ammassano vociferando presso la inferriata).
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Cruscone. — Ch'è succieso?! Cher'è!
Ciccotonno (atterrito:) — 'O fatto 'e Razzullo?
Spingardo. — Ah! Pe San Gennaro! Manco s'arrènneno?! (Corre ad armarsi del suo archibugio. Alcuni altri sgherri lo imitano).
Perillo (in un grido di ammonimento:) — Gué! 'Oh! E chesta è freve ca tenite! Assicuràmmice primma 'e che se tratta! (Corre alla inferriata, e guarda fuori, facendosi benda della mano agli occhi).
(Sbirri e soldati tacciono, ansiosi).


Le voci della turba (ora più chiare e vicine:) — Afferra! Afferra! 'Atele 'n cuollo a sta cantunera!
Una voce distinta. — È sunata 'avummaria! 'O banno parla chiaro! Nun ha d'ascì!
Un'Altra voce. — Non ha d'ascì, 'a notte! Se stesse 'int''a tana, cu 'e ppare soie, sta zucculona!
Un coro. — Afferra!... 'Alle 'n cuollo!... A te!... A te!...


(S'intravede appena e scivola nell'ombra della piazzetta una figura di donna scarmigliata e fuggente. È inseguita da una turba di popolani inferociti, la quale giunta presso il finestrone, è tenuta per qualche istante a bada dallo sbirro di guardia. La donna continua a fuggire, e scompare a destra).
Perillo (forte, ai suoi compagni:) — Niente paura, cammarà! Secùtano 'a riggina d''e ssarde!
Miguel. — Oh! Bievenida! La mugher de Masaniello!
Cruscone. — Nzerra 'o fenestone, Perì! Ca stasera scialammo a grand'imprese!


(Perillo si affretta a chiudere gli scuri del finestrone).
(Rianimata, la compagnia degli sgherri ora tripudia e sghignazza, mentre la turba dei popolani continua ad urlare).
(Si ode battere all'uscio replicatamente).


Spingardo. — Facite trasì 'a riggina! Arape, Cangià!
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Caporal Giuliano. — Ricevimento co' tutti li onori!
Ciccotonno (amaro:) — Facìmmele 'o sciassè, a sta vérola 'e generale!


(Si continua a picchiare).


Una voce. — Tuzzulea a stu purtone! Lloco dinto ce truove a chille ca vaie ascianno tu!
Un'altra voce. — Trase! Trase! Ca nu riggimiento sano manco t'avasta! Surdatona!
Molte altre voci. — Vaiassa! Scalorcia! Spitalera! Cacciatennella! Chesta ve nfetta!
Perillo. — Tu ll'arape sta porta, neh, Cangià?


(Cangiano è già salito alla porta e ha guardato a traverso lo spioncino. Ora, apre. La porta cigola su i cardini).


Bernardina (entra, di corsa. È pallidissima, affannosa, tremante. Ha la capigliatura sparsa, gli occhi stravolti dal terrore. È una popolana di ventidue anni, ma sofferente e sfiorita. Veste poveramente. Si precipita giù per gli scalini, su i quali risuonano i suoi “zòccoli„.
Si rintana verso il fondo, pavida di essere ancora inseguita. Accenna con ambo le mani alla porta, invocando:)
— Nzerrate 'a porta!... Pe carità!... Nzerrate chella porta!... Nun 'e ffacite trasì!


(La porta si richiude, pesantemente. Le voci e il tumulto vaniscono e si spengono).


Bernardina (cercando con l'occhio in torno:) — E mamma?... Addò sta mamma? Sta mmiezo 'a folla pur essa?! (Disperatamente supplice:) Chiammàtela, bona gè! Chiammate a mamma!
Cruscone. — Tu qua' mamma t'ha fatto, a te! Là nun ce sta nisciuno.
Bernardina. — E addò è ghiuta?... Addò è ghiuta?... Che lle fanno chilli sarracìne?
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Perillo. — Eh! Nun accrastà! Ca chille nun s''a màgneno, a màmmeta!
Bernardina (si abbatte su se stessa, si nasconde il volto nelle mani, piange. Se ne ode appena il singhiozzar lieve e compresso).
(Gli sbirri e i soldati la contemplano per poco, cinicamente, in silenzio).
Cruscone. — E pecchè chiagne? Mo staie 'int''o ventre â vacca! Immece 'e rirere, e tu chiagne?!
Ciccotonno (velenoso, come assaporando tutta la voluttà di una vendetta selvaggia:) — Sua Maistà! (Alla donna:) Allicordatello quanno tu ive 'n carrozza e io, cu sette figlie, mme murevo 'e famme, 'int'a nu mandrullo! E pava mo, pe ttanno!
Perillo (d'un tono beffardo, cercando di scovrirle il volto e di accarezzarle il mento:) — Ma comme è stato? Meh!... Assànce sèntere! Che ll'ê fatto a chilli scauzune, ca t'hanno secutata 'e chesta manera?
Bernardina (schermendosi:) — Èremo asciute io e mamma, pe servìzio... Nce hanno abbistate...
Ciccotonno (incredulo, sogghignando:) — Ah, marpiona che si', tu e màmmeta! Ijveve a' puteca 'e cainàtete, a mettere fuoco p''o fatto 'e Razzullo!
Bernardina (allibisce, ma riesce subito a dominarsi, e ripete, con alquanta energia:) — No... no... Pe servìzio... Io e mamma...
Perillo. — Tu e màmmeta?... Pàssete 'a mano p''a cusciénzia. Tu e 'a ruffiana toia, vuò di'?
Spingardo (sarcastico:) — E nun 'a fa' fa' rossa, Perì! Cca simmo tutte uómmene!
Perillo. — E chella a ll'uómmene va ascianno! (Cinico, alla donna, strizzando l'occhio:) — Nun è overo, neh, Riggì, ca a Vostra Maistà lle piace 'e fa' 'allina mmiezo 'e 'alle cu 'a centra? (Si ride).
Bernardina (ancora piangente e supplichevole:) — Facìteme 'a carità!... Ascite... Vedite mamma addò sta...
Perillo. — E bire si 'a fernesce!... Ma tu parle 'e sòcreta?
Caporal Giuliano. — La madre del vicerè senza brachesse!
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Perillo. — E chella è cchiù truttata 'e te, sora mia! Penza pe l'ànema toia, mo. Ca sòcreta se sape maniggià. (Altre risate). Si sta caserma te va a genio, e tu, comme ce si' trasuta mo, ce può trasì sempe che buò. Cca truove amice feréle... e buone accunte (Le sfiora la guancia con la mano).
Bernardina (stizzita, sobbalzando:) — No! (Respinge violentemente lo sgherro, il quale retrocede, barcollando, e si sostiene alla parete). Lassàteme!... Lassateme i'!... Arapite chella porta!... Mme ne voglio i'!
(Fa per avanzarsi verso la porta. Ansima).
(Sbirri e soldati la circondano, minacciosi e mordaci).


Cruscone (afferrandole i polsi, e tenendola:) — Aró vuó i'?
Cangiano. — Nun fa' 'a zita cuntignosa! Caiorda!
Ciccotonno. — Nce 'o bo' vénnere pe dinto 'a senga â porta!
Spingardo. — Cher'è? Cu ll'ate sì, e cu nuie no?!
Bernardina (con tutta l'anima, insorgendo:) — Nun è overo! È nu sacrileggio ca state accaccianno!
Miguel (lamentevole, come invocando una grazia:) — Para la buena alma de su marìdo, segnora!
Perillo. — Se fa a ttènere, se fa, sta scellerata d''o Bùvero!
Bernardina (dibattendosi:) — Ma lassàteme!... Lassàteme!... Nun tenite carità!... Che v'aggio fatto?... Facitemmenne i'!...
Cruscone (senza lasciarla, cupido:) — Accràmete, Riggì... Tu, stasera, pe te fa' capace a te, si' caruta pròprio comme 'o maccarone 'int''o ccaso... Cca tenimmo ntenzione 'e te fa abbuscà 'a zuppa pe na semmana... Che buó fa'?
Bernardina. — Mme ne voglio i'!
Cruscone. — Chisto è suonno ca te staie sunnanno! Mo staie 'n gaiola: e 'a porta sta nchiusa e rebazzata, cu maniglione e catenaccio. O c''o buono o c''o tristo, sempe a chello ê 'a essere.
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Bernardina. — Ma io chiamo gente!... Io allucco!... Io faccio revutà 'a Sellarìa!
Cruscone. — E ca tu allucche, chi te sente?
Cangiano. — E si te sènteno, peggio pe te!
Ciccotonno. — Te fanno 'o strascino pe quanto è longa 'a Sellarìa!
Spingardo. — Nne fano nu scenufreggio 'e sta vita toia!
Cruscone. — 'O buó veré? (Le scioglie i polsi dalla stretta, e accenna a spingerla verso la porta). E ba! Vattenne! (Forte, con un gesto di sfida:) Arapite sta porta! Facìtela ascì! (Ma nessuno si muove).
Bernardina (libera, avanza rapidamente verso l'uscio; ma la giunta appiè della scaletta si sofferma, come assalita da un subitaneo terrore; vacilla, e si abbatte sul primo scalino, gemendo:) — Ah, mamma mia! Maronna mia!... Che bita!... Che bita! (Non piange più, non implora, non impreca; non ne ha più la forza).
(Un breve silenzio).


Caporal Giuliano (mormora, digrignando:) — Ma l'è dura, sta scrofa!
Miguel (lento e supplichevole:) — Para la buena alma de su marìdo, segnora!


(Ancòra, un breve silenzio).


Spingardo (ironico:) — Ve rico 'a verità a buie, cammarà: nuie avimmo tuorto. Cu na perzona riale nun s'ammarcia accussì. Nce simmo scurdate ca sta signora è ghiuta 'n carrozza e s''è assettata a tavola c''o vicerré? Mo è caruta 'n bascia furtuna, ma sempe perzona riale è...
Cruscone. — E nuie 'a persona riale 'a vulimmo trattà. Si essa nce dà l'onore, nuie lle rispunnimmo a duvere. 'A purtammo 'n carrozza n'ata vota. 'A vulimmo fa' scialà comm'a quanno era viva 'a bonànema. 'A vestimmo, comm'a ttanno, cu na veste a ll'imperiale, cu 'e mmaneche a presutto. E, si attocca, lle rialammo pure na canacca d'oro, comme nce' a rialaie 'o vicerrè'.
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(Alla donna, con ripugnante cinismo:) Mo stammo 'n pòlesa, mo! Marìteto ha fatto chiòvere 'int''a terra nosta!
Bernardina (non risponde: par che non oda: ha ripiegato sul petto la testa e le braccia, come rassegnata a subire l'atroce dileggio).
Perillo (eccitato dalle parole di Cruscone:) — Iammo, Riggì: ca una vota passa 'o santo. Mo ce truove 'e gènio. Te facimmo venì a mente 'e spègie antiche!
Ciccotonno. — Seh! Seh! Anze, facìmmele 'o ricevimento comme a quanno iette a Palazzo, e se vasaie cu 'a Ruchessa 'n perzona. Viene 'a cca, cumpà Michè (Miguel si avvicina, barcollando). Fa tu 'a Ruchessa e Perillo fa 'a Riggina d''e ssarde.


(Acclamazioni e risate. Perillo si colloca a sinistra e Miguel a destra della donna. Tutti gli altri li circondano intenti).


Ciccotonno. — Comme lle ricette 'a Ruchessa? Fa bona a parte, cumpà Michè.
Miguel (imitando la voce e il gesto di una grande dama:) — « Sea Vuestra Ilustre Segnoria muy bien venida! »
Cruscone. — A te, Perì, A te!
Perillo (cercando di imitare la voce di Bernardina, e accompagnando le parole con gesti leziosi e goffi:) — « E Vostra Eccellenza la molto ben ritrovata!


(Miguel e Perillo si abbracciano e si baciano. Risate e acclamazioni).


Spingardo (a Miguel, ridendo sconciamente:) — E po'? Di' quanno 'a Ruchessa 'a priaie, pe fa' lassà 'o cumanno a 'o marito...
Miguel (come dianzi, ma d'un tono pieno di umiltà:) — « Segnora comadre, haga de manera che su marìdo dexe el mando, porchè se quietan las cosas ».
Cangiano (a Perillo) — E essa? essa?
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Perillo (come dianzi:) — « Oh! Questo poi no, signora commare! Se mio marito lassasse i comanno, io e lui non sarréssimo più rispettati. Il Vicerrè e Masaniello debbino stare un amorcunzento. Vostro marito coverna gli spagnuoli e mio marito coverna il popolo. Vostra Eccellenza è la riggina delle signore e io songo la riggina delle popolane ».


(Una risata enorme, sferzante. Più di tutti ride Caporal Giuliano, il quale, tenendosi i fianchi, si abbandona come sfinito su di uno sgabelletto, presso la tavola. Le acclamazioni si rinnovano romorosamente, mentre Miguel e Perillo e si baciano un'altra volta).


Bernardina (non si è mossa dal suo atteggiamento, come estranca a quanto le accade intorno).
Cruscone (subito, mentre dura il tumulto:) — 'E leva 'e leva, cammarà! Arrecuglimmo sti ggranelle, p''a purtà 'n carrozza e pe ll'accattà 'a cannacca!
Spingardo. — Iammo! P''a mano attuorno! Mo arrecoglio î'.
Ciccotonno. — Quanto a testa?
Spingardo. — A piacere! nu tarì, nu testone, na patacca, nu ruantone, na ròppia 'e trentaseie, nu ruppione 'e Spagna! Sbaccammo! (Forte:) I' rongo 'o buon asèmpio. Nu ruricecarrì! (Ha cavato dalla saccoccia interna della sua casacca una moneta di argento, che mostra ai compagni. Poi va in giro, raccogliendo le offerte nel cavo delle sue mani congiunte. Ciascuno offre la sua monetina)
Caporal Giuliano. — Cosa l'è? Si paga avanti? (Lascia cadere una moneta nelle mani di Spingardo).
Spingardo. — Acrus est, capurà quanno nun putimmo fa' crerenza!
Perillo. — Nu rucato ca mo è ascito d'' Zecca!
Cangiano. — Na pennetta!
Ciccotonno. — I' tengo famiglia. Nu testone
Miguel. — Dos carlines!
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Cruscone. — E nu pizzeco 'e 'ranelle, pe me! (Lascia cadere un gruzzoletto di piccole monete nelle mani di Spingardo).
Spingardo (esultante, facendo tintinnare fra le sue mani le monete raccolte, si accosta a Bernardina:) — Sciala, Riggì! È truvato 'a vena 'e ll'oro! (Porgendole il denaro:) Teh! Quanno maie ê tenuto accunte accussì a la mano? Iammo! Mmócchete! E damme 'a sanzaria!
(Si piega su la donna, e la bacia, sfacciatamente).
Bernardina (come rianimandosi al brusco contatto, ha un ruggito lungo, rauco, lacerante:) — Ah!... (Si leva, con uno scatto felino. È tutta scossa da brividi. Con un gesto violento della mano, respinge da sè l'offerta dello sgherro e colpisce costui su la guancia. Volano le monete e si spargono al suolo, tintinnando).
Spingardo (livido, ruggente:) — Ah! Grannìssema... A me?!... 'Àteme 'o vurpino!... Addò sta 'o vurpino?... Te voglio adderezà ll'osse, comme cumanna Dio d''a 'roce! (Corre alla parete, ne stacca una delle sferze di cuoio, ritorna minaccioso verso la donna).
Cruscone (simultaneamente, armandosi anch'egli di una sferza:) — Lazzariàmmele 'e ccarne, a sta scòrteca!
Soldati e sbirri (eccitatissimi, urlano confusamente:) — Vurpenate, si nun s'arrenne! Sìzia sìzia! Vurpenate, a murì! Spingà, dàlle! Dalle, Cruscó. (Anche Perillo si è armato di una sferza, e fa per assalire la donna).
Bernardina (al primo grido e alla minaccia di Spingardo, implora con voce poca e rotta:) — Mamma d''o Càrmene!... Aiutàteme!... Madonna mia!... (Risale di corsa la scaletta, e raggiunge la porta).
(In tanto, i tre sbirri armati sono giunti appiè della scaletta. Si accingono a risalirla, quando si ode picchiare fortemente su l'uscio. L'urlìo cessa, d'un tratto; e i tre sbirri si soffermano, come paralizzati).


Perillo. — Chi è?
Cruscone. — E chi po essere, a chest'ora?!
(Gli altri tacciono, sbigottiti).
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Bernardina (nel silenzio, continua a gemere, come implorando aiuto dalla persona che batte:) — Aiutàteme!... Aiutàteme!... Aiutàteme!...


(I colpi su la porta si ripetono, più vigorosi e a lungo).


Spingardo. — Cicchitò, vide chi è.
Ciccotonno (sale all'uscio, ne allontana la donna, respingendola verso il basso della scaletta; e guarda a traverso lo spioncino. Ai suoi compagni, con un sussulto:) — 'O pruveritore!
Una Voce (subito presso la porta, imperiosa e rude:) — Arapite!


(Come obbedendo all'energico comando, senza dar tempo ai tre sbirri di deporre le sferze e agli altri di comporsi, Ciccotonno apre la porta. Spingardo, Cruscone e Perillo nascondono le sferze dietro le terga).


SCENA TERZA.


Detti. — Carlo Catania di Bracigliano.


(Appare sul pianerottolo Carlo Catania di Bracigliano. È un uomo intorno la quarantina, basso e tarchiato, dai tratti energici e dagli occhi cupi. Porta l'«albernuzzo» di teletta, il saio di rascia, a finte e liste di «tarantola» gialla, il giubbone di tela, squartato e foderato di taffettà arancione, i cosciali e le calze di «stamma», il collare di tela, il cappello ornato di pennacchi e »passavolanti». Ma i tratti volgari e il portamento alquanto goffo svelano in lui il plebeo imborghesito).
Catania (non appena entra, si sofferma sul pianerottolo e richiude la porta. Volge intorno uno sguardo minaccioso. Agita con la destra una frusta di cuoio, e la fa battere sui suoi cosciali, nervosamente. Imperioso, agli sgherri:) — E cher'è, 'o fatto? E' caserma, o è
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taverna, chesta? (Scorgendo Bernardina, con vivo interessamento:) Cummà?!...
Bernardina (rianimata e supplice:) — Aiutàteme!... Aiutàteme!... Aiutàteme!...
Catania (impressionato, sorpreso:) — Aiutàteme?!... Ma ch'è stato?... Cher'è?... Che v'hanno fatto? (Discende la scaletta, e si accosta, premuroso, alla donna).
Bernardina (abbassa gli occhi e non risponde).
Catania (scotendo il capo e sorridendo, aspramente:) — Aggio capito! (Fa risonare ancòra la frusta su i cosciali). Belli guapparie! 'N cuollo a na fémmena?! (Si accosta a Cruscone; si accorge che costui nasconde lo staffile. In uno scatto d'indignazione:) nu vurpino centrellato?! (Con moto brusco, strappa lo staffile di mano allo sgherro, e lo getta lontano). Chi piglia 'o vurpino pe bàttere a na fémmena, è carogna!
Cruscone (tentando timidamente di protestare:) — Ma...
Catania (ribattendo:) — È carogna! E aggio ditto buono!


(Un silenzio).


Catania (va intorno, osservando i soldati e gli sbirri:) — Tu pure c''o vurpino, Spingà?!... E tu pure, neh, Perì?! (Sogghigna, sprezzante:) Ah ah! E bravo! Avimmo fatto na bella scuglietta 'e guappune! ve voglio fà avè 'a meraglia c''o cefrone! (D'un tratto, rifacendosi serio e bieco:) E sapite che ve saccio a dìcere, a quante ne site? 'A ogge in avante, addò verite a sta fémmena, levàteve 'o barretto e addenuchiàteve! Facite cunto comme si fosse 'a perzona mia mmerèsema!
Perillo amaro, borbottando:) — E già! 'O patrone d''a massaria!
Catania (subito, e con forza:) — 'O patrone d''a massaria, gnorsì!... Pecchè? Che te rispiace?... E quanta vote stammo a chesto, mo levammo 'amicizia 'a miezo, nce spugliammo 'e sti panne, e nce vestimmo d''a superiorità ca nci spetta! (A Giuliano, a Miguel e agli altri soldati:) A buie, capurà, a te pure, Michè, e a
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 tuttuquante vuie, surdatò, chisto è puosto 'e guardia, e nun è quartiere, e non è cantina. Bona nuttata; e ghiate 'alliggerì 'a sbòrnia a n'ata parte!
Caporal Giuliano (alquanto risentito:) — Ohè! Alla milizia del vicerè?!
Catania. — Cca cumanno io! Ascite!
(Caporal Giuliano e Miguel, che si appoggia al braccio di lui, rialgono la scaletta. Gli altri soldati li seguono, borbottando).
Miguel (nell'andare, lancia un ultimo sguardo a Bernardina, e balbeta stancamente:) — Para la buena alma de su marìdo, segnora!


(I soldati escono. La porta si richiude).


Catania (agli sgherri:) — A buie, po', p''a mano attuorno, iate a parià 'a pelle ncoppa 'o paglione!


(Mormorio accentuato di ostilità).


Catania (vivamente, battendo il pugno su la tavola:) — E nisciuno ca rusecasse nucelle! Si no, fierre e puntale!


(Gli sbirri tacciono, e scompariscono, l'un dopo l'altro, nel vano. Quando l'ultimo di essi è uscito, Catania tira a sè la porta, che si rinserra con fragore).
(Un silenzio).
Catania (a Bernardina, che ha assistito palpitante alla rapida scena, in tono confidenziale e rassicurante:) — Assettàteve, cummà. E facite cunto comme si stìsseve 'int''a casa vosta.
Bernardina (quasi non credendo alla realtà, mormora, sbalordita:) — Vuie?!... Vuie?!... (E si sofferma ad un angolo della tavola, a contemplar l'uomo, con occhi sgranati).
Catania (si pianta dinanzi a lei, ambo le mani appoggiate su la tavola:) — Io, gnorsì... Che ve fa' meraviglia? (Con un sospiro penoso:) Capisco! Vui' ricite: «E comme va? S'è cagnato tutto nzieme, stu cumpare?!
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Nu mese fa, mme strascenaie pe mmiez''o Mercato, comm'a ll'urdeme vrénzola 'e Nàpule; e mo è accussì cumprito cu me?! Comme se spieca stu fatto?... »
Bernardina (abbrividisce al doloroso ricordo).
Catania (con un senso di contrizione, che va accendendosi a a poco a poco, continua:) — ...Se spieca, cummara mia, ca 'a capa 'e ll'ommo è nu sfuoglio 'e cepolla, e uno nun è sempre patrone 'e ll'azione soie... Mo fa nu mese, io... nun ero io... 'A pupulazione s'era avutata... 'A nicessità mm'ubbricava... 'A bonànema mm'aveva berzagliato...
Bernardina (di scatto, insorgendo:) — No!... Ve ngannate l'ànema!... Chesto, no!
Catania. — Chesto, sì, cummara mia!... Che saccio... Ca io maletrattavo 'accunte... Ca 'o furno mio cacciava 'o ppane nchiummuso e mancante 'e piso... Ca io mm'apprufittavo d''a càrrica 'e pruveritore, pe fa' vorza sotto e' 'o sanghe d''o poverommo... Cu tutto 'o sangiuanne, mme n'ha fatte ca mme n'ha fatte, 'a bonànema! (La donna tenta ancòra di protestare; ma egli le fa cenno di tacere, e prosegue:) Ma... nun ne parlammo cchiù... Mo sta ô munno â verità, e pozza prià a Dio pe nuie... Assettàteve...
Bernardina (si lascia cadere quasi di peso su di un sgabelletto; appoggia i gomiti su la tavola e la testa su le mani).
Catania (a piccoli passi, quasi impercettibilmente, gira intorno la tavola, fino a collocarsi sul lato del fondo, con la faccia volta alla donna, e a qualche passo da lei:) — V'aggio abbistata 'a coppa 'a fenesta d''a casa mia, quanno chilli quatto muorte 'e famme ve secutàveno. Quanne site trasuta cca dinto, aggio 'itto, fra me e me: «Manco male! E' ghiuta 'nzarvamiento!»... Ma po' aggio penzato: «E si lle fanno quacche agràvio?!... So' sbirre 'e pulezia, e stanno mbriache comm'a tanta crape!... Scengo o nun scengo?... Mm'avesse 'a fa' quacche mala faccia?!... Mbe'! Nun fa niente...» E so' sciso... Sèvereddio! Manco si 'o penziero mm'avesse parlato!
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Bernardina (in un gemito disperato:) — Ma che ll'aggio fatto a sta gente? Che ll'aggio?
Catania. — Che ll'aviveva 'a fa'!... So' sbirre, e chesto è 'o mestiere lloro. (Dopo una pausa, piegando i gomiti su la tavola e curvandosi, quasi contatto di lei, aggiunge, in tono di mistero:) — Ma... 'àteme 'o canzo, cummà, — nun dico ato, n'ato mese, — ca ve faccio abberé belli ccose!... Mme so' menato c''o Cuverno? E sissignore! Pe nicessità e pe tenta carmusina. Ma sempe o pruveritore 'e Masaniello so'! E 'o sanghe nun po addeventà acqua... Mo 'a pulezia sta 'into 'e mmane meie; e io... mme saccio servì. P''o Pataterno, banno 'a turnà n'ata vot 'e tiempe nuoste! E allora ve faccio assapé chi è 'o furnaro d''o Carmeniello!
Bernardina (quasi sedotta, si è voltata a poco a poco a guardarlo; e ora segue le parole di lui, con sorpresa e compiacimento sempre più vivi).
Catania. — Vuie mm'avite creruto sempe n'amico fàvezo... (La donna tenta di negare; ma egli ribatte:) Nun dicite ca no, pecchè avìveve ragione... Ma se pozza perdere 'o nomme mio si nun ve faccia trasì a Palazzo n'ata vota, comme si fùsseve 'a riggina 'e Spagna 'n perzona! 'O vicerré v'ha da vasà 'e ppónte d''a veste, e v'ha da cercà pietà e misericordia pe tutto chello ch'ha fatto a' bonànema, ca mm'era cumpare, comm'a San Giuanne pe Giesucristo!
Bernardina (esaltata, gli occhi sfavillanti di gioia, alzandosi di scatto:) — ... Cumpà!...
Catania (subito, afferrandole ambo le mani, la faccia contro la faccia di lei vivissimamente:) — Privo d''a libertà, p''a felicememòria 'e chillo sant'ommo, e pe quanto ve voglio bene! (Sono stretti l'uno all'altra: i loro aliti si confondono).
Bernardina (si scuote, d'un tratto. Par ch'ella rinconquisti la coscienza smarrita. Riesce con un lieve sforzo a liberarsi dalla stretta, retrocede di qualche passo verso il fondo, e scrollando il capo mormora desolatamente, come parlando a se stessa:) — No!... No!... So' pazza!...
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So' pazza! (Si abbatte con le spalle contro la parete, lo sguardo vagante nel vuoto).
(Un silenzio).
(Lontano, una compagnia di lazzaroni passa, cantando:)

— «Surdate d''o Papa,
lassate 'a vaiassa!
Sta chiorma ca passa
ve po ntussecà!»


(Il canto si spegne, a poco a poco).


Catania (guarda gli orciuoli su la tavola, e borbotta:) — 'A sarda è grassa! Hanno fatto sciacquitto, sti sfamatune. (Dopo un breve indugio, prende un orciuolo e si riaccosta alle labbra).
Bernardina (dice no, con cenni del capo, e con la mano respinge delicatamente l'offerta).
Catania (insistendo:) — Vevite: sentite a me... Vevìmmece 'a coppa. Chesta è nuvola ca passa.
Bernardina. — Nun ne voglio.
Catania. — Ve fa male?! E simbè ca v'avesse 'a fa' male, che significa? Amméno assaggiàteo... pe favore. (Le riavvicina l'arciuolo alle labbra).
Bernardina (di mala voglia, beve appena qualche sorso).
Catania. — Ah! Mo site 'a cummare! (Caccia sveltamente da una saccoccia della sua giubba una candida pezzuola, e la passa con studiata galanteria su le labbra di lei. Poi:) Embè! Mme voglio vévere 'e penziere vuoste! (Beve). Buoni penziere! Penziere sapurite! (Ripone l'orciuolo su la tavola). Vuie mo vulìsseve sapè si aggio addivinato. E' accussì? Ma... nonzignore! Pecché, si no, ve ne pigliate, e mme mmiscate 'e ccarte mmano... Dico buono, o no?... 'I' chella cummare! (Cupido, le stringe il mento fra le dita).
Bernardina (schermendosi e rabbuiandosi, ma senza asprezza:) — Cumpà?!
Catania. — E ghiammo!... Chesto che ccos'è! Mme parite
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na tenga, stasera! (Cercando di ravviarle i capelli discinti:) Guardate cca! Tutta sceppata! Tanto ca v'ha fatto mpressione?!... Ah! Ca si mme fosse truvato io cca bascio, ll'avarrie fatto piglià 'a patente ô lepre, a chella chiorma 'e scauzune! (La donna continua a schermirsi; ma egli insiste:) E va buono, mo!... Che paura ve mettite cchiù?... Stammo sule... (Indicando il vano di sinistra:) Chille rónfano, ncoppa 'e pagliune, comme a tanta crape!... Chi ce vede?... 'E chi ve mettite scuorno?... (Circuendola, assediandola, mentre ella tenta di sottrarsi, e lo guarda acutissimamente, come per leggergli nell'anima:) Ma comme?! Accussì sfurtunato ch'aggia essere, cu buie?!... Mm'avite fatto canià pe n'anno; e pure mo ve facite a ttènere?!... Ma pecchè?... Ma tanto ca ve so' in òrio?!... Ma amméno faciteme assapé 'a ragione!...
Bernardina (ha compreso. Smarrita, tremante, inorridita, scivolando lungo la parete, balbetta quasi fra se:) — Ah!... Pe chesto?!... Pe chesto?!... Pe chesto?!... (Ha raggiunto l'angolo tra il finestrone e la scaletta; e vi si rintana).
Catania (investendola, deciso, brutale:) — Eh, sì! Pe chesto! Pe chesto!... Pecché te voglio, 'a n'anno! E pecchè nun mme ne firo cchiù! (È per afferrarla, con avvidità; ma ella soffoca un breve grido selvaggio, e gli sfugge, strisciando lungo il limite della scaletta. Deluso, in un ruggito:) Ah! P''a Maronna!...
Bernardina (con voluttà feroce:) — 'A morte, mille vote! Ma cu ttico, no!
Catania (livido, quasi mordendosi le pugna:) — A me?!... Tu?!... Tu, ca te si' ghittata cu tutte 'e bazzariote d''o Bùvero?!
Bernardina (in un grido trionfale:) — Uno sulo mm'ha canusciuta: martìtemo!
Catania. — 'O vurtiello t'aspetta!
Bernardina. — Cu tuttuquante! Ma cu ttico, no!
Catania. — E mm''o dice 'n faccia?!... T'aggio lassato sulo ll'uoccie, pe chiàgnere; e manco t'arrienne?!
Bernardina. — Niente!... Niente!... 'A morte, mille vote!
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Catania. — E vabbè! Verimmo chi è cchiù tuosto! Tu te crire ca io te lasso? Ah, no! Quanno aggio 'itto 'roce, 'roce ha da essere! T'avesse 'a piglià n'ata vota a buffettune, comm''o iuorno d''a Maronna; t'avesse 'a straccià n'ata vota comm'a ttanno, 'e beste 'a cuollo; t'avesse 'a strascenà pe mmiezo 'a chiazza n'ata vota, io nun mm'arrenno! Aiere te vulevo pe sfìzio. Ogge te voglio pe sfreggio!
Bernardina (in un grido dell'anima:) — Avantatenne! Avantatenne, nfame scellarato che si'!
Catania. — Scellarato, nfame, sbirro 'e pulezia, ma pe te! (Con vivo rimpianto:) Si tu mm'avisse accunzentuto, a ll'ora 'e mo i' sarria ancòra 'o furnaro d''o Carmeniello! e imméce, no! Tu mme faciste chiàgnere pe n'anno! E mme reriste 'n faccia! E mme ne cacciaste! E mme riste cchiù fele e tuòsseco, ca nun dèttero a Cristo ncopp''a 'roce!... Tu ll'ê vuluto! Tu!... E guarda chello ch'ê fatto!... I' mme so' bennuto pe sbirro. 'O rre ' Nàpule è stato sparato comm'a nu traritore! E tu... tu, pe nun essere 'a fémmena 'e uno, staie p'addeventà 'a vaiassa 'e tuttuquante! 'E subbissato tre bite!... Chesto ê fatto, tu! Chesto! (Ansima).
Bernardina. — Sì! Sì! Chesto! E nun mme ne pento!... Vàtteme, n'ata vota! Strascìneme, n'ata vota! Abbrùsceme viva mmiez''o Mercato, si attocca!... Mo si' tuttecosa, tu! Mo tiene core, tu! tu, ca faciste 'a faccia ianca, quanno isso te paccariaie 'int''o furno tuio stesso, nnanz''a gente, pecchè arrubbave ncoppa 'o piso! (Catania illividisce e si tocca istintivamente con la mano la guancia colpita). Mo può fa' pure 'o boia, 'n cuollo a na fémmena, tu! Chi te faceva tremmà, è muorto! (Solenne, con un gesto di minaccia e di vaticinio:) Ma... si turnasse...
Catania (con subitanea reazione, sarcastico, sfacciato, sprezzante:) — Chi? 'O pisciavìnolo? (Prorompe in una lunga risata nervosa). E ba! Vallo a chiammà! Ca turnasse! Ca iesse a scanzà 'o frate suio carnale, 'a 'int''e fosse ô Castiello! Iusto iusto! Mo sento ri' ca sta mazzamma vo' fa' guerra n'ata vota!... Turnasse!
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Facesse abbruscià n'ata vota 'e puoste 'e farina! Fermasse n'ata vota 'o ruca 'e Matalune, e l'afferrase pe pietto, e 'o facesse scénnere 'a cavallo!...
Bernardina (fieramente:) — Chello ca nun teniste core 'e fa' tu!
Catania (senza interrompersi:) — Va! Vallo a chiammà. Ca mettesse n'ata vota a sacco e fuoco 'a casa d''o ruca 'e Caivano, e facesse n'ata vota un arravogliacuósemo!..
Bernardina. — Mariuolo e traritore si' stato tu! Isso facette mpènnere a nu cumpagno, pecchè lle truvaie nu zecchino 'n cuollo!
Catania (sghignazzando orribilmente:) — 'Alantomo 'e natura! Vallo a chiammà! 'E cchiave 'e San Lurenzo stanno a dispusiziona soia! S''e mmettesse a llato n'ata vota, e curresse, scammesato, ncoppa 'o cavallo ianco! Spugliasse 'a chiésia d''a Maronna 'e Piererotta! E sciabuliasse n'ata vota 'e cumpagne suoie, mmiez''o Mercato!
Bernardina. — Accussì t'avesse sciabuliato a te, ca pure poco sarrìa stato!
Catania. — A me!... Ah ah! E cumpà Carluccio è vorpa vecchia! Cumpà Carluccio ll'ha cartiato sempre. 'O furnaro d''o Carmeniello teneva a mente buono ca 'a riggina d''e ssarde ll'aveva ritto ca no! Amicizia e sangiuanne! Ma cu na màschera 'n faccia e c''o curtiello pronto!
Bernardina (affannosamente:) — Anema senza Dio!
Catania. — Tutto chello che buò... Ma sempe quadrato 'e cerevella! (Selvaggiamente ironico:) 'O generale! Ll'era iuto 'o grasso ô core, ll'era iuto! Ma... lle steva sempre a fianco st'angelo custode! (Indica se stesso). Sette iuorne 'e regno, sette anne 'e tribulazione!... Ma fernette 'a zezzenella!... E fùiemo quatto, ca lle facèttemo 'a festa! Quatto! Nce scigliette 'o vicerré 'n perzona, Fràteme, Ngiulillo Ardizzone, Ndriuccio Roma, e io...
Bernardina (scossa da un lungo fremtio di raccapriccio, segue le parole di lui, con crescente affanno).
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Catania (senza pause, feroce, ghignante, come rivivendo la tragedia orrenda:) — 'O ièttemo a truvà 'int''o cummento ô Carmene... «Signor Masaniello!... Signor Masaniello!» ...Che?! 'O chiammàimo signore!... — «Andate in cerca di me?»... S'era cevelezzato, 'o pisciavìnolo!... — «Eh, sì! A te iammo truvanno... 'O vicerré te manna stu rammaglietto!» (Rapidamente, stendendo le braccia e accennando al tiro di un archibugio:) Ppìn!... Nu crisuómmolo, 'n fronte!... Se stupetiaie... Ma... nun buleva murì!... Allora... allora io ll'ascette 'e faccia, e 'o puntaie 'n pietto, doi' vote, una 'int''a ll'ata!...
Bernardina (al colmo del raccapriccio, prorompe in un grido altissimo, lacerante, e si covre il volto con ambo le mani. Rantola, soffoca:) — Tu?!... Fuste tu?! (Retrocede verso la scaletta).
Catania (è per investirla, sogghignando. Ma d'un tratto si arresta, come interdetto).


SCENA QUARTA.


Detti. — La turba. Gli sgherri, Ciommo Donnarumma.
Onofrio Cafiero. Un monaco carmelitano.


(Di lontano, giungono le grida di una moltitudine agitata e commossa. È un coro tumultuoso e indecifrabile, che si chiarisce e ingrossa, a misura che la turba in rivolta avanza verso la piazzetta).


La turba. — Viva Masaniello! A morte 'e giannìzzere! Abbasso il mal governo! Vulimmo a Giuanne 'e Masaniello!


(Un colpo di archibugio accresce il furore dei rivoltosi. Gli urli di morte si fanno più feroci e compatti. D'improvviso, le campane della chiesa del Carmine risuonano a stesa, come un alto e incalzante grido d'allarme).


Catania (all'inizio del tumulto si è soffermato, come
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colpito da paralisi. Un tremore invincibile lo investe dal capo alle piante. Il suo volto illividisce, in un pallore di morte. Ma la sua volontà è ostinata e ferma. Egli tace, e guarda intorno, con gli occhi dilatati).
Bernardina (dal pionerottolo, sul quale si è rifugiata,segue le mosse del suo nemico, sospesa, palpitante. Un sorriso di aspra voluttà dà al suo volto contrazioni come di spasimo. Mormora, con voce rotta dall'affanno fiocamente:) — Ah! Si turnasse!... Si turnasse!... (E si protende ansiosa verso il finestrone chiuso).
Catania (ode l'invocazione della donna, e abbrividisce. Come a scacciare l'augurio sinistro, si passa la mano su la fronte, e mormora, quasi fra se:) — No!... No!... Nun po essere!... Nun po essere!...


(Pochi isanti di terrore e di perplessità. Alle campane del Carmine rispondono quelle della chiesa di Sant'Agostino alla Zecca. Poi l'urlìo si rinnova e si propaga con un crescendo spaventevole).
(Si batte replicatamente, e con urgenza, alla porta del vano. Dietro di essa si ammassano gli sgherri ridesti e atterriti).


Le voci degli sgherri. — Cumpà Carlù! Cumpà Carlù! (La porta è scossa violentemente). Cumpà Carlù!
La voce di Cruscone (in un ruggito:) — Menàtela 'n terra, sta porta!
Catania (si scuote, corre al vano, apre la porta).


(Appariscono gli sbirri, avviliti e tremanti).


Spingardo. — Sèvereddio! Fanno overo, fanno!
Ciccotonno. — Sarva sarva! 'O fatto 'e Razzullo!
Cangiano. — Barricate 'a porta!
Perillo. — Sàglieno comme 'e ffurmìcule 'a vascia 'a Sellarìa!... Vonno a Giuanne 'e Masaniello!... Ll'aggio abbistate 'a coppa 'o fenestone d''a cammarata... So' tutte 'e cumpagne d''o pisciavìnolo!... Nùfrio Cafiero... Ciommo 'o putecaro... Gennarino Annese... Fra'
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Savino... E pure 'a mamma!...
Cruscone. — Pur essa? Chella scrofa!
Perillo. — Pure 'a mamma è Masaniello!... Stanno tutte armate... E strascìneno a nu muorto!...
Catania. — Nu muorto?!
Perillo. — Mm'è paruto d''o canòscere... È 'o presirente Cennamo... Ll'hanno scannato mmiez''a chiazza â Sellarìa!
Cruscone. — E mo stanno cca, pe mèttere a fuoco 'a Caserma!... Cumpà Carlù?!...
Catania (non risponde. Volge uno sguardo altero, come di sfida, alla donna, la quale segue con esultanza sempre più viva le parole e i gesti degli sgherri. Con uno sforzo supremo di volontà, riesce a vincere un'ultima esitazione. Afferma, deciso:) — No! Nun ha da turnà!... 'E boglio guardà 'n faccia! (Corre al finestrone e, coraggiosamente, ne spalanca gli scuri).


(Appare la piazzetta dei
Calderai, assepata di popolani e donnicciuole, nel rosso ardore delle fiaccole di resina, portate dai rivoltosi. Salgono al cielo i clamori e le imprecazioni, come da una bolgia infernale. Rossegiano al lume delle fiaccole le facce dei lor portatori. Ondeggia nell'aria rossa una testa mozza, conficcata alla punta di una picca. E tutto il quadrivio è un enorme tumulo, nel cuor di un incendio).


Ciommo Donnarumma (un popolano dal volto acceso e dalla capigliatura scomposta. È in maniche di camicia, nudo il petto irsuto. Sorge dal cuor della moltitudine. Diritto sul poggiuolo, che è presso la sua bottega, lancia un urlo squassante:) — 'A casa 'e ron Giulio Genuino!... A Sant'Aniello 'e Rasse!
La turba. — A Sant'Aniello 'e Rasse! A morte Genuino! A morte!
Ciommo Donnarumma. — Sotto 'e ffosse ò Miglio! Scarcerammo a Giuanne 'e Masaniello! (Dispare nella turba).
La turba. — Viva Masaniello! Vulimmo a Giuanne 'e
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Masaniello! 'O frate carnale d''o generale nuosto! 'E ffascine! Abbrusciate 'a caserma! (Ripetuti e incalzanti colpi di accetta, su l'uscio di strada).
Cruscone. — Cumpà Carlù! Chiste nce abbrusciano vive!
Gli altri sgherri. — Rebazzate 'a porta!... Nchiurite 'o fenestone!... Cumpà Carlù?!...
Perillo. — Vita pe bita! (Corre alla parete, per armarsi del suo archibugio; ma retrocede, come investito dalla moltitudine, che or si addensa alla inferriata). Hanno acciso 'a sentinella!


(Al grido di Perillo, gli sgherri sono assaliti da un terror folle, e si accalcano presso il vano, ruggendo bestemmie indecifrabili, lottando per cercare una via di scampa. Spariscono tutti nel vano, e ne richiudono con violenza la porta).


Catania (è disanimato dal terrore dei suoi subordinati. Cerca anch'egli uno scampo, e si precipita alla porta del vano. Ma questa è già chiusa; ed egli la scuote, e vi brancica con le unghie, disperatamente, come per forzarla. Non bada più alla donna).
Bernardina (in preda ad una esaltazione sempre più viva, che la scuote tutta, si è precipitata giù per la scaletta, è corsa al finestrone; e or si aggrappa con ambo le mani alla inferriata, e grida disperatamente, con quanta voce ha:) — Abbrusciàtelo vivo!... Vivo abbrusciàtelo! È stato isso! È stato isso! (Accenna a Catania, il quale continua a scuotere l'uscio chiuso).


(Nella moltitudine appare e dispare la cocolla di un monaco carmelitano. Simultaneamente, dietro le sbarre, si sofferma l'alta e forte figura di Onofrio Cafiero).


Bernardina (a Cafiero, in una suprema invocazione:) — Cumpà!... Cumpà!...
Onofrio Cafiero (sorpreso e sdegnato:) — 'A cummare?!... 'A riggina nosta mmiezo 'e sbirre 'e pulezia?!
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(Si volge alla folla, e urla:) 'A riggina nosta mmiezo 'e sbirre d''o vicerré!
La turba (accalcandosi alla inferriata:) — 'A riggina nosta! Vulimmo 'a riggina nosta!
Onofrio Cafiero (guardando nell'interno:) — E ce sta pure 'o furnaro d''o Carmeniello! Accerìtelo a stu nfamone!
Bernardina. — Abbrusciàtelo vivo! Vivo strascenàtelo, pe do' strascenaie a marìtemo muorto!
La turba. — A morte 'o furnaro d''o Carmeniello!... A morte 'o boia 'e Masaniello!


(Un'archibugiata risuona nell'aria. Colpito nelle spalle, Carlo Catania vacilla su se stesso, tenta di aggrapparsi con ambo le mani alla porta; ma le forze gli mancano. Egli scivola lungo la parete, e si abbatte, le mani in croce, la faccia contro il suolo, ai piedi della donna).
La turba (acclamando trionfalmente:) — Viva Masaniello!
Bernardina (in cospetto del trucidato, ha un sorriso di selvaggia voluttà, congiunto ad un fremito di orrore. Retrocede verso la porta).
Onofrio Cafiero. — È muorto! Scatasciate sta porta! Vulimmo 'a riggin nosta!
La turba. — 'A riggina nosta! Dàlle c''o sciamarro! Vulimmo 'a riggina nostra!


(La porta è per crollare sotto i colpi delle accette).


La turba (in un delirio di entusiasmo:) — Viva Masaniello!... 'A riggina nosta!... 'A riggina 'e Masaniello! (Molti popolani si sono arrampicati alla inferriata. Su tutta la piazzetta è un urlo compatto di acclamazione. Suonano a stesa le campane dei maggiori templi della «Fedelisima»)



SIPARIO.
  1. Le « battute » di Miguel sono seritte secondo i modi della pronuncia.