Teatro - Aniello Costagliola/Carmela

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NOTICE: Mixed italian-neapolitan. In general, italics are for theatrical indications and are given in italian and dialogs are mostly in neapolitan.

Teatro  (1929)  by Aniello Costagliola
Carmela
[ Cover ]
ANIELLO COSTAGLIOLA


TEATRO


«CALZOLERIA MAJETTA» - OMBRE A MARE - «MASANIELLO» - «CRONACA NERA» - CARMELA


Prefazione di ROBERTO BRACCO



NAPOLI

ISTITUTO EDITORIALE MERIDIONALE

MCMXXIX

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PROPRIETÀ LETTERARIA
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_____________________________________

Napoli - Gestione Stab. Cromo-Tip.Comm. F. RAZZI - Napoli

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PRESENTAZIONE



Nella visible vita cotidiana, Aniello Costagliola appariva un uomo insensibile pacato sereno, d'una serenità chiusa opaca, non gioconda, né malinconica, d'una serenità a pari distanza dal pianto e dal riso. Il suo aspetto i suoi atteggiamenti i suoi atti la sua voce erano i connotati d'una esistenza che impassibile si lasciasse portare lentamente da un mediocre Destino giù giù per il declivio del tempo come un sughero dalle acque pigre d'un cheto fiume. — Al contatto dell'Arte altrui egli si rivelava un tutt'altro uomo. Si rivelava un sensibile. O addirittura una sensitiva. Le sue sensazioni, che il troppo scarso e scolorato e quasi timido eloquio non bastava a esprimere, chiedevano l'ausilio della penna per manifestarsi tali quali erano: vivaci, ricche, complesse, espansive, personali. E, scrivendo d'arte, s'inebriava. S'inebriava soprattutto nel designare ciò che più aveva destato la sua ammirazione, nell'adornarlo di cesellati elogi, nel proiettarvi una luce che ne rischiarasse i pregi all'occhio del lettore. Il biasimo non gli si confaceva. La

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sua prosa facile lucida e densa — così spesso sperperata nelle anonime snervanti rassegnate e necessarie fatiche del giornalismo — era palpitante di ebrezza quando egli ammirava. E da quella prosa traspariva la sua gioia. Traspariva ch'egli amava di ammirare.
«Nil admirari», fu un motto proveniente dalla negativa filosofia epicurea, ed è rimasto come un motto deprimente, come un triste consiglio d'inerzia spirituale. L'ammirazione è una festa dello spirito. E amare di ammirare è una nobile ed esclusiva facoltà dei temperamenti semplici dolci ottimistici, predisposti alla letizia.
Ma c'era un terzo Costagliola: un Costagliola nel cui profondo un vigile pessimismo, tetro spasmodico e pietoso, accoglieva le ripercussioni di tutti i dolori umani, gli echi sinistri dei fatali peccati e dei delitti che abietano l'umanità, le ombre delle eterne miserie materiali e morali che dei delitti e dei peccati sono l'infinito scenario. Da quest'altro Costagliola — che nella visible vita cotidiana era insospettabile — sorgeva l'autore di teatro.
E appunto le affermazioni più schiette più concrete e più mature dell'autore di teatro compongono questo postumo volume, che io, onorandomi di compiere un dovere verso il fedele amico scomparso, presento a un pubblico che non è — lo so — una folla, perché alla somma, prevedibile o imprevedibile, dei gusti e dei capricci e dei diritti delle folle nulla del Costagliola più veramente

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artista fu e sarà mai veramente vicino. Sono quadri foschi di cui le piccole sagome ingrandiscono nella livida visione che diffondono. Son quadri angosciosi che schiantano l'animo. Sono brevi tragedie segnate con l'acquaforte del pessimismo, della pietà, dello spasimo. Miserie, peccati, delitti, dolori, e ancora dolori, e sempre dolori. In Aniello Costagliola l'autore di teatro era congenitamente tragico.
La comicità la caricatura il grottesco, di cui la sua acuta osservazione traeva dal Vero gli elementi, appaiono nei mirabili scorci sintetici delle svariate innumere figure di sfondo, nei particolari di folklore ambientale da lui riprodotti con perfetta vivida dipintura: e la tragicità svolgentesi nell'organismo scenico è intensificata dall'antitesi, violenta o ironica. Ma, come sostanza e scopo totale risultato d'arte, la comicità la caricatura il grottesco non si riscontrano che in alcuni dei suoi lavori scritti in collaborazione con Raffaele Chiurazzi:
'O Cumitato, 'A femmena, L'Agnello Pasquale... e ne dimentico forse qualcuno. La circonstanza che lo trama degli ultimi due da me citati derivò da due gioielli del Boccaccio si aggiunge al criterio pel quale credo non essenziale nel Costagliola l'espressione comica. E, pur astraendo da tale circostanza, io insisto. L'indole e i caratteri più insisti — l'essenzialità — d'un autore non sono identificabili e non sono da ricercare nella fusione e confusione del suo ingegno con quello d'un altro

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autore. Bisogna ricercarli nella sua opera individuale. Una collaborazione copre sempre d'una ambigua parvenza il profilo della intrinseca personalità di ciascun collaboratore. — Sicchè, io trattengo ogni ulteriore indagine dinanzi al laboratorio creativo e tecnico in cui Aniello Costagliola e Raffaele Chiurazzi, insieme, costruirono la commedia vernacola ridondante di buonumore popolaresco per secondare, opportunamente, la gran voglia di ridere che hanno per atavismo le platee del teatro dialettale napoletano, dove regnarono — e, conveniamone, non senza gloria — Pulcinella e Sciosciammocca. L'arte di Aniello Costagliola, autore tragico, tendeva a sollevare, non per programma, ma per impulso istintivo, il teatro dialettale napoletano all'importanza del « teatro di pensiero ». Si può disapprovare cotesta tendenza come troppo ardua e ambiziosa, si può giudicarla una pericolosa deviazione, specie se si consideri che ben si contennero nei confini d'un propizio romanticismo, cioè d'una affascinante poesia di colore e di sentimenti, molto tradizionale, quei nostri Valorosi — tra cui qualcuno d'altissima rinomanza e autorità — che più luminosamente contribuirono all'evoluzione e all'ascensione del teatro dialettale napoletano di questo primo quato di secolo. Ma io dovevo essere e fui e sono entusiasta d'una tendenza che confortò e carezzò in me l'autore di Don Pietro Caruso, di Sperduti nel buio, di Nuttat''e neve (Napoli vista

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da un suo figlio malinconicamente pensoso) e di quell'
Uoccchie Cunzacrate con cui volli indicare le maggiori possibilità etiche del teatro dedicato al popolo.
Accanto a me, sulla medesima strada, deferente e fervoroso, era Aniello Costagliola. Conoscitore impareggiabile di tutta la scala degli strati sociali inferiori della Napoli d'oggi, della Napoli d'ieri, della Napoli storica, della Napoli morta e sopravvissuta nell'atmosfera oltre le cose tangibili; collezionista di tutte le favole, di tutte le leggende, di tutte le superstizioni, di tutte le stranezze pullulanti tra il Vesuvio e Posillipo fino a quando Posillipo e il Vesuvio hanno potuto difendere contro l'invasione della Civiltà crudele la più bizzarra e meravigliosa città del mondo; cultore e discernitore delle dovizie del nostro dialetto con la stessa paziente passione e con lo stesso acume filologico con cui Niccolò Tommaseo studiava e discerneva quelle della lingua italiana — Aniello Costagliola mise Napoli Napoli Napoli in ogni piega in ogni fibra in ogni molecola dei suoi lavori scenici. Ma anche qualche altra cosa mise nei cinque drammi qui raccolti, di non uguale valore, uguali nella forza e nella evidenza della loro interiorità. Vi mise la sua inquietudine: Vi mise la febbre e l'inchiesta della sua mente inquieta. In essi, attraverso la napoletanità viva e perfino esuberante della figurazione teatrale, si sente l'ansia di un'arte esploratrice dei più reconditi segreti

[ it ]della coscienza, scrutatrice di ampie e profonde verità, ricercatrice dei nascosti e intricati cammini del Male e del Bene — Ecco il teatro di pensiero.


Ho detto quassù che so di presentare questo volume a un pubblico che non è una folla. Lo confermo. Quando si avanza il Pensiero, le folle fuggono.

Napoli - Gennaio, 1929.


ROBERTO BRACCO [ 9 ]
TEATRO


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“ Calzoleria Majetta „
DRAMMA IN UN ATTO
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LE PARTI:

Giacinto Majetta.
Nanella.
Erricuccio.
Turillo 'o lavurante.
'A se' Matalena.
'O brigadiere Schisà.
'A guardia Matutino.
'O guardaporta Abbamonte.
'O Cavaliere Ardichella.
Martulella 'a fruttaiola.
'On Giuvanne 'o canteniere
Maniglia 'o Galantariale.
'O barbiere Buonvicino.
'On Pascalino 'o pustiere.
'O giurnalista.
L'usciere.
Zi' monaco.
Due agenti di polizia.
La folla.
Voci interne


A Napoli: nel rione della Pignasecca. Oggi.

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L'AMBIENTE



« Calzoleria Majetta »
Un camerone rettangolare. Basso il soffitto, costruito a vôlte. A destra, la porta di strada, con imposte a vetri opachi. Nel fondo, un vano ad arco, ricoperto da una pesante portiera rossa, a fiorami; a traverso la portiera, quando questa si apre, si scorge una scala di legno, che conduce ad una camera soprastante. In capo al vano, nel centro della parete, un grande orologio a pendolo.
Le tre pareti sono occupate, per i due terzi della loro altezza, da vetrine e scansìe, pur chiuse da imposte a vetri. Nelle vetrine e nelle scansìe, si vedono, in bell'ordine, scarpe e scarpine di tutte le dimensioni, per donna, per uomo, per bambino. Allineati sul davanti, da destra verso sinistra, tre deschetti, con tutti gli utensili ocorrenti alla manifattura delle scarpe, e tre sedioline di paglia, senza dorso. Un'ampia tavola è nell'angolo di sinistra del davanti, ricoperta da un tappetto logoro e sbiadito; e su la tavola un enorme paio di forbici, un coltello senza manico, e molte pelli, di diverso colore, tagliate. Anche a sinistra, ma un po' verso il fondo, una macchina per cucire. In torno alla tavola, tre sedie di Vienna. Un breve divano, con la copertura rossa, a destra del vano. Qualche altra sedia. Presso il divano, a terra, è disteso un tappetino, anche rosso, consunto.
Un pomeriggio di state.

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SCENA PRIMA


Nanella, Majetta, Turillo.


Majetta (è in maniche di camicia, diritto presso il tavolo. È intento a tagliare con un coltello senza manico un pezzo di cuoio marrone. Un lungo grembiule di tela grigia gli covre la parte anteriore della persona, e gli si annoda sul collo e nei fianchi. Ha l'aria stanca e triste; ogni tanto, depone le forbici, e si concentra, come assalito da un pensiero tormentoso).
Turillo (siede presso la panchetta centrale. È anche in maniche di camicia, e veste un grembiule simile a quello di Majetta. Dà lucido alla suola di una scarpina, che stringe fra le ginocchia e il petto curvo. Lavora sveltamente).
Nanella (china sul piano della macchina, punteggia gli orli di una sottana di mussola. A tratti, guarda di sottecchi suo padre, con un evidente moto di pena).


(Quache momento di silenzio, interrotto dal monotomo cigolìo della macchina).

(Il vecchio orologio batte l'ora, a lentissimi rintocchi: mezz'ora dopo il mezzodì).


Majetta. (a Turillo:) — A proposito: si' stato add''o signurino 'e Benvenuto?
Turillo. (senza interrompere il suo lavoro:) — Stammatina, a primma matina, princepà.
Majetta. — Be'. E che mmasciata t'ha fatta?
Turillo. — Ha ditto ca dimane manna isso 'o guardaporta cca.
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Majetta. — Sempe 'a stessa letanìa! (Deciso:) Alle corte: stasera tòrnece; e dille ca io nun pozzo aspettà cchiù, ca 'e denare mme servono! (Sorride amaramente, e brontola:) So' signure! Tèneno e pussèreno! E nun vonno capì co 'o cummercio è na rota! (Sbuffando:) E vabbè!


SCENA SECONDA


Detti. — Ardichella.


Ardichella (un ometto su la quarantina, magro e tutto gesti. Ha la barbettina nera, a punta, e il monocolo perennemente incastonato nell'orbita. Veste di nero, elegantissimo. Parla rapidamente, senza pause, e si muove come tormentato da un irrefrenabile tic nervoso. Dopo di aver fatto battere la punta del suo bastone di ebano su le lastre della porta di strada, entra chiamando:) — Giacì, Giacì.
Majetta (lasciando cadere il coltello sul tavolo, e correndo verso di lui, con ansia:) — Cavaliè?
Turillo. — 'O scellenza!
Nanella (senza muoversi, sorride un po', e saluta con un lieve cenno del capo).
Ardichella (a Nanella, galantemente:) — Signorina! (A Turillo, d'un tono familiare:) Ciao, galantò! (A Majetta, accennando dell'occhio ai due giovani:) A proposito, Giacì: quanno 'e pruvammo sti cunfiette?


(Il cigolìo della macchina si interrompe bruscamente).


Ardichella (sorridendo a Nanella:) — Ànchete! Che s'è spezzato l'aco?


(Pudica e un po' confusa, Nanella abbassa gli occhi).


Turillo (quasi balbettando:) — Signurì,... 'o scellenza,... vulite pazzià?
Ardichella. — E pecchè? Si te vulesse fa' 'o cumpare?
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Turillo. — Tant'onore putèssemo ricevere!
Ardichella. — Dimme nu poco, overo: quann'è? quann'è?
Turillo. — Quanno vo' Dio, e... quanno vo' papà. (E accenna con la mano a Majetta).
Ardichella. — Quanno vo' papà? Embè, a chi s'aspetta? (A Majetta:) Sa', Giacì: vuttammo e' mmane, pecchè... mme spiego?...è l'aria ca 'o mmena! (E ride:) Ah ah ah!
Majetta (ansioso e trepidante:) — Dunque?... Cavaliè?...
Ardichella (con una strizzatina d'occhi gli fa intendere che vuol parlargli da solo).
Majetta. — Nanè, tu e Turillo iate ncoppa 'o mezzanino a verificà 'o cunto d''a manifattura.
Turillo(comprende. Subito, depone la scarpina sul deschetto, si alza, si avvolge il grembiule nei fianchi, e si avvia sveltamente verso il vano del fondo). — Cavaliè, ce date 'o permesso?
Nanella (si alza anch'ella, e si avvia verso il vano). — Permettete, cavaliè?
Ardichella. — Fate. Fate. E buon lavoro!


(Nanella e Turillo scompaiono dietro la portiera. Su la scala di legno si ode per poco il rumore dei passi).


Ardichella (scherzoso:) — Neh, Giacì, stammo sicure?
Majetta (con tutta l'anima, sforzandosi di sorridere un po':) — Manco si fosse io stesso! Chillo guaglione è comme si mme fosse figlio!
Ardichella (serio:) — Capisco. Io pazzeo.
Majetta (avidamente, come sospeso tra la speranza e il timore:) — E... dunque?... Signurì?...
Ardichella (rannuvolandosi e sbuffando:) — Bubbaaah!... Caro Giacinto,... bisogna rassegnarsi...
Majetta. — Cavaliè?!
Ardichella. — Là, nun s'è potuto cumbinà niente!
Majetta. — Niente?!
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Ardichella. — Purtroppo! Ogge scenne l'usciere: o paghe, o...
Majetta. — E mm''o dicite accussì?!
Ardichella (spallucciando:) — Embè!... Caro mio...
Majetta. — E io comme faccio?!... Ma comme!... Nun s'è pututo vedè?... Nu poco 'e dilazione...
Ardichella. — Ho fatto l'impossibile, caro Giacinto! Ho parlato c''o direttore, c''o cassiere, per farti ottenere un piccolo respiro... Niente! Mm'hanno risposto: «Si è già accordata una lunga dilazione. Ora, l'effetto è in protesto da parecchi giorni... Capirà: il giro degli affari...» Sa', Giacì: 'e ssòlite chiacchiere...
Majetta (disperatamente:) — 'O siquestro!... Ma io vaco mmiez'a na via!... È n'assassinio!
Ardichella. — Via!... Non esageriamo!
Majetta. — ...Pe milleduciento lire!... Pe na miseria!... Doppo quarant'anne... Povera casa mia!... Povera casa mia!... (Nasconde il volto nelle mani, come per dolore ed orrore).


(Un breve silenzio).


Ardichella (tormentando il suo monocolo:) — Eh! So' disgrazie, che ce vuò fa'? (Una pausa). Ma... nun putisse ricorrere a qualche amico? Che so... pagando un piccolo interesse...
Majetta. — Ce aggio penzato. Erricuccio è asciuto stammatina, primma 'e schiarà iuorno, pe fa' nu tentativo add''o cumpariello, a Puòrtice; e nun è turnato ancora. Forse, 'o cumpare ll'avarrà trattenuto, pe...
Ardichella. — E... dunque? Vedi bene che tutto si aggiusta... Mme dispiace ca nun te pozzo servì io... Sa': momentaneamente...
Majetta. — Grazie, cavaliè. Ne so' cunvinto. Sperammo ca Erricuccio cumbinasse cose bone; e si no... Mme credite, signurì? 'O relore nun è pe me, ma pe chella povera figlia, pe chillo povero Erricuccio... (Supplichevole:) Cavaliè!... Cavaliè, vedite vuie...
Ardichella. — Ma tu si' grande assaie, sa'! Embè! Io
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mo te sto' preganno! (Una pausa). Che cosa si potrebbe fare? (Come riflettendo:) Vediamo, Vediamo...
Majetta. — Vedite, cavaliè!
Ardichella (dopo breve riflessione, decidendosi:) — Be'. Mo vado a fa' n'ultimo tentativo, col notaio, con l'usciere... Il tentare non nuoce. Tentiamo (Stendendo la mano a Majetta:) Va. Statte buono.
Majetta (stringendogliela:) — Cavaliè, io mi affido a lei...
Ardichella. — Vedrò... Farò quanto potrò... E te faccio sapè 'a risposta. Ciao! (E se ne va, di fretta).
Majetta (lentamente, ritorna presso il tavolo, e riprende il suo lavoro).


(Un silenzio).


SCENA TERZA.


Majetta, il brigadiere di polizia Schisà, la guardia Matutino, altre due guardie, il portinaio Abbamonte, 'on Giuvanne 'o canteniere, il barbiere Buonvicino, 'on Pascalino, Maniglia 'o galantariale, Martulella, il giornalista, un monaco, la folla. Poi, Nanella.


(Giunge dalla via il clamore di una turba, che si avanza, vociando confusamente, verso la bottega. Più la folla procede, più il clamore si fa assordante, e qualche voce si distingue nel tumulto).


La folla (dall'interno, urlando, imprecando, fischiando:) — 'A puteca 'e Majetta! — Cca! Cca! Cca! — E nun vuttate! — Mannaggia! — Chiano chiano! — Nu mumento! — Facite passà 'o brigatiere; — 'O scellenza, passate!
Matutino (dall'interno, minaccioso:) — Sgombrate! Largo! Ostia! Largo!


(Fin dall'inizio del tumulto, Majetta è corso presso l'
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uscio di strada, lo ha aperto un po', e a traverso la breve apertura or guarda la sua via, sorpreso e intento).


(La porta si spalanca subitamente. Irrompono nella bottega il brigadiere
Schisà, la guardia Matutino, e le altre due guardie. La folla li segue, vociante, lottante, accalcantesi. E nella folla si confondono Abbamonte, 'on Giuvanne, 'on Pascalino, Martulella, Maniglia, Buonvicino, il giornalista, e un enorme monaco francescano. Matutino e le altre due guardie si sforzano invano di contenere l'invasione).


Matutino (affannosamente:) — Ehi!... Silenzio!... Sgombrate!... Sacr...!


(Il tumulto si attenua alquanto).


Schisà (un omaccione. Ha i baffi neri e folti, lo sguardo duro, il berretto di sghembo. Si avanza risolutamente verso Majetta, e chiede, d'un tono imperioso:) — 'O princepale?
Majetta — Ai comandi vostri.


(Di tra le pieghe della portiera, in fondo, appare il volto di Nanella. La giovane rimane in ascolto, gli occhi sgranati, ansimante).


Schisà — 'O lavurante addò sta?
Majetta (preoccupatissimo:) — Turillo?...
Schisà. — Che ne saccio, io! Turillo... Francisco... Nicola... Addò sta?
Majetta (indicando il vano del fondo:) — Ncoppa.
Nanella (emette un breve grido angoscioso:) — Ah!... (E dispare dietro la portiera, chiamando disperatamente:) Turì!... Turì!... Turì!... (La voce di lei svanisce in uno schianto).
Schisà. — Va benissimo! (A Matutino:) Tu fa muntà 'a guardia a' porta: e... sfullammo! sfullammo!
Matutino (diritto e impettito, ode gli ordini; poi, saluta militarmente). — Pronti, brigadiere!
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Schisà (a Majetta:) — Princepà, favorite vuie pure.
Majetta (stordito e inconscio:) — Agli ordini!


(Schisà e Majetta spariscono dietro la porta del vano).

(Intanto, la folla è cresciuta; ed ora si pigia, trattenuta o stenti dalle guardie, presso il vano del fondo. Il tumulto si rinnova, più vivo e compatto).


Matutino (acceso in volto, e con voce aspra e forte:) — Sgombrate! Su! Via! Sgombrate! (E insieme con le due guardie cerca di spingere la moltitudine verso l'uscio di strada).
Voci confuse. — Ncoppa 'e Cchianche! — 'O signurino 'e Benvenuto! — Una botta!
'On Pascalino (ad Abbamonte:) — 'O lavurante?!
'On Giuvanne (ad Abbamonte:) — 'O signurino 'e Benvenuto?!
Abbamonte. — Ll'ha scannato, pe ll'arrubbà!
Zi' monaco. — Libera nos, Domine.
Martulella (una popolana florida e pingue. A Maniglia, scandolezzata:) — Neh! Vuie sentite?!
Maniglia (un vecchietto asciutto e sbarbato. Porta sul petto, sostenuta alle punte di una cinghia, che gli gira dietro il collo, una grande scatola di legno, colma di rasoi, pettini, bocchini ed altri piccoli oggetti di pastiglia. A Martulella, guardando in alto e sospirando:) — Eh! Vuluntà 'e Dio!
Il giornalista (un pertichino, miope e un po' incurvato al sommo delle spalle. Cerca di farsi largo a traverso la folla, e acuisce lo sguardo avido verso il vano).
Voci confuse. — Aspettate! — Facitece vedè! — Chesto ched'è! (Si ode qualche fischio).
Schisà (dall'interno, severo:) — Matutì! Nu poco 'e silenzio!
Matutino (respingendo la folla e digrignando:) — Mannaggia l'anima d''e mamme vostre! Mme volete fa' compromettere con i superiori!... Andiamo! Su! Via!
Voci confuse. — Guè! Oh! — Nun vuttà!
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'On Pascalino. — A uno 'a vota!
'On Giuvanne. — Fatte cchiù llà! Tu mm'affuoche!
Maniglia (stringendo la scatola contro il petto:) — Auànte p''o magazzino!
Martulella (al monaco, che la preme:) — Zi' mò! A gròlia 'e Dio! Vuie mme scamazzate!
Zi' Monaco (gesuitico:) — Benedetta figlia mia! È la ressa! È la ressa! (Sospettoso e mortificato, si allontana cautamente).
Le due guardie. — Avanti! Via! Sgombrate! (E si sforzano sempre più di respingere la folla).
Voci confuse. — E mo! — Nu mumento! — Nu poco 'e maniera! (Urla e fischi)
Matutino (inferocito:) — Sacrestia!... Tutti così, sti napoletani!... Su! Su! (Col fodero della daga colpisce la moltitudine ripetutamente). Ce vonno pe forza 'e piattonate! Via! Via! Via!


(La moltitudine si disperde: grida, bestemmie, ululati).


'On Giuvanne (colpito sul dorso, a Matutino:) — Sacrestì! Tu mme sfeliette!
Martulella — E cèchece! Che maniera!
Maniglia. — Ca cca 'a mercanzia va pe ll'aria!


(Nel trambusto, il giornalista, che vuole a forza intrufolarsi, è respinto violentemente).


Il giornalista. — Razza di malcreati!
Voci confuse. — Oh oh! — Lassa 'o i'! — 'On Ciccì! Ti scasso i vetri!


(La folla esce, sempre tumultuando; se ne odono per poco, ancora, i clamori su la via. Nella bottega son rimasti Abbamonte, 'on Giuvanne, Martulella, 'on Pascalino, Maniglia, Buonvicino, il giornalista, Matutino, le due guardie).


Matutino (stanco, nervoso, ansimante:) — Figli de
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cani! So' n'affare serio, sti meridionali! (Alle guardie:) A voi! Piantonate 'a porta, e non lasciate passare manco a Domeneddio!


(Le due guardie escono).


Il Giornalista (accostandosi a Matutino, con grazia un po' esagerata:) — Scusi. Se non le dispiace, mi dica...
Matutino (alquanto burbero:)— Che cosa?
Il giornalista. — ...come è andata la faccenda.
Matutino. — Chi è lei?
Il giornalista. Reporter del « don Marzio ».
Matutino. — Giornalista?
Il giornalista. — Precisamente.
Matutino. — Un momentino. (Va presso il vano, e parla un po' forte, a traverso l'apertura della portiera). Brigadiere!
Schisà (dall'interno:) — Che c'è?
Matutino. — C'è, qui, un giornalista, che vorrebbe...
Schisà. — Mannannillo!
Matutino. — Pronti! (Ritorna al giornalista).
Il giornalista. — Dunque? Che le ha detto il collega?
Matutino. — Collega! Scusi: è nu brigadiere, lei?
Il giornalista. — Pubblicista, prego. Ma c'è l'affinità. La stampa illumina la giustizia, nelle sue investigazioni.
Matutino (sorride, con una strana smorfia d'incredulità. Poi:) — Il brigadiere dice che non è questo il momento... Po favorire in ufficio, lei?
Il giornalista. — Ecco... Veda... Non si potrebbe, ora?
Matutino. (seccato:) — Ma il brigadiere la prega...
Il giornalista. — E non si disturbi. (Sorridente, cerimonioso:) Vuol dire che ci vedremo in Questura. Ciao.
Matutino — Riverisco.


(Il giornalista se ne va, sbuffando. E anche Matutino sbuffa la sua noia).


Matutino (ad Abbamonte e agli altri, che si affollano, cianciando, presso il vano:) — Ancora qua, voialtri?! Accidenti!
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Abbamonte (con gravità:) — Nu mumento. Noi siamo il portinaio della vittima. È il dovere che ci chiama.
Matutino (agli altri:) — E voi?
'On Pascalino. — Appuntà, nui simmo amice 'e casa...
Matutino. — Che amici e amici! Che c'è ricevimento, qua? (Accenna a spingere Martulella).
Martulella (un po' risentita:) — Guè! Guè! (Piano, brontolando:) 'I' comm'è amaro, 'o sargente!
Matutino (duro e insospettito, alla donna:) — Che mastichi giaculatorie, tu?
Maniglia. — Niente, mariscià. Cumpatitela... So' femmene.
Martulella (continua a brontolare:) — Seh! E guardeme n'ato poco! Che mme vulisse purtà a Santa Maria Agnone?
'On Giuvanne. — Oi' ne'! Ma che vulisse fa' nu rebellione!
Buonvicino. — Embè, che serve? Chillo, 'o marisciallo, è cosa nosta.
Matutino. — Fate silenzio voi! E badate ca se sento volà na mosca, ve metto a' porta, senza misericordia! (E va a piantarsi presso il vano, diritto e immobile).
Martulella (ad Abbamonte, con sincera pena:) — Neh, 'on Stanisilà, ma ne site sicuro ca è stato proprio Turillo?
Abbamonte. — Sicurissimo, figlia mia benedetta! Ll'aggio visto trasì io, cu ll'uocchie mieie, 'int''o palazzo.
Martulella. — Ma ve fusseve ngannato? Chillo, Turillo, è nu giovene accussì cuieto, accussì sistimato.
'On Pascalino. — Ecco: certe volte, l'apparenza inganna.
Abbamonte. — Niente affatto, 'on Pascalino mio! Ll'ha ditto 'o signurino, 'n punto 'e morte!
'On Giuvanne. — Sensa! 'O muorto ha parlato?!


(Mormorio di sorpresa e di terrore, nel gruppo)


Abbamonte. — Eccuccà: in brevi termini, 'o fatto cammina accussì.
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(I cinque ascoltatori si raccolgono intorno al vecchietto, intenti).


Abbamonte. — 'O signurino, ogne viernarì a matino, mme mannava addo n'amico d''o suio, nu cabalista, p'avè 'e certe, p''o sàpeto. Ogge è viernarì. E stammatina, sicondo 'o ssòleto, io so' asciuto a primma ora, pe ghì' a piglià 'e nummere. Sotto 'o palazzo, aggio asciato a Turillo, ca traseva. — « Stanislà, 'o signurino sta ncoppa? » — « Neh, Turì! A chest'ora! » — « Embè: nun 'o ssapite ca io tengo ll'arta suggetta? » — « Be'. Sta ncoppa ». E mme ne so' ghiuto. So' turnato doppo quacche uretta. E so' sagliuto ncopp'add''o signurino, pe lle cunzignà n'ammiloppe ca mm'aveva data l'amico... Tuzzuleo... Nisciuno risponne... Tuzzuleo n'ata vota... Niente! Faccio i' 'o campaniello 'n terra... È ben inutile!... E che po essere?... Ca lle fosse venuto quacche inzulto?!... Capite? 'O signurino era bastantamente avanzatiello..... (Con ansia affannosa:) Allora, aggio chiammato ll'inquiline d''o palazzo: 'on Custanzo 'o ntrèppeche, l'ispettore Chianese... Avimmo scassato 'a porta... Simmo trasute... E ch'avimmo visto?!... 'O signurino steva 'n terra... 'int''o saluttino... scannato comm'a nu vitiello!...
Martulella (atterrita:) — Mamma d''a Libera!
'On Giuvanne. — 'O fatto è trùvolo!
Buonvicino. — Povero signore!
Maniglia (guardando il cielo, e sospirando:) — Signore, accuoglielo 'n gloria! Nu poco secaturnese era; ma... nu sant'ommo!
'On Pascalino. — E po'? E po'?
Abbamonte. — Ce simmo accustate... Risciatava ancora... — « Signor Benvenuto? Signor Benvenuto? Come l'è andata? Chi vi ha ferito? » — ha spiato l'ispettore... — « 'O scar...pa..ro! »... — « Ma chi? chi? — aggio spiato io. — 'O giovene 'e Majetta? »... Mm'ha guardato... Ha sturzellato ll'uocchie... E nun ha parlato cchiù. Era muorto.
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(Un silenzio lugubre).


Abbamonte. — N'avimmo date parte a' Sezione. È sciso 'o giùrice. E meno male ca s'è truvato l'ispettore Chianese presente, si no passavo pur io 'o lòteno.
Martulella. — Giesù, Giuseppe, Sant'Anna e Maria! (E si fa il segno della croce).. Iusto mo stu fragello, 'int'a sta ricca casa! Chillo steva a ghiuorne a ghiuorne pe dà parola cu 'a signurina Nanella! Povera figliola! Nun s''a mmeretava sta sciorte!... E mo ca 'o ssape 'on Erricuccio?! Chill'angelo 'e figlio ne piglia certo na malatia! Vo' tanto bene 'a sora, e steva tutto priato p''o matremmonio d''a signurina cu Turillo! E mo?...
'On Giuvanne. — Eh! E mo se sposa cu 'a catena d''o furzato, 'on Saveratore! Ll'è benuto faglio 'o risigno, ll'è benuto! Pecchesto, stammatina, 'o mio signore è venuto a' cantina, e mm'ha urdinato nu quarto 'e chello agliardo e nu ruoto 'e mulignane. Guè! E mm'ha pavato nnante, cu na riecelira nova nova! Steva 'n pòlesa, l'amico! Mh'ha ditto ca s'aveva pigliato na pavulella, pecchè ogge è 'o nomme d''a mamma, e teneva tavula 'a casa (Con asprezza ironica:) 'A pavulella! Chillo sta a 'e piere 'e Pilato, peggio 'e me, e va facenno tavule e tavulelle! Vuleva dicere! Butto ce steva sotto!
Martulella (alquanto adirata:) — 'O 'i' lloco 'on Giuvanne, 'o 'i'! Mme pare Pessina! Tanno è cuntento, quanno saglie e scenne p''o Tribunale! Ch'avite saputo ca ll'ha arrubbato, Turillo, a 'o signurino?
Abbamonte. — E se sape, bella mia! 'O cascettino, addò 'o signore teneva 'e denare, s'è truvato apierto.
Maniglia. — 'O fatto è lampante!


SCENA QUARTA


Detti.Voci interne, poi Schisà.


(Le parole di Maniglia sono interrotte da un tramestio, come di persone lottanti, nel vano del fondo. Si
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odono le voci di Turillo, di Nanella, di Schisà, di Majetta. Poi, appare Schisà di tra le pieghe della portiera. La voce di una guardia. La voce di un cocchiere. Le voci della folla).


Turillo (dall'interno, con voce aspra, roca, affannosa:) — È n'abuso!... È nu scagno!... Io nun ne saccio niente!... Brigatiè!... Brigatiè!...
Schisà (dall'interno, imperiosamente:) — Fermo! Tu t'arruine, accussì!
Turillo (come dianzi:) — E sì! E sì!... Voglio murì!... Faciteme murì!
Schisà (come dianzi:) — Matutì 'E fierre!
Matutino. — Pronti! (E dispare nel vano).
(Abbamonte e gli altri si raccolgono presso il vano, curiosi e intenti).

Abbamonte. — Ll'ammanèttano!
Martulella. — Maronna mia!
'On Giuvanne. — Oltraggio e ribellione!
'On Pascalino. — Ma ch'è pazzo?!
Buonvicino. — N'ato lòteno!
Maniglia. — Ah, Signò!
Turillo (dall'interno, prima pietoso, poi minaccioso:) — Lassateme!... Lassa!... Mannaggia!...
Nanella (dall'interno, supplichevole:) — No, Turì!... No!...
Turillo (come dianzi:) — E nun mm'attaccate!... Nun mm'ammanettate!... Pe Giesucrì...!
Matutino (dall'interno, energicamente:) — Ehi!
Majetta (dall'interno, con voce soffocata:) — Che faie?!
Nanella (dall'interno, rantolando:) — Ah!
Schisà (appare di tra le pieghe della portiera. È livido. Vôlto all'interno:) — Nun 'o lassà! Ca chisto se fa schizzà 'e ccerevella 'n faccia 'e mmura! (Si avanza borbottando:) È pazzo! Nun ce so' criste! È pazzo!


(Gi astanti si scostano prudentemente, ma curiosi di notizie).

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Abbamonte (quasi azzardando la domanda:) — Brigatiè,... ch'è succieso?
Schisà. — E ch'ha da succedere!... È na crisi nervosa!... Chillo mme pare n'ossesso! S'ha fatta 'a faccia comm'a nu Santo Lazzaro!... Steva dànno 'e capa 'n faccia 'o muro!... Ll'aggio avuto 'a fa' mettere a forza 'e fierre. E si no, che purtammo nu cadavere, ncoppa?... Chiammate na carruzzella!
(Tutti si affollano presso la porta di strada).

Martulella. — Che pena! Che pena!
Gli altri (gridando fuori:) — Na carruzzella! Chiammate na cetatina!
Schisà (forte, ad una delle guardie di fuori:) — Jovinè! Na carruzzella.
La voce di una guardia. — Ehi! Cocchiè!
Le voci della folla. — Na carruzzella! — Tetì! Avota! — Cca! Cca!
La voce di un cocchiere. — 'E piere! 'A guardia! 'Àteme 'o passaggio! (Si ode lo schioccar della frusta).
Schisà (sempre guardando fuori:) — Ancora sta folla, lloco! ma che facimmo l'opera, cca?
Le voci delle guardie. — Largo! Largo! Sgombrate!


(Un gran brusìo di voci externe).

(In tanto, Turillo è apparso sotto l'arco del vano. Ha i polsi costretti nelle manotte. È pallidissimo, tremante, sconvolto, e cerca di divincolarsi dalle strette di Matutino).


SCENA QUINTA.


Detti. — Turillo, Matutino, Nanella, Majetta.


Turillo (a Matutino, lottando:) — Nun tirà!... Nun mme tirà!... Lassa!
Matutino (implacabile:) — Sta fermo! Che forza de boia! Cu tutte 'e ferri, spara pugni, ch'è nu diavolo!
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(Entra Majetta. Ha la faccia terrea, gli occhi gonfi. Sostiene fra le braccia Nanella, la quale abbandona la testa sul petto di lui. La giovane è quasi svenuta. Egli la conduce lentamente presso una sedia, nel fondo, e la fa sedere, e le sta, diritto, accanto, come a proteggerla silenziosamente. Martulella si accosta alla coppia).


Turillo (in tanto, continua a resistere e a protestare, eccitandosi sempre più). — E nun astrègnere!... Fallo p''a Maronna, nun astrègnere! Io nun aggio fatto niente!
Schisà (affabilmente:) — Calma, Calma.
Matutino. — S'è sfregiato comm'a nu Cristo!
Turillo. — Brigatiè! Brigatiè! Pe carità! Chisto è nu scagno!... Brigatiè!... Chi mm'ha nfamato, accussì? (Piange d'ira, di dolore, di vergogna. Tutti lo circondano, e cercano di confortarlo).
'On Giuvanne. — Abbara a chello che faie!
Maniglia. — Penza a chella povera vecchia!
Buonvicino. — Tu faie peggio, accussì!
'On Pascalino. — Càlmete! Càlmete!
Turillo (inconsolabile:) — Ma io nun ne saccio niente! Io nun aggio fatto niente!... È nu scagno!... 'O princepale addò sta?


(Come annichilito, Majetta non si muove e non risponde).


Turillo (volgendo lo sguardo in torno, invoca:) — Princepà!... Princepà! (Vede Nanella e Majetta), Nanè!... Princepà! Parlate vuie... Cca mettono 'n croce a Giesucristo! (A Matutino:) Lassateme!... Lassa!
Matutino — E finiscila! Sacr...!
Majetta (con uno sforzo evidente, muovendo qualche passo verso il giovane:) — Turì... (Ma non può altro dire: la sua voce è rotta da una commozione intensa).
Turillo. — Princepà! Princepà, vuie sentite?!... E parlate vuie!... Dicitincello vuie ca chisto è nu scagno!... Princepà!
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SCENA SESTA.

Detti. — Matalena. La voce di una guardia.
La voce del cocchiere. Le voci della folla

Le voci della folla (confusamente:) — 'Assate passà! — 'Assate passà, sigurì! — È 'a mamma! — 'Assate 'a passà! È 'a mamma!
Matalena (dall'interno:) — 'Assàteme passà!... Addò sta 'o figlio mio?... Addò sta?... 'Assàteme passà! (Entra. Una vecchierella bianca e sottile. È fuori di sè. Cerca in torno con los guardo, avidamente, il suo figliuolo; ma non riesce a vederlo. E continua a invocare e a delirare:) Addò sta?... Addò sta?... Diciteme addò sta 'o piccerillo mio!
Turillo (con uno strazio ineffabile nella voce:) — Oi' ma'!...
Matalena (subitamente si volge, corre alla voce, si stringe, quasi si abbarbica sul petto di suo figlio, e rantola, con un grido dell'anima:) — Turì... Figlio mio!
Schisà (cercando di trattenerla, delicatamente:) — Vicchiarè...
Turillo (pietoso:) — 'Assate 'a i', brigatiè!... È mamma mia!... Che male po fa' na povera vicchiarella?
Matalena (supplichevole, a Schisà:) — Signurì!... Signurì, io ve saccio... Vuie nun tenite 'o malo core... Nun mm''o maletrattate, 'o figlio mio! (E cerca di afferrare le mani di Schisà, per baciargliele). Io ve vaso 'e mmane... Nun mm''o maletrattate, signurì! E faciteme sta cu isso, accussì! (E si abbandona nuovamente sul petto di Turillo).
Schisà (alquanto intenerito:) — E va bene... va bene... Ma cca, no... Cchiù tarde, venite ncoppa...
Matalena. — Venite ncoppa... Ncoppa?... Addò?... (Si solleva lentamente, contempla con uno sguardo sospettoso il figliuolo; scorge le manotte ai polsi di lui; grida in uno schianto:) Ah... Ammanettato!... Ncatenato comm'a nu 'aliota!... Figlio mio! (E cade fra le braccia di Martulella, che le sta vicino, gemendo con poca voce:) È overo, è overo chello che mm'hanno ditto!
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Turillo (con tutta l'anima, uscendo con Matutino, che quasi lo trascina:) — No! Oi' ma'! Nun ce credere!... Mm'hanno nfamato! Mm'hanno nfamato!


(Turillo e Matutino escono. Li seguono Schisà, Abbamonte, 'on Giuvanne e don Pascalino).


Le voci delle guardie — Largo! Largo!
(Si accentua il mormorio della folla).
Matalena (ancor fra le braccia di Martulella, stancamente:) — Chiammate na carruzzella... Nun mm''o facite murì 'e scuorno, 'o figlio mio!... Chiammate na carruzzella.
Marturella (con dolcezza, accarezzandole i capelli:) — Sta fore, 'a cetatina. Sta fore. Nun dubitate.
La voce del cocchiere. — 'A miezo! 'A guardia! 'E piere, péccérì!... Ah! (La frusta schiocca).
(Si ode il rotolìo della vettura, che si allontana. Il mormorio della folla si sperde, a poco a poco).
Matalena (quasi inebetita, ricorda le ultime parole di Turillo, e or le va ripetendo intorno, come per farle bene intendere a coloro che le hanno udite:) — Avite ntiso?... Figliemo nun ha fatto niente... Ll'hanno nfamato!... Avite ntiso?
Martulella. — Embè, 'àteve curaggio!
Buonvicino. — Si è nu scagno, tutto vene a luce!
Maniglia. — 'Àteve forza, se' Matalè!
Matalena. — ma ll'avite ntiso, bona ge'?... Nun ha fatto niente Turillo mio!
Martulella. — E sissignore. Vo' di' ca nun hanno che lle fa'. Chella bella mamma d''a Pignasecca ll'ha da fa' 'a grazia!
Matalena. — 'O voglio vedè!... Addò s''o portano, mo?... 'O voglio vedè!
Martulella. — E sì, sì. Mo v'accumpagno io.
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Matalena. — Cumpatiteme. So' 'a mamma Mme ll'aggio cresciuto senza pate... tantillo... accussì... (A Majetta:) Princepà! Sentite a na mamma... Nun ce credite. Turillo nun ha fatto niente (A Nanella, che nasconde il volto su le braccia incrociate, e singhiozza lievemente:) Nanè!... Figlia mia bella!... Mo nun tiene cchiù a Turillo tuio!... Turillo mio!... Figlio mio bello! (E se ne va, accompagnata e sostenuta da Martulella).


(Un silenzio).

Buonvicino (grave e pensoso, a Maniglia:) — 'O munno è nu mistero: cchiù 'o sturìe, e meno ne piglie spagliòccola!
Maniglia. È troppo giusto e reulare!... Salute a sta casa! (Ed esce sospirando).
Buonvicino (dopo qualche altro istante di riflessione:) — Basta. (A Majetta:) Princepà, io ve saluto. Aggia dà ora a chi mme dà pane. Se avete comandi...
Majetta. — Grazie, Facite 'e fatte vuoste.


(Buonvicino esce).
(La pendola batte l'ora: il tocco).


SCENA SETTIMA

Nanella, Majetta.


(Un lungo silenzio. Si ode soltanto, a tratti, il gemito sommeso di Nanella)

Majetta (appare desolato. Guarda la figliuola, qualche istante; poi le si accosta, e la chiama teneramente:) — Nanè!
Nanella (non si scuote; ma continua a gemere e a singhiozzare, con più acuta pena).
Majetta (quasi timido, accarezzandole i capelli:) — Nanè!... Figlia mia... (Non sa e non può aggiungere altro. Prende con ambo le mani, delicatamente, la testa della
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giovine e la solleva un po', arrovesciandola su lo schienale della sedia, in modo da scovrire il volto di lei; poi si piega e le dà nu bacio in fronte).
Nanella (non geme più; apre gli occhi, e guarda Majetta, smarrita e ansiosa. D'un tratto, fa uno sforzo per sollevarsi, si aggrappa al collo di suo padre, e prorompe in una crisi di lacrime, balbettando parole monche e in parte incomprensibili). — Papà!... Turillo... no!...
Majetta (simultaneamente, stringendola fra le braccia:) — Figlia mia!... E no!... E no!...


(Un silenzio).


Majetta. — Meh! Nun fa' accussì... È nu sbaglio ca s''è pigliato...
Nanella inconsolabile, con poca voce:) — È peccato murtale!... Turillo nun ha fatto niente!
Majetta. — E sì... Nun ha fatto niente... (Staccandosi da lei, che ricade su la sedia:) Nun sapeva manià 'o curtiello manco pe staccà 'e ssòle, nun sapeva! (Muove qualche passo; poi si arresta bruscamente, come riassalito dal sospetto; e balbetta, quasi come parlado a se stesso:) Ma 'o guardaporta dice ca ll''ha visto trasì... 'O muorto ha parlato... E che significa? Ll'ha visto?... E quanno?... E comme?... « 'O scarparo »?... E che ce sta uno scarparo 'into Napule (È al centro della stanza, la faccia rivolta alla porta di strada).
Nanella (ripete ogni tanto, come un'eco lugubre agl'interrogativi di Majetta:) — No... No... No...
(Ancora, un breve silenzio).


SCENA OTTAVA.


Detti. — Erricuccio.

(Erricuccio appare di tra i battenti dell'uscio. È un giovine di ventidue anni. Veste elegantemente, di nero. S'indugia alquanto en la soglia; vacilla un po', e si
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appoggia ad uno degli stipiti. È tutto invaso da uno strano terrore; ma si sforza di apparir calmo).
Majetta (non appena il giovine appare, con lieve tremore nella voce:) — Erricù!...
Erricuccio. — Papà? (Un fremito gli attraversa il corpo).
Majetta. — Si' tricato fino a mo?
Erricuccio (avanzandosi, con uno sforzo:) — 'O cumpariello... mm'ha trattenuto... Nun se truvava denare pronte.
Majetta. — E te l'ha date?
Erricuccio. — Sì
Majetta. — Meno male!... E lassammo fa' a Dio!


(Un silenzio).


Majetta (si accosta a Nanella, e la scuote dolcemente). — Nanè... Nanè, è venuto Erricuccio. (Ma la giovane è ricaduta nell'abbattimento: e non si muove, e non risponde).


Majetta. — Erricù... figlio mio... chiàmmela tu... fatte vedè...
Erricuccio (con passo lento e stanco, si accosta alla giovine; le pone una mano sul capo, e si sforza di parlare. Ma la mano gli trema, e gli trema la voce. Dice a stenti:) Nanè... Allegramente, Nanè... Tutto s'è aggiustato... Allegramente!... (Si china un po' su lei: ma subito si raddirizza, con uno scatto). Tu chiagne?!... Nanè?!...
Nanella (senza muoversi, e con voce lacerata dai singhiozzi:) — E sulo chiagnere pozzo!... Sulo chiagnere, Erricù!... Turillo...
Erricuccio (balbettante, smarrito:) — Turillo?... Ch'è stato, Turillo?... (A Majetta, gli occhi sgranati, la voce roca:) Addò sta Turillo?
Majetta (prudentemente:) — Mo vene... È asciuto nu mumento... Mo torna.
Nanella (scotendosi e sollevandosi dalla sedia, con uno sforzo:) — No, ca nun torna, Erricù!... Ll'hanno arrestato!
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Erricuccio (come ad un urto violento, vacilla; per non cadere, si sorregge alla tavola. È assalito da un tremore indomabile. Ripete, come un ebete:) — Arrestato?!
Nanella (subito:) — Nun ha fatto niente, Erricù!
Majetta. — Niente... È stato nu scagno... Hanno ditto... Dice... Ma nun po essere... S'ha ngannata l'anema Benvenuto!
Erricuccio (subito, con un rantolo breve e mozzo, istintivamente:) — No! (Retrocede di qualche passo, strisciando su l'orto della tavola. È livido; le sue labbra si allargano e si stringono, con moto convulso. Dal capo ai piedi, egli è tutto un brivido. Le sue pupille si dilatano, nel terrore. Vorrebbe parlare, ma non può. E continua a balbettare, a tratti:) No!... No!... No!... (È giunto, così, ad uno degli angoli della tavola, verso il fondo, presso una sedia. Ora, tutti gli spiriti gli vengono meno. Egli si abbandona alla sedia, si nasconde il volto nelle mani, e piange dirottamente).
Nanella (atterrita, si leva, e corre accanto al giovine, invocando, in uno schianto:) — Erricù?!
Majetta (assalito da un atroce sospetto, sussulta, e corre anch'egli presso il giovine; ma si ferma alle spalle di lui, trepidante, in un'attesa angosciosa):


(Le tre azioni sieno rapidissime e simultanee).


Erricuccio (rannicchiandosi su la sedia, sperduto e annichilito, come un bambino, rantola perdutamente:) — Turillo, no!... Papà!... Nanè!... Nun mme lassate!... Nun me lassate!...(Non ha più forza di parlare: e si accusa col gesto, percotendosi il petto)
Nanella (con un urlo lacerante:) — Ah!... (Cade dinanzi a Erricuccio, e si abbatte con la testa e con le braccia su le ginocchia di lui:) — Madonna mia!... Madonna mia!...
Majetta (simultaneamente:) — Tu?! (Con moto rapido; corre all'uscio di strada, e lo chiude. Poi ritorna presso il figliuolo: lo scuote con ambo le mani,
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violentemente, come per incitarlo a parlare, a chiarire, a smentire). Cristo 'n croce!... Si' stato tu?!... No!... Nun po essere!... (Sorride e spasima, come in delirio:) Figliemo è pazzo!... Erricù!... Erricù, dimme ca sbarìe!... Ride, Erricù! Rideme 'n faccia!... Famme assicurà ca si' pazzo!...
Erricuccio (implacabile e pietoso:) — Turillo, no!... So' stato io!
Majetta. — Dio! Dio! Dio! (Si abbatte su di una sedia, presso a tavola, verso il fondo, e nasconde il volto nelle mani, inorridito e affranto. La sua persona quasi sparisce: se ne vedono soltanto le spalle incurvate).


(Un silenzio interrotto appena dal gemito affannoso, di Nanella).


Nanella. — Madonna mia!... Madonna mia!...
Erricuccio (con molte pause, come in un sogno lugubre:) — So' stato add''o cumpariello... E 'o cumpariello mm'ha licenziato cu doi' parole: « Dicite a papà ca nun 'o pozzo servì » (Desolato:) Comme se fa?... Si passa ogge e nun se paga, simmo perdute!... E papà?... E Nanella?... Pe mille lire!... Avimmo fatto bene a tanta gente... E mo ce votano 'a faccia, pe mille lire!... Comme se fa?... (Sussultando, come ad una trovata felice:) Aggio penzato a Benvenuto... È ricco... Dà denare a cambiale... Ce so' ghiuto... E Benvenuto ha ditto isso pure ca no! (Ricorda qualche battuta del dialogo, concitatamente:) — « Signurì, nun mme facite murì a papà... nun mme facite murì a Nanella. Vuie 'a canuscite piccerella, accussì, a Nanella... » — « No! » — Mille... pe duimila... pe tremila... e 'o magazzino pe garanzia... » — « No! »... Io priavo... Io chiagnevo... E isso: « No! »... Sempe no!... E nnanze teneva, apierto, nu cascettino... E dint''o cascettino... carte verde... carte rosse... Mm'abbrusciàveno ll'uocchie! (Di scatto, disperatamente, come un'invocazione suprema:) Signurì!... E 'a mano s'è stesa, nun vulenno... (Rievocando a rapidi tratti la
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scena truce, tutto abbrividendo nell'evocazione:) — « Mariuolo! »... — « Nun alluccate!... 'E denare stanno cca... » — « Mariuolo! » — « No!... Nun m'arruinate, signurì!... Tenite... Ma nun mme sbruvignate! » — 'N galera! Mariuolo! »... E s'è susuto... Steva p'arapì 'a porta... N'ato mumento, e tutte gl'inquiline d''o palazzo sarrieno sagliute 'n coppa... Dio! Dio! Nun ce aggio visto cchiù!... Mm'è venuto sotta mano nu tagliacarte... Lle so' curruto 'n cuollo... (Fa due o tre volte l'atto di colpire. Poi, con raccapriccio:) Ah!... E ched'è, tutto stu sanghe?!... (Inorridito e gemente:) Nun ero io!... Nun ero io!...


(Un silenzio breve. E nel silenzio, ancora, il gemito accorante di Nanella. I gomiti appuntati su la tavola, la testa fra le mani, Majetta tace, atterrito).


Erricuccio (cupo e trepidante, come nell'atto del furto:) — Na carta 'e mille lire... Doi' carte 'e ciente lire l'una... Quanto abbasta pe ritirà 'a cambiale... E niente cchiù. (Una pausa). So' asciuto... E aggio cammenato n'ora... doie... tre... senza sapè addò ievo... Mme pareva comme si 'a gente se n'addunasse...(Tutto invaso dal terrore:) Mamma mia!... (Una pausa). E so' turnato... E mme pare comme si mme fosse cunfessato... E mo mme sento meglio... mme sento meglio...
(Ancora, un silenzio).


Erricuccio (accarezzando con la mano tremante la chioma di Nanella:) — Nanè,... sora mia... E nun chiagnere cchiù!... Meh!... Dà curaggio a papà... Papà mo tene sulo a te (Una pausa). Sulo a te... (Come vinto da un'idea improvvisa, sussulta, e soggiunge:) A te... e a Turillo.
Majetta (preoccupatissimo, alza la testa, e guarda Erricuccio, quasi intuendo il pensiero di lui).
Erricuccio (allontana delicatamente dalle sue
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ginocchia il capo di Nanella, la quale, sempre gemente, si abbatte su la sedia! e si alza, ripetendo, come a ribadire un suo proposito intimo:) — A te... e a Turillo. (Muove qualche passo verso l'uscio di strada).
Majetta (si alza di scatto, e con passo rapido, va a piantarsi presso l'uscio, invocando, come a scongiurare una catastrofe imminente:) — Nanè!... Figlia mia!... Erricuccio se ne va!
Erricuccio (subito soffermandosi e agitando le mani in aria, come per soffocare il grido paterno:) — No, papà!
Nanella (istintivamente, cercando di sollevarsi e aggruppandosi allo schienale della sedia, grida con poca forza, ma con tutta l'anima:) — Erricù...
Majetta (senza neppure una pausa, incalzando:) — Se ne va! 'Ngalera se ne va! E nun 'o vedimmo cchiù!
Nanella. — Erricù!... (Protende disperatamente le braccia in avanti).
Erricuccio. — Sora mia! (Si precipita verso la giovine, quasi la solleva fra le sue braccia, si avviticchia a lei, balbettando, in un delirio di terrore, di tenerezza, di pietà:) — No!... No!... Nun te mettere paura!... Erricuccio nun se ne va!... Erricuccio nun se ne va!...


(Stanno avvinti l'uno all'altra, qualche istante).


Majetta (piega le braccia e il capo, e sospira)


(Un silenzio).

(Due o tre colpetti su le lastre dell'uscio di strada).


Majetta (sussultantdo:) — Chi è? (Si avvicina all'uscio, sospettoso).


(Simultaneamente, Erricuccio e Nanella si staccano, senza guardarsi. Nanella si abbandona alla sedia, presso il tavolo; Erricuccio si sostiene ad una delle panchette. Dopo breve esitazione, Majetta apre).


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SCENA NONA.


Detti. — L'Usciere.


L'Usciere (un tipo gracile, sbarbato, sbilenco. Veste un soprabitino nero, attillato, e un po' logoro e sbiadito. Un gran cappello duro, dalle ampie falde, gli scende fin quasi su le orecchie. Parla con voce sottile, feminea; e ogni tanto tossisce. Porta sotto il braccio un rotolo di carte bollate:) — Il signor Giacinto Majetta!
Majetta. — Comandatemi.
L'Usciere (s'inchina e tocca appena con la punta delle dita le falde del suo cappello. Poi, prudentemente:) — Ce sta n'effetto vostro, sconato alla Banca popolare cooperativa di Napoli, e già scaduto. Vi si è accordata anche una dilazione, piuttosto lunghetta; ma voi non vi siete presentato allo sportello... Capirate benissimo... bisogna procedere a norma di legge... Ho lasciato gli amici fuori, per evitare la pubblicità... Dunque?...
Erricuccio (con grande padronanza di sè, quasi con orgoglio:) — Casa Majetta ha pagato sempre! E pag, a qualunque costo!
L'usciere. — Ne ero sicuro! I galantuomini si conoscono!
Erricuccio. — Quanto è?
L'usciere. — Ecco. (Inforca gli occhiali e consulta un po' gli atti). L'effetto, compreso l'importo delle spese del precetto e del protesto, ammonta a lire millecentonovantadue.
Erricuccio (da una saccoccia interna della sua giacca ha già estratto tre biglietti di banca, uno da mille e due da cento lire ciascuno. Ora toccandoli appena, con evidente repulsione, li consegn all'usciere:) — Mille... Mille e cento... Mille e duecento...
L'usciere. — La specifica è qua (e gli mostra uno degli atti).
Erricuccio (subito:) — Nun voglio riesto.
L'usciere. — Grazie. Lo dicevo io al notaio: « Vedrete: Majetta farà, come sempre, onore ai suoi impegni ». Saccio io addò stanno 'e ppecore zoppe! (Deponendo
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su la panchetta centrale alcune carte:) Ecco l'effetto. Ed ecco gli atti. Perdonate il fastidio... Siamo esecutori di ordini, e dobbiamo fare il nostro dovere. (Tossisce un po'; poi, scappellandosi:) Signori! (e se ne va).


(Un silenzio. Erricuccio e Majetta si guardano fugacemente).


SCENA DECIMA.


Detti. — Matalena, Martulella.


La voce di un giornalaio


Matalena (accasciata, disfatta, appare su la soglia, e si avanza, sorreggendosi al braccio di Martulella). — Princepà! Princepà! Ll'hanno passato a 'e ccarcere, a Turillo mio!


(Un silenzio. Erricuccio sobbalza, ma riesce a contenersi, e si accascia su la sedia, che è presso la panchetta. Majetta lo invigila, con evidente preoccupazione).
Matalena (a Nanella:) — Signurì!... Nanè!... Vuie sentite?! Ll'hanno passato a 'e ccarcere, nnucentamente!... Nanè! Nun è overo ca Turillo nun ha fatto niente?


(Ancora un silenzio. Prona su lo schienale della sedia, Nanella nasconde il volto su le braccia congiunte; a tratti, singhiozza).


Matalena (intende la pena della giovine. Con frenesia dolorosa:) — Chiagne?!... Chiagne pe Turillo?!... Figlia mia bella! (E si slancia, come per abbracciarla e confortarla).
Marturella (trattenendola dolcemente:) — Nun facite chesto, se' Matalè! Nun vedite 'a signurina comme sta? Mo ce vo' 'o fatto, 'o princepale 'o vuleva bene comm'a nu figlio a Turillo. 'O signurino e 'a signurina, comm'a frate e sora.
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Matalena. — E chi nun 'o vuleva bene a chillo zengariello mio!
Martulella. — Meh! Àteve curaggio! Si è dato nu scagno, chella Mamma d''a Pignasecca ha da fa' appurà 'a verità. Lle vulimmo purtà 'e ccere, lle vulimmo!


(Un silenzio).


Matalena (lentamente:) — Princepà, mme facite nu piacere?
Majetta (con premura). — Ciento, se' Matalè
Matalena. — Si nun ve dispiace, mme putite dà 'e panne 'e Turillo?
Majetta. — Tutto chello ca vulite.
Martulella. — Addò stanno? Addò stanno?
Majetta. — Ncoppa 'o mezzanino. (Indica il vano del fondo).


(Martulella sparisce frettolosamente nel vano. Si ode il suo scalpiccìo su le scale di legno).

(Un lungo silenzio).


Martulella (rientra, con in mano gli abiti di Turillo, avvoltolati in un panno grigio), — Tenite, se' Matalè (e le porge l'involto).
Matalena (come in un delirio, bacia le vesti del suo figliuolo, e tra i baci farnetica:) — 'E boglio astipà!... 'E boglio mantènere pulite pulite... Pecchè Turillo se l'ha da mettere, mo ch'esce... Sì... Pecchè Turillo ha d'ascì, ampresso ampresso... (a Martulella:) È ovè? È overo ch'ha d'ascì?
Martulella (subito, come ansiosa di metter fine a tanta pena:) — E sì, sì. Anze, sapite che vulimmo fa'? Iammuncenne, mo. Iammo ncopp''a Sezione. Vedimmo 'e parlà cu l'ispettore.
Matalena (come insanita:) — Sì... Sì... Iammo a parlà cu ll'ispettore... (Appoggiata al bracio di Martulella,
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si avvia verso l'uscio di strada. A tratti, rompono il silenzio i singhiozzi brevi e radi della vecchietta).
Martulella (uscendo con lei, sospira:) — Ah, Giesucrì!


(Matalena e Martulella escono).

(Un silenzio).


La voce del giornalaio (cupa e lenta, quasi presso l'uscio di strada:) — 'O micìrio 'e coppa 'e Cchianche! « Roma »!


(Erricuccio e Majetta abbrividiscono, e guardano la terra. Nanella non piange più: sta come assorta).


La voce del giornalaio (lontana e lugubre): — 'O micìrio 'e stammatina! « Roma »!


(La pendola batte l'ora: mezz'ora dopo il tocco).


SIPARIO.
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Ombre a mare
NOVELLA IN UN ATTO
_______


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LE PARTI:

Il Sopraintendente.
Il primo Governatore.
Il secondo Governatore.
Il Segretario.
Il Ragioniere.
Un Avvocato.
L'Economo.
Don Pellegrino.
Il guardiano Battista.
Il guardiano Ardia.
L'inserviente Zaccaria.
Il cieco Serafino Corona.
Il cieco Santino Spada.
Il cieco Arcà.
Il cieco Amitrano.
Il cieco « Sensitiva ».
Il cieco Salemme.
Altri diciassette ciechi.
Voci interne.


A Napoli. I giorni nostri.
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L'AMBIENTE



A Posillipo. Il cortile centrale di un ospizio di ciechi.
Nel fondo del cortile, un ampio verone, che ha l'apertura ad arco e la balaustra di brevi colonne di pietra grezza. Di là dal verone, sul fondo del cielo costellato, si disegnano le vette a sega del piccolo Appennino napoletno. Il paesaggio si avvia in un miracolo di plenilunio.
L'interno del cortile è un'ampia navata concava. Su le pareti laterali, in fuga verso il verone, si aprono le porte pesanti di quattro sale: due a destra, due a sinistra. Qualche porta è aperta. Qualche altra è socchiusa. Qualche altra è chiusa. Al sommo di ciascuna porta, dipinto su pietra lucida, è un numero romano. Su la parete di destra, la porta verso il fondo è segnata col numero I, e quella sul davanti col numero II; su la parete di sinistra, la porta del davanti reca il numero III, e quella del fondo il numero IV. A destra e a sinistra, tra porta e porta, l'imboccatura di due corridoi interni. Nel mezzo del cortile centrale, attaccata all'ultimo anello di una sottile catena di ferro, è una lanterna, pènsile, di forma quadrangolare e con le facce di vetro. La lanterna è a saliscendi; in alto, la catena attraversa il giro di una carrucola, e ha l'altra punta attaccata ad un piòlo, infisso nella parete di sinistra. Sul muro di faccia, a destra del verone, un enorme e annerito Crocefisso di legno. Davanti al Cristo scoppietta gli ultimi tremiti una lampada ad olio. Giù, perpendicolarmente alla croce, un inginocchiatoio. Nel cortile, sparsi, due o tre sgabelli di legno.
Vuoto e silenzio. La lanterna è spenta. La penombra invade l'ambiente.
Dal mare, ogni tanto, il lento gorgoglio dell'onda, negl'interstizi della scogliera.

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I.


(Il silenzio è interrotto dai rintocchi di un orologio vicino. È la seconda ora di una sera di maggio: le otto).


(L'orologio tace. E il silenzio incombe).

(Dall'interno dell'Asilo, le note dell'organo. Tremolanti voci femminili si accompagnano al suono del grave stromento: giù nella chiesetta del villaggio, le vecchie pinzochere intonano la « Canzonzina al Cuor di Maria »).

Il canto delle vecchie.

« Ti adoro ogni momento,
o vivo Pan del Ciel, nel Sacramento!
Lodata sempre sia
l'Immacolata Vergine Maria! »


(Il canto cessa, qualche istante. Squillano argentinamente i campanelli. È l'elevazione dell'Ostia. Poi, la sacra nenia si rinnova, con più romoroso fervore).


Il canto delle vecchie.

« Gesù! Cuor di Maria!
Vi prego benedir l'anima mia!»


(Il guardiano Battista, nella sua divisa verdognola, filettata di rosso agli orli, luccicante di grossi bottoni dorati e col berretto di sghembo, vien dal cortile di sinistra. Stacca la catena della lanterna dal piòlo. La lanterna discende. Dopo di averla assicurata nuovamente al piòlo, egli ne accende la fiamma interna con
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un fiammifero di legno. Poi, la fa risalire, e riattacca la catena alla parete. Durante il suo ufficio, il guardiano sbuffa la sua noia).


(In tanto, la nenia religiosa si estingue, lentamente. Un silenzio).


II.


(Dal cortile di destra sbuca don Pellegrino, un prete grave e rubicondo. Veste a nera sottana. Non ha il mantello. Sul cocuzzolo, la berretta poligonale).


Battista (umilmente, cavandosi il berretto:) — Bacio le mani, padre.
Don Pellegrino. — Benedetto, figlio!


(Il prete va nel fondo, si toglie la berretta, si piega un po' su l'inginocchiatoio, biascica una breve orazione incomprensibile; poi, si raddrizza, si rimette la berretta, estrae da una saccoccia della sottana una scatola di metallo bianco, la apre, annusa, viene sul davanti).


Don Pellegrino. — Novità?
Il guardiano Battista. — Appiccio 'e llampe p''e ccammarate. È 'a nuvità 'e tutte 'e ssere.
Don Pellerino. — A ciascuno il suo ufficio, figlio benedetto. E tutto a gloria del Signore! Ogni uomo deve portare la sua pietruzza all'edificio della Vita.
Il guardiano Battista. — Ma io ce porto vàsele, padre spirituale mio! Sti cecate — buono ce tocca! — nun mme dànno nu minuto 'e rèquie! Nun tèneno uocchie, ma t''a fanno 'int'a ll'uocchie! Ve rammentate, ll'ata matina?
Don Pellerino (sospira e scuote il capo:) — Eh!
Il guardiano Battista. — Tengo ancora nu mbombó ncopp'a ll'uocchio deritto (si tocca la fronte). Nu rebellione, pecché 'o refettorio è scarzo. Se dice: uocchio ca nun vede, core ca nun desidera. Ma 'e cecate vonno mangià buono.
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Don Pellegrino. — Ingrati! Latte e caffè ogni mattina. Colezione, a mezzogiorno. A refettorio, due piatti, pane e frutta. E che vonno cchiù, sti sfurcate?
Il guardiano Battista. — Dice ca 'o Guverno passato 'e trattava comme a tanta figlie.
Don Pellegrino. — E se so' viste gli effetti di questa paternità! 'E rendite so' scese. Il bilancio è in deficit. Il disastro picchiava alle porte dell'Ospizio. E si nun fosse stato pe me, che ho consigliato serie economie al nuovo Governo, va trova, a quest'ora, sti cecate e sti vvicchiarielle addó sarrìeno iute a cadé!
Il guardiano Battista. — E nuie, poveri criste? E vuie, ca state perdenno 'a salute cca dinte? Mo fa ll'anno, quanno venìsteve cca, stìveve comm'a na vaccina...
Don Pellerino. — Economia: suprema lex! E addó vulive fa' economie? Ncopp''a Chiesa? Sul pane dello spirito?! Un sacrilegio! E una rovina per l'educazione dei ricoverati! E po', la Chiesa vive anche con l'obolo dei fedeli del rione...
Il guardiano Battista. — Giusto!
Don Pellegrino. — ... Sull'Amministrazione? E se ponno levà 'e spese d'ufficio al Governo, 'a carrozza al Sopraintendente, i gettoni al Segretario? Se ponno licenzià gli avvocati, 'o miedeco, 'o ragioniere, l'economo! Se po' taglià 'o stipendio agl'impiegati? Sarebbe un delitto!
Il guardiano Battista. — E ca chesto me mancarrìa! Cca stammo a tiéneme ca te tengo!
Don Pellegrino. — Dunque? Economia sul vitto, sull'alloggio, sul vestiario. Carne? Na volta 'a settimana, basta. Vino? Se ne po fa' a meno, nei giorni non festivi. Dolci, ogni domenica? E pecché? Nu vestito ogni anno, nu paio 'e scarpe ogni sei mesi, cambiamento 'e biancheria ogni cinque giorni? Troppo luso, cari miei! E chesta è casa 'e carità. Stringiamo i freni E ripariamo al deficit. (Annusando tabacco:) A gloria del Signore!


(Un breve silenzio).
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Don Pellegrino. — La sessione è finita? Il guardiano Battista. — Nun ancòra. 'A discussione piglia a luongo.


III.


(Dal cortile di destra sopraggiunge Zaccaria. È l'umile inserviente dell'Asilo. Un vecchietto basso e pingue. Veste l'abito verdognolo, come quello dei ricoverati. Ha il volto pelato, gli occhi piccoli, la capigliatura grigiastra, la fronte depressa. Erra sul suo volto, perennemente, il sorriso dell'ebete. La parola gli è fatta penosa dalla balbuzie. Quanno parla, egli si muove tutto, come invaso da un tic nervoso irresistibile. Da una saccoccia della sua giacca spuntano le cannucce lunghe e incurvate di due pipe di creta. Ha in mano un piccolo involto di carta grigia).


L'inserviente Zaccaria (al prete, sberrettandosi, devotamente:) — Bacio le mani, padre e superió.
Don Pellegrino. — Benedetto! (Gli porge la mano destra, e se la lascia baciare).
L'inserviente Zaccaria al guardiano, consegnandoli le due pipe:) — 'E pippe: dui' centè l'una. (E porgendogli il piccolo cartoccio:) Don Rusario nun ne teneva spuntatura. Mm'ha dato chesto. Dice ca fa scatarrà.
Il guardiano Battista. — Scatarrà?... Comme s'intende? (Apre un angolo del piccolo cartoccio, e osserva; poi, adirandosi:) Chesto è liccese!
Don Pellegrino (prorompe in una risata sonora). — Ah ah ah ah!...
Il guardiano Battista. — Che schiuvazione, cu chisto! (A Zaccaria:) Io t'aggio pregato: spuntatura; e tu mme puorte liccese?! Che fumo c''o naso, io?!


(Zaccaria lo guarda, spalluccia e sorride).


Il guardiano Battista (di scatto:) — E famme 'a
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resella 'n faccia a'... (Al prete, contenendosi:) Reverè, mille perdòne!
Don Pellerino (ha continuato a ridere. Ora, con un sospiro:) — Volontà di Dio! (Al guardiano:) Dà a me stu tabacco. (Serba l'involtino in una saccoccia della sottana; e da questa cava alcune monete, che consegna all'inserviente) E sta' attento, Zaccaria. Torna add''o tabaccaio: e digli ca te desse tabacco per la bocca, nun già tabacco p''o naso. Hai capito?
L'inserviente Zaccaria (ripete automaticamente:) — Per la bocca... (Avviandosi verso il corridoio donde è venuto:) Bacio le mani, padre e superió.
Don Pellegrino. — Torna subito, ca se chiude 'a porteria.
L'inserviente Zaccaria (esce ripetendo, come per fissarle bene nella sua mente, le parole del sacerdote:) — Per la bocca... Tabacco per la bocca...
Don Pellegrino (con la voce stanca di chi ha troppo riso, passandosi la pezzuola su gli occhi:) — Che tipo!
Il guardiano Battista. — Ce vo' 'a paciénza 'e Giobbe, padre spirituale mio! Già, chillo è don Rusario 'o tabaccaro, ca se piglio 'o poco 'e pusìlleco! (Dopo di aver soffiato un po' nelle cannucce delle due pipe, premendo la palma della mano destra sul cavo di esse, le serba nella saccoccia interna della sua giacca). E cheste so' n'ati doi' pippe nove! Vedimmo si fanno 'o gioco 'e bussilotte pure cu cheste!
Don Pellegrino. — Come? come?
Il guardiano Battista. — So' ccose nove! Cca s'arrobba senz'uocchie!
Don Pellegrino. — Si ruba?!
Il guardiano Battista. — Io tengo nu suspetto cu Saggese. 'O ncucciaie ll'ata notte, là, nnanz''o fenestone (indica il verone). Fumava 'a pippa.
Don Pellegrino. — Di notte?! A che ora?
Il guardiano Battista. — Puteva essere mezzanotte a passà.
Don Pellegrino (d'un tono di severità:) — E badateci, figlio benedetto! Un cieco... a quell'ora... non si sa
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mai!... 'O parapetto è basso. 'A finestra sporge a mare, e non ha imposte. La scogliera non è ancora finita. E poi, la disciplina!... Nu ricoverato ca se mette a fumà dopo 'o silenzio! Di questo passo, si va verso l'anarchia!... Così pure, c'è Santino Spada, che ha la manìa 'e sunà 'o clarino, di notte.
Il guardiano Battista. — Tene 'o permesso d'o Soprintendente.
Don Pellegrino. — Fino a nu certo punto!
Il guardiano Battista. — Facìtele vuie n'avvertimento, mo che tornano da 'o refettorio. Pe me intanto, cu Saggese nun ce voglio avé che ce fa'! Chillo è nu tipo ca nun mme capàcita. Pare comme si tenesse 'a nevrastenìa.
Don Pellegrino (più nel sospiro che nelle parole:) — Così è!
Il guardiano Battista. — Aiere a notte fece revutà 'a « siconda ». Che sa' che s'avette ' sunnà, se menaie da 'o lietto, e se iette a piantà nnante 'o letticciullo 'e Serrafino. Se lamentava, comm'a uno ca tene 'affanno. E teneva ll'uocchie spaparanzate, accussì. È appena nu mese ca è stato ammesso, e già nun avimmo cchiù che passà! (Una pausa). Ha da essere sunnambulo, credo.
Don Pellegrino (concentrato in un pensiero lugubre:) — Chi può mai scrutare i segreti della Provvidenza? Fortunato Saggese non nacque cieco.
Il guardiano Battista. — È ovè?
Don Pellegrino. — La cateratta, caro mio! Saggese è malato nel corpo e nello spirito. Acqua tranquilla alla superficie; ma sotto... sotto ce sta 'a tempesta. Osservalo bene. Parla poco; e si tu lle parle, o nun te risponne, o tremma e se sperde. Cerca la solitudine; e intanto ha paura 'e sta' sulo. Non vedi come si attacca a Serafino?
Il guardiano Battista. — 'A fune e 'o campaniello!
Don Pellegrino. — ...Serafino è comme si fosse l'angelo e 'o bastone di quel disgraziato. Con gli altri, niente: nè parola, nè comunella. (Pensoso:) Eh! Nel
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passato di quel cieco ci deve essere qualche mistero... Qualche trascorso giovanile... chi sa!... qualche rimorso...
Il guardiano Battista. — Dicite esatto: è nu mistero.
Don Pellegrino. — A proposito: 'o Segretario mm'ha dato sta lettera, pe Serafino. (Mostra una busta gialla, che ripone in saccoccia). Viene dall'isola di Santo Stefano. È 'o padre, che gli scrive.
Il guardiano Battista. — N'ato quadro spietato! 'A mamma accisa..., 'o pate n'galera... Ah, Signó!


IV.


(Attraversano il cortile, uscendo dal corridoio di sinistra e dirigendosi verso quello di destra, sette signori. Uno di essi veste un lungo soprabito nero, e ha la tuba lucida, piantata sul cocuzzolo; si appoggia a un bastone d'ebano, elegantissimo, e procede gravemente. È il Sopraintendente dell'Asilo. Lo circondano, ossequiosi, tre impiegati della pia casa: il Segretario, il Ragionere, un Avvocato: tre tipi che non hanno connotati degni di rilievo, tranne quello della devozione illimitata al Sopraintendente. Segue la comitiva un vecchietto, che ha il naso arrossato, l'andatura saltellante, la vestitura attillata, e il capo chiuso entro una berretta di velluto nero, con fili d'argento: è l'Economo, il quale ha la sua dimora nell'ospizio. Due altri gentiluomini — il secondo e il terzo governatore — vengono, ultimi, a braccetto, fumando la sigaretta).


(La comitiva procede, vociferando. Si distingue quache parola).


Il Segretario. — Ma le pare, Eccellenza!
Il Sopraintendente (grave:) — È in ballo il principio di autorità!
Il Ragioniere. — Giustissimo!
L'Avvocato. — E la legge sulle Opere pie?
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Il Sopraintendente. — Sarebbe una enormità!
Gli altri della comitiva (approvando, confusamente:) — Già! già — Come no! — Così è!


(La comitiva si sofferma al centro del cortile).
(Il guardiano si sberretta e s'inchina).

(Don Pellegrino si accosta al gruppo. È accolto con cordialità espansiva. Si ode qualche voce).


— Don Pellegrino!
— Don Pellegrino nostro!
— Sempre come una Pasqua!
— Una perla, don Pellegrino!

Don Pellegrino. (confuso e sorridente:) — Bontà loro! Bontà loro! Servo umilissimo del Signore!
Il Sopraintendente (al sacerdote:) — Il Consiglio di Prefettura ha approvato il « consuntivo ». Il signor Prefetto encomia il nostro governo, per le sensibili economie fatte sui diversi « capitoli ». Quest'anno, niente ammissioni! E niente sussidî e spese di beneficenza! L'Amministrazione della lesina! (Emettendo un profondo sospiro di rassegnazione:) Una necessità! (Breve pausa). Approvata anche la proposta per una gratifica ai nostri solerti impiegati. Don Pellegrì, il mandato per voi è in Segreteria.
Don Pellegrino. — Troppo buono, Commendatore!
Il Sopraintendente. — Niente bontà! (Avviandosi verso il corridoio di destra, seguìto dagli altri:) È il premio dovuto a tutti quanti voi, miei preziosissimi cooperatori.
Gli altri della comitiva. — Dovere! — Il nostro dovere! — La sua bontà! (Così, vociferando, la comitiva scompare nel corridoio di destra. Don Pellegrino la segue. All'imboccatura del corridoio, l'Economo si sofferma, e saluta, toccandosi il berretto. Poi, ritorna verso il guardiano).
L'Economo (felice, stropicciandosi le mani:) — Raccogliamo anche noi le briciole della mensa dei poveri!
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Il guardiano Battista. — E pe nuie, signor ecò!
L'Economo (in tono di considerazione paterna:) — Ce ne sarà anche per voi, e per tutti quelli che lavorano la vigna del Signore. Lascia fare. Lascia fare. (Sempre stropicciandosi le mani, sparisce nel corridoio di sinistra).
Il guardiano Battista (lo segue, borbottando:) — Eh! lascia fare! (Esce).


(Vuoto e silenzio).


V.


Nel corridoio di destra, il cianciar sommesso di una moltitudine, che si avanza verso il cortile centrale. Un mormorìo, or lento or vivace, su la cadenza uniforme del passo di una soldatesca. Più la moltitudine procede, più il mormorio, or lento or vivace, su la cadenza uniforme del passo di una soldatesca. Più la moltitudine procede, più il mormorio cresce, e più monotona e pesante si fa la cadenza del passo. Qualche risatina. Qualche colpetto di tosse. Qualche voce distinta).


Una voce (alta e stizzosa:) — E 'mpàrete 'a geografia!


(Un coro di risate. Qualche urlo di scherno).


Un'altra voce (d'un tono di severità militaresca:) — Silenzio!


(Il clamore si estingue in un brusìo prolungato. Un silenzio).

(Appare il guardiano Ardia: un atleta duro nello
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sguardo e nel gesto. Ha i baffi ispidi e folti: neri. Indossa una divisa simile a quella di Battista).


(Ardia guida la moltitudine dei ricoverati. Son ventiquattro ciechi, e procedono su due righe, a coppie. Qualcuno ha il braccio destro teso, e appoggia la mano su la spalla del compagno che gli è dinanzi; qualche altro quasi si accascia sul compagno che gli sta da canto; qualche altro, ancòra, avanza con le braccia protese lungo il corpo e la faccia all'insù; qualche altro, in fine, ha l'andatura stanca, il capo basso, le braccia in sole sul petto) ([1]).
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Al terzo posto della duplice riga si accoppiano il cieco albino Serafino Corona e Fortunato Saggese) ([2]).


(Ora, vanno un po' in disordine i ciechi: quale cammina sveltamente, quale con lentezza triste, quale si arresta, a tratti, e poi si lascia trascinare dal compagno che a lui si accoppia, o spingere da quello che lo segue).

(La moltitudine perviene, silenziosa, al centro del cortile).


Ardia (martellando la parola, comanda:) — « A-ttentì!». (I ciechi stanno diritti e immobili).
Ardia. — « Fianco destr! Destr! ».


(Simultaneamente, i ciechi compiono mezzo giro su se stessi, a destra, e stanno impettiti, su due righe, di dodici persone ciascuna. Ogni cieco si colloca, così, alle spalle di colui o dinanzi a colui col quale si accoppiava.
Fortunato càpita alle spalle di Serafino. Egli distende e preme la mano sul dorso del suo compagno. Costui stringe la sua mano destra sul petto, sotto la giacca; e ogni tanto quella mano appare, e in essa una rosa di maggio, còlta di recente. Il cieco albino aspira furtivamente il profumo della rosa, e poi questa nasconde, pavido di sorpresa, sotto la giacca).
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Ardia. — « Ri-posó! ».


(La moltitudine si sbanda. Ma Fortunato non si stacca da Serafino).


Voci della moltitudine. — Ce sta! — Ce sta! — Nun ce sta!
Santino (rapido, movendosi tutto, al cieco Amitrano:) — Vuó fa' i' na scummessa?
Amitrano. — Scummettimmo!
Santino. — Io dico ca ce sta.
Amitrano. — E io dico ca nun ce sta.


(La turba si accalca presso il verone, come attratta da avidità intensa. Fortunato e Serafino si appartano, sul davanti, nell'angolo di sinistra. E Serafino porta alle nari e poi nasconde la sua rosa di maggio).

(Il guardiano Ardia siede a uno sgabello, nell'angolo di destra del davanti: mette gli occhiali, e si immerge nell'esame di alcune bollette del Lotto).


Sensitiva (è alla balaustra: passa le mani sul davanzale, e invoca, d'un tono accorante, nel silenzio della compagnia:) — Luna, lu'?...


(Rispondono, sommesse e sospirose, poche voci della moltitudine).


Voci della moltitudine. — Luna, lu'?... — Ce sta? — Ce sta?
Santino (sempre vivace e romoroso:) — Arcà?
Arcà (senza muoversi:) — Che?
Santino. — Sentimmo che ne dice Arcà. Arcà, ce sta 'a luna?
Arcà (dopo una brevissima meditazione:) — Aspetta.


(I ciechi si allontanano dal verone e si aggruppano in semicerchio intorno al loro decano).
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(Un silenzio).


(Sul mare alto bruciano i fuochi di una barca peschereccia. Il bagliore si riflette e trema nell'onda).


Arcà (contando, l'indice della mano sinistra sulle dita della mano destra:) — Luna nova... Primmo quarto... Luna chiena... Ogge n'avimmo?
Santino. — Dicessette.
Amitrano. — È viernarì. E n'avimmo dicessette.
Arcà (ripete mentalmente in calcolo su le dita. Poi, spiegando il pollice, l'indice e il medio della mano destra sul petto:) — Doie... Nove... Dicessette. (Accompagnando le parole con un cenno del capo:) Ce sta 'a luna. È luna chiena.
Santino (dispettoso, al cieco montanaro:) — Posa 'a scummessa! A luna ce sta!
Voci della moltitudine (esultanti:) — Ce sta! Ce sta! Ce sta!
Amitrano (rude, al vecchio Arcà:) — E che ne saie, tu!
Arcà (semplicemente:) — Ogge fanno sìdece iuorne, fuie luna nova. Accussì dicette 'o padre e maestro. E 'a luna se cagna ogne sette otto iuorne. Conta. Giovedì: doie: luna nova. Giovedì: nove: primo quarto. Viernarì: dicessette: luna chiena.
Santino. — E chesta è matematica, sa'!
Amitrano (come estatico, al vecchio Arcà:) — E po'?!...
Voci della moltitudine. — E po'?... E po?... (L'ansia è su tutti i volti).


(Salemme, il deforme, solleva lentamente la testa verso la voce di Arcà).


Arcà. — E po', ll'urdemo quarto. E po' n'ata vota, luna nova.
Santino. E 'a luna nova fa luce cchiù assaie!
Arcà. — 'A luna nova nun esce.
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La moltitudine appare stranamente impressionata).


Qualche voce. — Nun esce? — È nova, e nun esce?!
Arcà. — Dice 'o padre e maestro ca quanno 'a luna fa tuletta s'annasconne.
Santino (di scatto, ridendo:) — Bbummà!... Arcà, nun di' sciucchezze!


(Un coro sguaiato di beffe).


Voci della moltitudine. — Uh! Uh! — Arcà! — 'A luna fa tuletta! — È na sposa, 'a luna! — Arcà! Uh! Uh!


(Il clamore si diffonde nella turba, rapidamente. Arcà non si muove).


Ardia (senza interrompere la sua meditazione, ammonendo:) Silenzio!


(Ma i clamori continuano, fin quando all'imboccatura del corridoio di destra non appare Don Pellegrino).


VI.


Don Pellegrino (imperioso:) — Ehi!


(La turba tace, e si compone. Il guardiano Ardia nasconde le bollette; poi si alza e si accosta al sacerdote con premura).


Don Pellegrino (nota le mosse del guardiano, e scrolla il capo, in atto di rimprovero. Poi, scommessamente:) — Ma insomma, Ardia, qui si fa baccano; 'e vuie penzate a studià 'a martingana 'e a tripla?
Ardia (un po' mortificato:) — E riposo, reverè.
Don Pellegrino. — Nei lìmiti, caro Ardia! Badiamo ai limiti! (Alla turba, elevando il tono della voce:) E così? Perchè tanto chiasso?
[ 61 ]
Santino. — E chillo, Arcà, nun sape niente, e vo' fa' 'o duttore! Dice ca, quanno è luna nova, 'a luna fa tuletta e s'annasconne.
Don Pellegrino. — E dice bene. La luna, quanno si rinnova, non si vede. (Si avvicina al verone).


(Un mormorio di sorpresa e di consenso, nella moltitudine).


Don Pellegrino. — Quanno c'è tutta la luna, come stasera, è luna piena.


(I ciechi circondano il sacerdote, intenti. Ma Fortunato non si stacca da Serafino).


Don Pellegrino (contempla il paesaggio plenilunare, e sospira beatamente:) — Aaah! Sia lodato Iddio!
Sensitiva. — Nuvole nun ce ne stanno. 'O parapietto sta asciutto manco ll'esca.
Amitrano. — Non fa friddo, stasera.
Santino. — 'O siente, 'o mare?


(Tutte le teste si piegano verso il mare. Qualche fronte si raggrinza nello spasimo della sensazione. L'onda gorgoglia).
Santino. — 'O siente? Fa comme fanno 'e vvicchiarelle, abbascio 'a chiesa, quanno diceno, sottalengua, 'e pposte 'e rusario.
Qualche voce. — 'O siente? — 'O mare!... — 'O siente?...


(Un silenzio).

(I fuochi della barca peschereccia si fanno più vivi e vicini, e rosseggiano, sotto la luna. Lontano, un'altra barca solca l'onda, e scompare. Dalle due barche i pescatori si scambiano il saluto alla voce).


Voci dal mare (festosamente:) — Ohé! A Surrientóooo...!
Altre voci dal mare. — Santa Lucia! Ohéeee!
Arcà (come un rimpianto, sospira a pena:) — Santa Lucia!
[ 62 ]
Santino. — Vanno a Surriento. Sta luntano Surriento?
Qualche voce. — Luntano... luntano...
Santino — E che fanno, a chest'ora?
Don Pellegrino (ritornando al centro del cortile, circondato dalla moltitudine:) — Vanno alla pesca, di notte. E fanno una grande fiammata sulle barche, per guardare in fondo all'acqua. E sono armati di lance. E lavorano tutta la notte, i pescatori.
Amitrano. — Tutta 'a nuttata?
Sensitiva. — Fino a quanno esce 'o sole?
Santino. — E quanno dormono?
Don Pellegrino. — Riposano quando c'è il sole; e anche nelle barche riposano. Una vita di stenti e di pericoli. (In un sospiro:) Eh! Ognuno deve rassegnarsi a portare la sua croce. E più la croce è pesante, più colui che la porta avrà premio. I poveri di corpo e di spirito saranno gli eletti. Ricordate le parole di Gesù? « Egli è più agevole che un cammello passi la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno del Padre mio ».


(Un silenzio. Qualche cieco scrolla il capo, dubbiosamente).
(Don Pellegrino esce dalla schiera e si accosta al guardiano, il quale gli offre la sua tabacchiera. Il prete annusa e sorride. E s'indugia con lui, in un colloquio di gesti).

(Serafino porta alle nari la sua rosa di maggio).


Santino (che è presso il cieco albino, attratto dalla fraganza, stende la mano verso la rosa, e grida, in uno scatto, sorpreso e compiaciuto:) — Na rosa 'e maggio! Chi tene na rosa 'e maggio?
Voci della moltitudine. — Na rosa! Na rosa 'e maggio!


(Come sorpreso in colpa, Serafino cerca di nascondere la rosa; ma Santino cerca di nascondere la rosa; ma Santino non gliene dà il tempo, e gli afferra il braccio).
[ 63 ]
Serafino (affannoso e supplichevole:) — No!... No!... No!... (Fa sforzi per liberare il suo braccio; ma Santino, più forte e sicuro, gli strappa la rosa. E questa si sfronda, e i suoi petali si spargono a terra)..


(La moltitudine si addensa intorno a Santino, e calpesta i petali sparsi).


Santino (agitando in aria il calice vuoto, sghignazza e irride, in tono di cantilena:)

Serrafino teneva na rosa,
e 'a teneva astipata, gelosa...
Neh, pecché s''a teneva annascosa?...
(Grave, come rivelando uno scandaloso secreto:)
Serrafino teneva na sposa!...


(L'improvvisazione satirica è accolta da un coro di risate e di urli).


Voci della moltitudine (beffarde e insolenti:) ― Uh! Uh! — Serrafino teneva na sposa! — Uh! Uh!
Don Pellegrino (dominando il clamore con la voce:) — Santino!


(Un silenzio. Il piccolo albino appare come annichilito).


Don Pellegrino (togliendo di mano a Santino il calice vuoto:) — Chi ha colta questa rosa!


(Nessuno risponde).

(Serafino piega il capo e le braccia, come rassegnato al rimprovero e al rossore).
Don Pellegrino (facendo girare il calice fra le sue dita, al guardiano:) — Neh, Ardì
Ardia. — Padre?
Don Pellegrino. — Manco 'e rrose stanno cuiete, cca dinto!
[ 64 ]
Ardia (alquanto indignato:) — Io tengo ll'uocchie d''a mosca, e manco ce pozzo! Vuó vedé ca cca dinto 'o cecato so' io?
Don Pellegrino (con severità e sorpresa:) — Tu, Serafino?! (Serafino tace, trepidante).


Don Pellegrino. — Dove l'hai colta?
Serafino (balbetta:) — Là... Fore 'a terrazza.
Don Pellegrino (preoccupato dalle allusioni di Santino:) — E per chi l'hai colta?
Santino (insinuante:) — P''a sposa.


(Mortificatissimo, l'albino ha un fremito per tutto il corpo).


Don Pellegrino. — Silenzio! (Prudentemente, come a distogliere la moltitudine, sorride, e soggiunge, d'un tono affettuoso:) E sia. Per la sua sposa. Per la sposa di tutti quanti noi. È 'o mese mariano. E non è Maria la sposa nostra? Questa rosa Serafino voleva offrirla alla Madonna. E voi l'avete calpestata!


(La moltitudine appare scossa e pentita).


Sensitiva. — È stato Santino.
Don Pellegrino. — Di' Serafino: è alla Madonna che volevi offrire la tua rosa?
Serafino (semplicemente:) — No. A mamma mia.


(Fortunato sussulta, e ritrae la mano di su la spalla dell'albino).


Serafino. — Fanno ogge diece anne ca murette mammà. E se chiammava Rosa... (Reprime un singhiozzo. Tace).


(Un fremito di pietà pervade la moltitudine).
Santino (alle spalle di Serafino, contrito:) — Io nun 'o ssapevo. Nun ll'aggio fatto apposta.
[ 65 ]
(Don Pellegrino si passa la pezzuola su gli occhi).


(Un silenzio).

(L'orologio batte l'ora: le otto e mezza).
Sensitiva (in una cadenza eguale e triste:) — Una... Doie... Tre... Quatto... Cinche... Sei... Sette... Otto... (Poi, mutando tono, come il suono muta:) Uno... Doie... So' l'otto e meza.
Don Pellegrino (subito, ravvivandosi:) — È l'ora del riposo. Andiamo, via: la preghiera, e poi a letto. E a tutti raccomando, ancòra una volta, di rispettare il silenzio. La notte è fatta per dormire: e non per cucire, come fa Arcà; nun pe sunà 'o clarino, come fa Santino; (sottolineando le parole e guardando Fortunato:) e nun pe piglià aria e fumà, come fa qualche altro.


(Fortunato scrolla il capo, tristemente).
Arcà. — Quanno nun tengo suonno, cóso. Che ce sta 'e male?
Santino. — E io sòno. Tengo 'o permesso d''o Soprintendente.
Don Pellegrino. — Ripeto: la notte è fatta per dormire. Si lavora col sole (Una pausa brevissima). Su, via: l'orazione della sera. Ringraziamo il Signore di averci concesso un'altra giornata di vita.


(Tutti i ciechi si dispongono, in ginocchio, intorno al sacerdote, e incrociano le braccia religiosamente. Il guardiano Ardia si sberretta, e si curva appena. Don Pellegrino sta ritto nella turba prona, la berretta in mano, gli occhi all'insù).
La moltitudine (in unisona cantilena corale:)

Pater noster, qui es in Coelo,
scenda a noi la Tua clemenza!
Dà coraggio e resistenza
a chi guida e sol non ha!
...a chi guida e sol non ha!...

[ 66 ]
Don Pellegrino (rapidamente e con poca voce:) — « Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto! Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in Saecula saeculorum »...
La moltitudine. — « Amen »! (E poi, con crescente fervore:)

— Pater noster! Della vita
ci togliesti il sommo bene;
ma son gioie anche le pene,
se lenite dal Tuo amor!
.... se lenite dal tuo amor!

Don Pellegrino. — « Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto! Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum »...
La moltitudine. — « Amen »! (E poi, con voce grande:)

Di Tua grazia senza il lume
noi sperduti ognora andremo:
come barca senza remo
va col vento in mezzo al mar.
Come barca senza remo
va col vento in mezzo al mar!

Don Pellegrino. — « Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto! Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum »...
La moltitudine. — « Amen »! (I ciechi si levano:)
Voci della moltitudine (confusamente:) — Bacio le mani, padre! Bacio le mani!
Don Pellegrino. — Benedetti! Benedetti!
Ardia. — Avanti! Attenti!


(I ciechi si dividono in gruppi, di sei persone ciascuno; e, guidati da Ardia fin la sua soglia, entrano nelle varie camere. Un gruppo, nel quale sono Arcà e Sensitiva, entra nella camera segnata col numero I; un altro gruppo, nel quale sono Amitrano e Santino, entra nella camera segnata col numero IV; un terzo gruppo, nel quale è Salemme, il deforme, entra nella camera segnata col numero III; l'ultimo gruppo, nel quale sono Fortunato e Serafino, è per entrare nella camera segnata col numero II).
[ 67 ]
Don Pellegrino. — Aspetta, Serafino, Debbo parlarti


(L'albino esce dal suo gruppo, che si sofferma, e poi procede ed entra nella sua camera. Ma Fortunato non si muove).


Ardia (a Fortunato:) — Avanti, Saggese!
Fortunato. — E Serrafino?
Ardia (duro:) — Mo vene Serafino. Avanti!


(Scontento, Fortunato si avvia verso la prima porta di sinistra. Presso la porta egli sosta un po' e distende le mani, come avvertendo la prossimità della parete. Poi, esce).


Ardia (al prete, toccandosi il berretto:) — Altri comandi?
Don Pellegrino. — Buon riposo, Ardia.
Ardia. — Bona nuttata. (Dispare nel corridoio di sinistra).


VII.


(Domina la serenità claustrale del silenzio. Sul mare, su la balaustra del verone e su la zona fondale del cortile, il chiaror plenilunare. A tratti, l'onda freme, nelle cavità della scogliera).


(L'inserviente Zaccaria attraversa il cortile, dal corridoio di destra verso quello di sinistra. Vede Don Pellegrino e, senza fermarsi, s'inchina, si tocca il berretto e si bacia la punta delle dita, dopo di avere accennato con la mano al sacerdote. Esce).

(Dal mare, un po' lontano, il canto festoso di una brigata, su gli accordi di mandolini e chitarre).
[ 68 ]
Uno della brigata.


— Sul mare luccica
l'astro d'argento;
placida è l'onda,
prospero il vento.
Venite all'agile
barchetta mia!...

Tutta la brigata.
— Santa Lucia!
Santa Lucia!


(Il canto s'interrompe. Squillano risate argentine, commiste a molte voci liete, confusamente. I mandolini trillano e le chitarre sospirano il ritornello dell'antica canzone. E il suono vanisce a poco a poco, sotto la luna).


Don Pellegrino (in tanto, ha cavato da una saccoccia della sua sottana una larga busta gialla, striata di francobolli e timbri. Ha lacerato la busta, e da questa ha estratto un foglio, a mezzo stampato, e scritto sull'altra metà. Ora, inforca le lenti, tossisce un po', chiama:) — Serafino...
Serafino (come tratto bruscamente da una meditazione, sussulta:) — Padre?
Don Pellegrino. — Siedi, figlio. (Accompagna l'albino presso un piccolo sgabello, che è al centro del cortile, quasi sotto la lanterna).


(Serafino si abbandona allo sgabello. Allunga il collo e piega un po' il capo verso la voce del sacerdote; le sue labbra e le sue orbite, vagamente rischiarate dalla poca luce della lanterna, hanno visibili contrazioni. L'albino è in ansie).
Don Pellegrino. — È papà, che ti scrive.


(Il cieco è scosso da un lungo brivido: e stringe le mani su le ginocchia, e si rannicchia su lo sgabello, in attesa acutissima).
[ 69 ]
Don Pellegrino (solleva il foglio alla luce della lanterna, e legge con voce monotona, staccando le sillabe, or sospirando, or soffermandosi e contemplando fugacemente di sopra gli occhiali l'attitudine del giovine, ora scrollando il capo, in atto d'indulgenza, di sdegno, di pietà, a seconda delle sensazioni che suscita in lui la lettura:) — « Caro figlio mio, ti scrivo questi pochi righi, col permesso dell'Illustrissimo Signor Direttore, che mi ha concesso questo sfogo per la mia buona condotta. (Una pausa). Caro figlio mio, tu non puoi accanoscere le pene dell'Inferno che mi rattrovo. Oggi fanno giusto dieci anni che io... che io... (Non interpreta subito la parola, e solleva ancòra più il foglio acuendo lo sguardo verso la fiamma della lanterna)... che io sto assaggiando morte e passione, più di Nostro Signore Gesù Cristo, quando sulla Croce faceva sìzia sìzia, e gli diedero a bere l'aceto e il fiele. (Una pausa. Un sospiro). Povera Rosina! Era innocente come l'Immacolata Vergine, sempre sia lodata! E io mi macchiai del suo sangue queste mani, che me le asciugo sempre perchè me le sento ancora come se fossero bagnate di sangue (La sua voce ha un lieve tremito). Quelle tre botte di triangolo mi trapassano ancora il mio cuore da parte a parte, ogni volta che ci penso, figlio mio!»...
Serafino (è preda di uno spasimo ineffabile. Più si raccoglie su lo sgabello, e preme il mento contro il petto, per contenere il pianto irrompente. Le sue mani stringono con moto convulso le ginocchia, e sono scosse da un tremore implacabile. In un singhiozzo, geme, con voce appena sensibile:) — Mamma mia bella!...
Don Pellegrino (è commosso; di dietro il cristallo delle lenti, i suoi occhi brillano. Accenna a dir qualche parola al desolato; ma non sa e non può. E continua a leggere sforzandosi di rasserenare la sua voce:) — « Io ti scrivo sempre le stesse cose, perchè sono sempre lo stesso i miei patimenti. Ma non deve trovare né requie né pace quel mostro che ci ebbe la causa e la colpa, che non potette arrivare ai suoi scopi con Rosina, e cacciò la calunnia infame, come si chiarì al pubblico dibattimento.
[ 70 ]
(Una pausa). Perdonami, figlio mio! Perdonami! Come faccio a sopportare questa vita e a mangiare il pane dell'ergastolano, se tu non mi perdoni? Anche Rosina mi perdonò in punto di morte. Ti ricordi? Pioveva. E tu ci avevi sette anni, e non ci vedevi, figlio mio. E quella notte riposavi accanto a Rosina... E quella povera infelice innocente spirò addosso a te, condicenno che era una calunnia, e che mi perdonava... mi perdonava...» (Non può proseguire).
Serafino (eccitato e stanco, dopo un ultimo sforzo per contenersi, prorompe in dirottissimo pianto. Poi stringe le braccia contro il petto, come riabbracciando l'agonizzante; e rievoca, a frasi rotte, affannosamente, l'ultimo colloquio con sua madre. Par che egli riviva l'ora tragica di quella notte:) — « Mammà?... Mamma mia!...» — « Bello 'e mamma soia! Nun ce credere!... » — « Mammà!... » — « Nun ce credere, figlio mio!... » (In un rantolo esasperante:) — « Mamma mia!... Mamma mia bella!... »


(Un lungo silenzio).


Don Pellegrino (si toglie le lenti, che serba in un astuccio e poi nella sottana. Ha gli occhi lucidi e rossi).
Serafino (stancamente:) — E po'?... (Ora, i suoi singhiozzi son più lievi e più radi, e men aspro è l'affanno).
Don Pellegrino (con prudenza, piegando il foglio:) — E poi... e poi, ti fa sapere che fra tre giorni passerà a fattori... Invoca di nuovo il tuo perdono. E ti abbraccia, e ti benedice. (Mette la lettera nelle mani dell'orfano).
Serafino (porta istintivamente il foglio alle labbra, e lo bacia; poi, lo serba sotto la giacca).
Don Pellegrino (la mano su capo del giovine, con bontà paterna:) — Le lacrime del pentimento purificano l'anima d'ogni peccato. E beati i peccatori che sanno piangere. Tuo padre sconta il suo Purgatorio quaggiù. Tu raccomandalo al Signore, nella tua preghiera.
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Serafino. — Sì, padre. (Appare rasserenato).
Don Pellegrino. — Mamma tua, di lassù, ti ascolta e ti benedice, come io ti benedico. (Una pausa). Ma il perdono, per essere bene accetto alla misericordia divina, deve estendersi anche ai nostri nemici. Più essi ci fanno del male, più noi dobbiamo pregare per la salvazione dell'anima loro. Gesù Cristo fu posto in croce senza peccato, e perdonò ai suoi crocefissori. Non vorrai tu perdonare a colui che portò la sventura nella tua casa?
Serafino. — No! (Come per uno scatto di molla, erge il dorso e il capo, impetuosamente. Nella sua faccia, vòlta alla voce del prete, si raggrinza su la fronte e si allarga nelle mascelle compresse).
Don Pellegrino (sorpreso:) — No?!
Serafino. — No! (Si leva. Inesorabile e pietoso:) È peccato!... So' diece anne, padre!... Diece anne! E ogne notte è chella notte!... Io chiammavo... E nisciuno mme rispunneva... E mme sentette, cca, ncopp''a spalla, sciulià 'e ttrezze 'e mamma mia... Mme tuccaie 'n pietto; e 'a mano mme se 'nfunnette... (Si tocca sul cuore abbrividendo). E io chiammaie, n'ata vota... E mme rispunnette na iastemma... E po' sentette sbattere 'a porta... E chiuveva... e chiuveva... (In un supremo anelito di esasperazione:) Ah!... Ll'uocchie!... Ll'uocchie, Dio! (Ricade su lo sgabello).


(Un silenzio).


Don Pellegrino. — Calma, figliuolo. Come sul capo di ogni giusto scende la Grazia, passa sul capo di ogni peccatore l'ora della espiazione.
Serafino (con ansia, sordamente:) — Quanno?... Quanno?... Quanno?...
Don Pellegrino. — Non a noi è dato di conoscere i decreti della giustizia divina. Qual è il destino di colui che fece tanto male alla tua casa? Vive egli ancòra? E come vive? Chi sa!


(Un silenzio).
[ 72 ]
Don Pellegrino. — Va' a rispondere, figlio. E perdona. Noi non possiamo che perdonare.


(Serafino dice di no, col capo, implacabile. Il sacerdote lo scuote, incitandolo a levarsi).


Serafino (senza muoversi:) — No, padre, Saccio 'a via d''a cammarata.
Don Pellegrino. — Ma è già tardi.
Serafino. — Nu poco d'aria mme fa bene. Iate, padre. Saccio 'a via.
Don Pellegrino. — Non trattenerti troppo, qui. E cerca di riposare. Buona notte.
Serafino. — Bacio le mani, padre.


(Don Pellegrino scompare nel corridoio di sinistra. Un silenzio. Serafino nasconde la faccia nelle mani, i gomiti appuntati su le ginocchia, in pietoso raccoglimento).

(D'un tratto, percòte l'aria il suono di un clarino. Santino Spada modula le prime battute della nenia a « Luna nova »).


La voce del guardiano Ardia (vicina e severa:) — Santino!
La voce del guardiano Battista (lontano e a distesa:) — Silenzio!


(Tutto tace. Si ode appena, a tratti, l'anelito accorante di Serafino).


VIII.


(Appare su la soglia della prima porta di sinistra il cieco Fortunato Saggese. È pallido, spettrale: un'ombra nella penombra. Si sofferma su la soglia, il mento all'insù, e appoggia le mani agli stipiti. Da una delle saccocce interne della sua giacca, sbottonata, sbuca la
[ 73 ]
cannuccia di una pipa di creta. È tormentato dall'asma; il suo petto, scarno e ispido di tra le pieghe della camicia aperta, si gonfia e si abbassa, nella difficoltà del respiro. Avanza di qualche passo; ma, quando ode, nel silenzio circostante, l'anelito dell'albino, si sofferma un'altra volta; e piega il capo, e s'indugia, in ascolto. Poi, procede lentamente, in ansie, il passo un po' strascicante, verso il posto onde il lamento proviene. A poca distanza dallo sgabello, egli avverte la prossimità di un altro. E di nuovo s'indugia, e protende le mani in avanti).


(Serafino ha udito lo scalpiccìo, che si è interrotto d'un tratto; e ha sollevato il capo e cercato di contenere la sua pena. Ora egli sente che qualcuno gli sta da presso; e protende anch'egli le mani verso il suo vicino).

(Le mani dei due ciechi s'incontrano, si toccano, si stringono, si tengono lungamente).


Fortunato. — Si' tu.
Serafino. — Ah! Si' tu.


(Le loro mani si staccano. Fortunato si accosta a Serafino, e gli tocca appena le gote con la punta delle dita).


Fortunato. — Tu chiagne.
Serafino. — No.
Fortunato (d'un tono che non consente replica:) — Tu chiagne.


(L'albino risponde con un sospiro).


Fortunato. — Pecchè?
Serafino (spallucciando:) — Niente.
[ 74 ]
(Incredulo e dolente, Fortunato ritrae subito la mano dalle gote del suo compagno. Egli va alla parete di sinistra, raccoglie uno sgabello, lo trascina al mezzo del cortile, siede).


(Il suono di una campanella annunzia l'ora del silenzio).

(
Fortunato cava dalla saccoccia della sua giacca la pipa, e da una saccoccia dei suoi calzoni un fiammifero di legno, che accende strofinandolo sul dorso dello sgabello. Accende la pipa, ed emette qualche boccata di fumo. Ma è più acutamente assalito dall'asma. E brevi colpi di tosse gli rompono il petto).


Serafino. — Nun fumà. Te fa male.
Fortunato. — No. Mme fa bene. Mme fa cumpagnia e mm'aiuta a scurdà (In un sospiro penosissimo:) E io so' sulo. E collere nn'aggio assaggiate assaie!
Serafino (sinceramente afflitto:) — Simmo cumpagne. E nun mme dice niente!
Fortunato (sussulta. La pipa gli cade su le ginocchia. Egli la raccoglie, e risponde, dopo una lunga pausa:) — Già... simmo cumpagne... Ma tu manco mme dice niente. E chiagne. Io te spio 'o pecché. E tu, niente. Ma tu chiagne, almeno. Io nun pozzo manco chiagnere cchiù!


(Un silenzio).


Fortunato (sussulta. La pipa gli cade su le ginocchia. Egli la raccoglie, e risponde, dopo una lunga pausa:) — Già... simmo cumpagne... Ma tu manco mme dice niente. E chiagne. Io te spio 'o pecché. E tu, niente. Ma tu chiagne, almeno. Io nun pozzo manco chiagnere cchiù!


(Un silenzio).


Fortunato. — È nu mese ca sto' cca dinto, e l'unico cumpagno mio si' tu. (Un po' accentuando le parole:) Pare comme si ce canuscéssemo 'a diece anne... E tu sulo, tu sulo mme può cumpatì.
Serafino. — Io? (La sua bocca ha un sorriso di umiltà).
Fortunato. — Tu. (Infervorandosi a poco a poco:) Tu nun tiene a nisciuno, comm'a me. E tutte 'e dduie ca putimmo cunfidà. (Nel fervore stringe nervosamente le mani di Serafino. Uno schianto è nella voce di tui; par ch'egli invochi un conforto supremo). Serrafì!...
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Serafino (intenerito:) — Furtunà!...
Fortunato. — Ll'uocchie mieie se so' seccate, Serrafì! E so' tre anne!... Na matina mme scetate, e nun schiaraie iuorno, pe me. Vene 'o miedeco, e dice: « È la cateratta! Le troppe amarezze! » (Lascia le mani di Serafino; più si ritrae su lo sgabello, come vinto da un vago timore; e ripete sconsolatamente:) Le troppe amarezze!
Serafino. — Che peccato avimmo fatto, p'essere maletrattate accussì?
Fortunato. — Tu, niente. Tu si' nato accussì. Tu si' comme a uno ca mo è nato. E peccato nun ne puó tené. E nun puó avé pentimente.
Serafino. — Po essere! (Con grande tristezza:) Ma tu saie tante cose... Io... che saccio io? Tu saie comme era mamma toia. Io ne tengo a mente 'a voce, 'a voce sulamente. Ma nun saccio comme era mamma mia.
Fortunato (ha un'evidente scossa di pena. Tace qualche istante, perplesso, poi, come superando un ostacolo interiore, con uno sforzo:) — Io, sì... Io... ll'aggio canusciuta a mamma toia...
Serafino (compreso di stupore:) — Tu?!
Fortunato (con temerità e preoccupazione:) — Stévemo 'e casa a porta... a San Giuvanniello... Affacciàvemo ncopp'a nu ciardino... A maggio 'o ciardino era na schiusa 'e rose. E Rosa se chiammava mamma toia...
Serafino (preme con ambo le mani le ginocchia del suo compagno, il dorso piegato, la bocca quasi su la bocca di lui; e chiede, con ansia affannosa:) — E comm'era? comm'era?
Fortunato. — Era bella, era... Bionda bionda... Suttila suttile... Quanno parlava, lle tremmava 'a voce... Pareva comme si sentesse friddo, quanno parlava... E fredde erano 'e mmane, e fine fine; e tremmavano, comme 'a voce...
[ 76 ]
Serafino (mentre Fortunato parla, accenna di sì col capo, e ripete, a tratti come un incitamento:) — Di'... Di'...
Fortunato. — 'A chiammàveno Biundinella, 'a chiammàveno... A capo 'o lietto tenìveve nu quadro d''a Madonna d'o Buoncunziglio... E Biundinella era tale e quale a chella Madonna...
Serafino. — Pure chesto saie, tu?!
Fortunato. — Stévemo 'e casa a porta... E io mme riricordo a te: tantillo tantillo... Mme ricordo a papà tuio: 'on Salvatore... E mme ricordo... (È invaso da uno strano sgomento. Cresce la tortura dell'asma. Egli s'indugia, come smarrito).
Serafino (quasi appoggia la sua guancia destra su le labbra di Saggese, e questi incita alla parola, scuotendogli le ginocchia, e accompagnando il gesto con la voce:) — Di'... Di'...
Fortunato. — ...'On Salvatore faticava a ll'Arzenale... Biundinella cuseva... e cantava...
Serafino (tutto vibrante di tenerezza:) — Cantava?
Fortunato — ...e cuseva... Sotto 'o grillagge... Fore 'a luggetta... (Con molte pause:) Ma nu iuorno... nu iuorno... nun cantaie cchiù... Cuseva... e chiagneva... 'On Salvatore 'a maletrattava... (Tenta di scostarsi un po'. Lo sgabello scricchiolo). Pecché 'a maletrattava?...
Serafino (come una lugubre eco:) — Pecché 'a maletrattava?...
Fortunato. — ...Nu strànio... nu strànio runziava attuorno a Biundinella... (La sua voce palpita, e quasi vien meno. Ma egli si sforza di parlare, come ansioso di sottrarsi a un incubo). 'A vuleva afforza.... Afforza 'a vuleva!... (Si scosta ancòra di più, verso il fondo).
Serafino (senza staccarsi da lui, seguendolo:) — Di'... Di'...
Fortunato. — ...Nu iuorno... a maggio... arrivaie, in licenza, nu sargente 'e bersagliere... Nu frate cucino 'e 'on Sarvatore... Parlava miezo tuscano... e cantava
[ 77 ]
sempe: « Addio, biondina! Addio! » (Accenna con voce stentata il motivo dell'antica canzone:)


« Addio, biondina! Addio!...
L'armata... se ne va... »


(Serafino, tutto irradiandosi al ricordo lontano, dice replicatamente sì, col capo).
Fortunato. — ...Biundinella cantava pur essa... e redeva... E don Salvatore... ogne sera... quanno turnava 'a ll'Arzenale... mme diceva ca lle parévano mille anne ca 'o sargente se ne fosse turnato a reggimento... Nun vuleva sentì cantà: « Addio, biondina! »...
Serafino. — Pecché?...
Fortunato (balbetta, a pena:) — Pecché?... (Una lunga pausa). Na notte... fece na scenata... E 'a matina apprieso 'o sargente nun turnaie cchiù... Biundinella cuseva e chiagneva... E 'o strànio runziava... runziava...


(Ora, Serafino tace, come oppresso da un tragico presentimento).


Fortunato (affannosamente, a frasi rotte:) — ...'N capo a sette otto iuorne, na sera... comm'a mo... nu fatturino purtaie na lettera... a don Salvatore... Io... 'a liggette... « La vostra... signora... si diverte... col sargente... sopra alle locande... » (Con tutta l'anima, insorgendo:) No!... Nun era overo!... (Vorrebbe levarsi; ma le mani gracili dell'albino lo inchiodano alla scranna).
Serafino (confondendo la sua voce con quella di Fortunato:) — Nun era overo!... No!...
Fortunato (subito:) — Nun po fa' peccato 'a Madonna!... E nun vulette fa' peccato!... E se cuntentaie 'e murì accisa!...
Serafino (con uno schianto nella voce:) — Mamma mia!...
Fortunato — ...'A veco... comme si fosse mo... (Atterrito, come nell'alba tragica:) A primma matina... Arravugliata 'int'a nu lenzulo... 'A faccia cchiù
[ 78 ]
ghianca... 'E capille cchiù bionde... 'E mmane cchiù suttile... (D'un tratto, con un grido ròco:) Dio!... È na barbarità!... E nun è giusto!...
Serafino (si alza, tremante; le sue mani son passate dalle ginocchia al collo di Fortunato. Quasi soffocato dall'emozione, ripete:) — Nun è giusto!... E tu?... Che faciste, tu?... Tu 'e ttenive ll'uocchie!
Fortunato (subito, concitatissimo:) — E guardaie, pe sette anne... E cercaie, pe sette anne... Comme si fosse stato 'o frate carnale 'e Biundinella morta!... Ma a che mme servèttero ll'uocchie?... 'N capo a sette anne, truvaie a chi ievo truvanno...


(Serafino, come assaporando la voluttà di una vendetta a lungo meditata, sorride ferocemente).


Fortunato (senza neppure una pausa:) — ...Ma a chi truvaie?... 'A iastemma era arrivata primma 'e me... Truvaie nu muribondo... Peggio 'e si fosse muorto!... Senz'uocchie... Senza salute... Ma cu na speranza... (L'affanno lo scuote tutto. Egli è riuscito ad alzarsi. Stretto a Serafino, prosegue:) Una speranza teneva: 'a speranza 'e truvà a te... (Avvinti l'uno all'altro, i due ciechi retrocedono verso il verone. Uno sgabello cade, con romor secco). 'A speranza 'e te truvà... pe te cadé addenucchiato nnante... pe te di': Perdòneme!... Perdòneme!... Ll'aggio pavata caro e amaro! » (La coppia si sofferma e più si stringe, un istante). Perdòneme, Serrafì!... So' diece anne ch'aspetto! (Cade su i ginocchi, dinanzi all'albino, scivolando lungo il corpo di lui. L'asma quasi lo strozza).
Serafino ( « vede » la realtà. Sobbalza e grida, rauco:) — Ah!... (Simultaneamente, con ambo le mani, stringe il collo di fortunato, ed emette brevi urli cupi:) Si' tu?!... Si' tu?!...
Fortunato (dibattendosi nella stretta:) — Perdòneme!...
Serafino. — Si' tu!
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(Con un ultimo sforzo, Fortunato riesce a divincolarsi e a sorgere. I due ciechi si avvinghiano, in una lotta disperata. Nulla più di umano è nelle loro voci: son rantoli, e piccoli urli, e secchi ruggiti. Così, attaccati, lottando, Serafino ad offendere, Fortunato a difendersi, essi raggiungono la balaustra del verone, aperto sul mare. L'albino moltiplica i suoi sforzi, ingigantito dall'odio, e spinge il suo nemico oltre la balaustra. Ma Saggese, con abile mossa, riesce a raddrizzarsi e, seduto su la balaustra, si aggrappa a Serafino. D'un tratto, questi gli è sopra, e rinnova la spinta. Le due ombre risaltano nell'arco del verone, su la vastità plenilunare. Fortunato pèncola ancòra una volta. Poi, precipita nel vuoto, e trascina con sé, nella caduta, la sua « guida cieca ». Un romor sordo sale dal mare, seguìto da un lento gorgoglio dell'onda).


(Vuoto e silenzio).

(Il suono del clarino si rinnova, d'un tratto.
Santino ripete la nenia a « Luna nova ». Le note si propagano nell'aria, dolcissimamente).
La voce del guardiano Battista (lontana e lenta:) — Silenzio!


(Il suono continua).


La voce del guardiano Ardia (vicina e imperiosa:) — Silenzio!
(Il suono cessa. E il silenzio incombe).



SIPARIO.
[ 80 ] [ 81 ]
“ Cronaca nera „
DRAMMA IN UN ATTO
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[ 82 ] [ 83 ]
LE PARTI:

Carmine Maggese.
Natalina.
Petruccio Evangelista.
Peppe Miullo.
Cummara Santa.
Ciampa.
Lavrienzo.
Canzirro.
Gli agenti della Polizia.
La Folla.


A Napoli: oggi.
[ 84 ]
L'AMBIENTE


Una stanza discreta, nelle decorazioni e negli arredi. Nel fondo, a destra, un uscio a due battenti. Quando l'uscio si apre, si scorgono, nella penombra, un breve salottino e la porta di scala, socchiusa. A sinistra, sempre nel fondo, una finestra, che guarda l'interno del palazzo. Gli scuri della finestra sono aperti. Una gabbia variopinta, con entro un pappagallo, è sospesa ad uno degli stipiti. All'altro stipite è attaccato un campanello, con la corda scendente nel vano. Sul davanti, a sinistra, un'altra porta.
Mobilia molta. Un cassettone alto e massiccio. Una tavola ovale. Un armadio grande, con specchiera. Un tavolinetto, con tappeto. Parecchie sedie di Vienna, nere e lucide. Qualche sedia di paglia. Alcune sacre di immagini, stampate, chiuse in cornici di legno dorato e tarlato, pendono alle pareti. Presso il tavolinetto, una lunga sedia a dondolo. Sul cassettone, due vasi con fiori, un statuetta della Madonna, una lampada accesa, due candelieri d'argento, con le candele. Su la tavola, un pacchetto di carte da giuoco, una bottiglia vuota, due bicchieri con un po' di vino, un pezzo di pane, delle frutta, una pipa di creta. Sul tavolinetto, un vassoio colmo di fiori, una ceneriera con alcuni pezzi di sigaretta, diversi gingilli. Alle pareti, anche, qualche dipinto profano. Lo stile barocco delle suppellettili antiche e deteriorate contrasta con la svelta eleganza dei mobili moderni: nella stanza cozzano due età, due abitudini.
[ 85 ]SIPARIO. — È mezzogiorno: lontano, un colpo di cannone, seguìto dal suono di qualche campana.

SCENA PRIMA.


Natalina, Petruccio, Canzirro, Lavrienzo.


Natalina (è sdraiata nella sedia, presso il tavolinetto, e si dondola lentamente. Ha l'aria un po' stanca e un po' triste).
Petruccio (consultando il suo orologio:) — Mieziiuorno! 'O tiempo va c''o treno-lampo, ogge! (A Canzirro, che vien dalla porta di sinistra:) Canzì, nu poco 'e sveltezza!
Canzirro (un popolano sudicio en nero. Reca sul dorso una valigia e in mano una scatola:) — Cu 'a mubilia nun si scherza, signò. 'O piezzo s'ha da manià a rèula d'arte. (Brontola:) Si nun tiene calle pe tutte 'e pizze d''a vita toia, mo faie 'o facchino! Seh! (Esce dal fondo).
Petruccio. — Comme 'a fa pesante, chillo!
Lavrienzo (un altro popolano. Va scalzo e in maniche di camicia. Vien dalla stanza di sinistra, una valigia sul dorso).
Petruccio. — Lavriè, fa nu zumpo a' casa. Culetta te da na balìce . Pigliatella. E aspèttece a' Mmaculatella.
Lavrienzo. — Comme cumannate! A ch'ora parte 'o papóre pe Marzeglia?
Petruccio. — A 'e doie e cinquanta. Ma p''e doie avimmo 'a sta' a buordo. Pecchè?
Lavrienzo. — Niente. 'A panza abbatte 'rancascia. Màmmema ha fatto nu muorzo 'e stocco, a' carrettiera. Quanto mm''o ccapetèo, e zompo a' MMaculatella.
Petruccio. — Te prego, Lavriè.
Lavrienzo. — È dovere. Ve truvàsseve quacche berzagliere a spasso?
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Petruccio. — Io fumo sigarette. Vuò na sigaretta?
Lavrienzo. — Che ne parlamma a fa'! 'O viscuttino nnanz''o puorco!
Petruccio (dandogli qualche soldo:) — Pìgliete nu napulitano.
Lavrienzo. — E che ne faccio fumo? N'accatto spuntatura, o mme cumbino nu scàmpolo 'e mezzune viecchie. Doppo magnato, aggio voglia 'e carrecà.
Petruccio. — E va, ca se fa tarde.
Lavrienzo. — Comm'a n'arillo! (Esce dal fondo, frettolosamente).


(Un romor lieve: l'uscio di scala si chiude).


SCENA SECONDA.


Natalina e Petruccio.


Petruccio (estrae dal taschino una scatola con sigarette, e la porge a Natalina:) — Vuò?
Natalina (accenna di no, spallucciando).
Petruccio. — Fuma. 'O fummo stuta qualunchesia apprenzione. (Cava dalla scatola due sigarette: ne offre una a Natalina e stringe l'altra fra le labbra. Accende la sigaretta di Natalina; poi, la sua. In tanto:) Ca tutto è n'apprenzione: che te cride? Nàpule, Marsiglia, l'America: tutto 'o munno è paese.
Natalina (fuma svogliatamente).
Petruccio (fuma e passeggia:) — Siente a me, ch'aggio girato. So' stato in Africa, cu Barattiere, bon' ànema. Embé? Quanno partette, na guardata a Sant'Ermo, nu suspiro a 'o Vesuvio, nu vaso a màmmema; e stàmmice bene. Fora 'e bocche 'e Capre, lassaie 'a malincunia. 'A giuventù, 'e cumpagne, l'anzietà 'e vedè cose nove mme facètteno scurdà Sant'Ermo, 'o Vesuvio...
Natalina (in un sospiro:) ...e 'a vicchiarella, ca chiagneva.
Petruccio (vivamente:) — No. Màmmema, no. A màmmema — pozza sta' 'int''e schiere 'e ll'àngele! — 'a
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vulevo bene. (Una pausa). Eppure, io parteva 'n guerra, e lassavo a màmmema sola. Ma, tu? Tu viene a fa' 'a vita, a Marsiglia, cu mmico. Nun tiene mamma. Nun tiene pate...
Natalina (con un tremito nella voce:) — E nononno?
Petruccio. — E dàlle, cu nononno! Piccerè fatte capace: ll'anne pàsseno, e 'a carriera toia è comme 'o frutto ammaturo: si nun 'o cuoglie a tiempo, se ne cade fràceto, a chi passa 'o scamazza. Tu tiene 'o quadro 'e Nannina 'a sperza, 'nnanze. Penza a nononno, tu, ca staie lustra!
Natalina (avvilita, piange silenziosamente).
Petruccio. — E che chiagne a fa'! Certamente, io te parlo accusì, pecchè te stimo (Le siede vicino). Chi ha da menà sta carriera, s'ha da fa' apprezzà, sora mia. Cca, a Nàpule, simmo assaie. Tu nun liegge 'e giurnale. Pure Ciccotte ha 'itto ch'avimmo 'a sfullà. Chi se vo' ndustrià, chi vo' manià 'a lira, ha da viaggià: ha da i' a ll'estero. 'Nnarella 'a serpe nun ha fatto accussì? Ha girato tutta 'a Francia; ha fatto fortuna; se n'è turnata, e s'ha pigliato 'o retiro. Mò fa 'a mercantessa. E Ciccillo Quaranta — 'o nnammurato — è addeventato lorde Parmestonne: 'o carruzzino, 'o cavallo cammenatore, 'o puosto 'e vrennaiuolo e, nu iuorno sì e nu iuorno empre, campagne e campagnelle. Capisce? E chi è 'a Serpe, a fronte a te? (Una pausa), Pe nononno intanto, quanno ave tanto ca po apparà, che ato va ascianno?
Natalina. — E chi lle fa na guida? (Con intena commiserazione:) Malato... Cu nu vraccio offeso...
Petruccio. — Malato! Si tutte 'e malate fòsseno comm'a isso, addio spitale! (Si alza). Eppure, 'a verità, nun mm''o ccredevo. Mme lusingavo... che saccio... Facevo 'ncapo a me: chella ce vene cu piacere, cu mmico... Ih! A ll'atto pràttico, mo simmo là, tutto è na fantasia! (Una pausa). E di' ca io aggio fatto l'arte d''o sole, p'avè l'incartamento, pe caccià 'e passapuorte. Aggio tentato 'e mezze pe fa' alluntanà a don Carmeniello 'a Nàpule, pe na iurnata!... Tiempe perzo!
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(Sbuffando:) Bubbah!... Nun ne parlammo cchiù!... stracciammo 'e passapuorte, 'e bigliette, pecchè 'a signurina nun bo' partì! (Impetuoso:) Ma pecchè? Sèvereddio! Pe nun lassà a nu ribusciato, ca nun se ne cura 'e te!
Natalina (risentita, ma con rassegnata umiltà:) — Petrù! E pecchè mme dice chesto?... Ma pe chi faccio sta vita! pe nononno, o pe te?... E nononno? Che te fa 'e vita, nononno? Te tene comm'a nu figlio... comme si mme fusse... marito... (Ha le lacrime nella voce).
Petruccio. — E chiagne, ca te faie cchiù bella! (Una pausa). Raccostandosi a lei, misteriosamente preoccupato:) Siente, Natalì... Io vaco ascianno 'e lassà 'e pprete 'e Nàpule, cchiù ogge ca dimane, pecchè... pecchè tengo nu suspetto...
Natalina (impressionata:) — Petrù?!
Petruccio. — Nun te mettere 'n prevenzione. È nu suspetto. Ma io saccio comme cammìnano 'e ccose d''a pulezia.
Natalina (trepidante:) — 'A pulezia?!
Petruccio. — L'ata notte, 'int''o vico mio, è stata arrubbata e accisa chella signora benistante: 'onna Veneranda Perrone...
Natalina. — Be'?
Petruccio. — Cca nun s'è pututo appurà chi ha fatto 'o guaio. E 'a quistura va mettenno spie, sta arrestanno a bita tagliata. L'atriere a notte — cumbinazione — io stevo a' casa, cu ttico. Avéssemo 'a piglià quacche scagno?
Natalina (rabbrividisce).
Petruccio. — Io sto' a tiéneme ca te tengo! Si so' acchiappato, va sbroglia sta matassa!
Natalina. — Ai' ragione. Chi ce aveva penzato!
Petruccio. — Nce aggio penzato io. Meno male ca ce truvammo 'e ccarte cacciate. Primma 'e passà quacche lòteno, cagnammo aria.
Natalina. — Sì. Sì.
Petruccio. — A don Carmeniello, manco na parola. Già è ghiuto a Matalune, e primma 'e stasera nun po
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turnà. Quanno simmo arrivate a Marsiglia, na lettera e nu vaglia. Accussì, 'o viecchio fa bbu-bbà, ma po' s'accuieta. (Sorridente:) Me'! Su! (Circondandole il volto con le mani:) Statte allera!... Quanto è bero Dio, mme faie piglià collera!
Natalina (sedotta, si stringe al giovane, e sorride).


SCENA TERZA.


(Una lunga scampanellata alla finestra).

Natalina e Petruccio (si staccano, sussultando).
Carmine (dall'atrio, con premura:) — Natalì! Natalì!
Natalina. — Nononno?! (Corre alla finestra).
Petruccio (digrigna i denti e si gratta l'occipite, nervosamente:) — Dicenno Giesù, s'è spezzato 'o chiappo!
Natalina (chiamando:) — Nonò!
Peppe (dall'atrio, salutando:) — Natalì, sèveri vostre!
Natalina. — Buongiorno, Peppì
Carmine. — Saglie, Miù.
Petruccio. — Mannaggia 'o ntrattiene, mannaggia!
Natalina (preoccupata, a Petruccio:) — E mo, comme se fa?
Petruccio (risoluto:) — Che s'ha da fa'! Quanno è ora, zitto e zitto, ce ne iammo. E si s'appura, salute a nuie! A la fine, 'a vuluntà è libera: e nisciuno ce po mèttere pede avante.


(Una scampanellata all'uscio di scala).
Natalina (come smarrita esce dal fondo).


(Carmine e Peppe entrano. Natalina li segue).
Carmine (è un vecchio bianco, bonario, sorridente. Ha il braccio sinistro quasi immobie, per paralisia. Entrando:) — Natalì! Vide ca sto' saglienno, e nun arape manco 'a porta! Addio, Petrù.
Petruccio (freddamente:) — Salute.
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Carmine. — Ll'avimmo fatta ampresso, è ovè? Si sapisse! Mme parèvano mille anne 'e turnà!
Peppe. — Giesù! Chillo mm'ha fatto frìere! 'O treno vulava; e chillo faceva: «ma è treno o è sciaraballe?»
Natalina (per nascondere la sua preoccupazione, va in torno, spolverando i mobili).
Carmine (siede dinanzi alla tavola:) — Nun aggio vuluto aspettà stasera, pe turnà. Quanno vuie attezzate 'o fuoco! E quanno stu Miullo fa cierti penzate! «Iammo a Matalune. Canosco a n'assistito, ca ce dà 'e certe». Simmo iute...
Peppe (con convinzione:) — Eh! E quanno è sàpeto ce date na voce!
Carmine (sorridendo:) — Già: nuie pigliammo sicuro. Avimmo avuto tutte 'e nuvanta nummere!
Peppe. — Nun dicimmo scemità! Se sape: s'ha da fa' 'o ristretto. L'amico 'e Matalune è tàrtaro centrale. E nun po' parlà apierto, si no se ncuieta cu l'Essere.
Petruccio (lievemente ironico:) — Chi sarrìa, mo, st'Essere, Miù
Peppe. — L'Essere... che so i' mo... 'o spireto... Chillo ha da parlà 'n gergo. Si no, là è notte!
Carmine. — 'A verità? Io nun n'aggio pigliato spagliòccola.
Peppe. — E s'intende. Io pecchè so' benuto? Chille songo uòmmene ca s'hanno 'a capì pe l'aria, a uòsemo.
Petruccio — E tu 'e ccapisce, neh, Miù?
Peppe. — Tanto bello, ca 'e ccapisco! (Indicando un taschino del suo farsetto:) Già: cca sta scritto. E nun po fallì. Quanno ce sturèo nu poco, e 'o córpo è fatto.
Carmine. — Trascurzo facenno, l'avimmo cuntato 'o fatto 'e 'onna Veneranda Perrone...
Petruccio (semplicemente:) — Ah?
Peppe (con apparente indifferenza, ma fissando Petruccio con un acuto sguardo indagatore:) — A prepòseto: s'è appurato niente?
Petruccio. — Niente. (A Carmine:) E che v'ha 'itto 'o tartaro centrale?
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Carmine. — Che sa' lla fatto tante scungiure. Po', ha murmuliato: « Notte »...
Peppe (subito, con fede:) — Uttantaquatto!
Carmine. — « Palazzo nchiuso »...
Peppe. — Sissanta!
Carmine. — « Porta scassata »
Peppe. — Sissantadoie!
Carmine. — «Àsteco vascio»
Peppe. — Quinnice!
Carmine. — «Vecchia accisa»...
Peppe. — Sissantadoie!
Carmine. — «'O sòrece sta int''o mastrillo»
Peppe. — Trentacinche!...
Carmine. — «Dunque: 'o mariuolo è d''o vicenato!»
Peppe (grave:) — È lampante!
Petruccio. — Neh? E, sì è lecito, che significa tutto chesto?
Carmine (spallucciando:) — Ih! So' nùmmere!
Peppe. — E chi ve dice ca nun è 'a verita? A me, per esempio, mme capàcita. Era l'una doppo mezanotte. 'O palazzo steva nchiuso. 'O guardaporta durmeva. A' porta d''a casa s'è truvata aperta, scassata. Vale a di': 'o mariuolo è trasuto p''a porta. E comme ha fatto a trasì p''o palazzo? È chiaro: ha scravaccato l'asteco d''o palazzo appriesso. Dunque? 'O suggetto è d''o vico. E po', si ll'ha 'itto 'o tartaro, è vangelo.
Petruccio. — E già! Io, per esempio, sto' 'e casa 'int''o palazzo appriesso; dunque, 'o mariuolo putarria essere pur io. È accussì?
Peppe (ipocritamente:) — Chi dice chesto?! Serve pe ragiunà.
Petruccio. — Ma comme! Nun ve facite n'ato càrcolo, n capo a buie? 'O mariuolo, a primma sera, s'è mpezzato 'int''o palazzo, e s'è annascunnuto; 'a notte, ha fatto 'o servizio; e po' se n'è asciuto, còmmetamente, p''o purtone, e s'ha tirato 'o spurtiello. Nun po succedere, neh, Miù?
Peppe (indagando:) — E pecchè no? Pure po essere.
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Petruccio. — E famme stu piacere! Accattaténne semmente, sti cchiacchiere d''o tàrtaro centrale!
Carmine. — Basta. Parlammo 'e cose allere. Natalì, che se dice, ogge, a refettorio?
Natalina (un po' confusa) — Aspettàvemo a te.
Carmine. — A me? E si io fosse turnato stasera? È passato mieziiuorno: e cca 'o pizzo cchiù friddo è 'o fuculare. (Guardando su la tavola:) Ancora 'e rrumasuglie d'aissera! (Uno sguardo sospettoso a Natalina). Natalì?... Nun saccio comme te veco... Ch'è stato?
Natalina (nervosa, a piccoli scatti:) — Niente... Acumminciammo a fa' castielle in aria!... È niente.
Carmine (rassegnato:) — E nun te piglià còllera. È niente. (Siede presso la tavola).
Petruccio (per deviare il discorso:) — Mo ca ce penzo, Natalì: cummara Santa t'ha dato chella risposta?
Natalina (come ricordando:) — Ah! A proposito... (Va alla finestra, e tira la corda di un campanello interno).


(Suono del campanello interno).


Peppe (sedendo presso la tavola, di fronte a Carmine:) — 'On Carmeniè, na disperata? (Rimescola le carte da gioco)
Carmine (acconsentendo:) — Na disperata.


(Consultano il pacchetto, per le sorti del giuoco).


Peppe. — Vulite mano.
Carmine. — Mmésca. A trentuno.


SCENA QUARTA.


Cummara Santa, dall'interno. Natalina, Carmine, Petruccio, Peppe.


Natalina (chiamando:) — Cummarè!
Santa. — Natalì?
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Natalina. — Chella mmasciata?
Santa. — Quando volete. Putite saglì nu mumentino?
Natalina. — Subito. (Si allontana dalla finestra).
Carmine (giuocando:) — Tre asse e seie d''o tre a bastone.
Peppe. — Ànchete!
Natalina (a Petruccio:) — Io vaco.
Petruccio. — Vengo pur io. Aggio nu poco 'e che fa'. (Salutando:) 'On Carmeniè, conzervatevi! Salute, Pe'!
Carmine. — Statte buono.
Peppe. — Bona iurnata.
Petruccio (a Natalina, pianissimo, uscendo con lei:) — Pìgliete 'e llire. 'A cca a n'ata mez'uretta, 'o puntone.
Natalina (sospira penosamente, e dice sì col capo).
Natalina e Petruccio (escono dal fondo).


SCENA QUINTA.


Carmine, Peppe


Peppe (dopo aver consultato le carte:) — Quattro miserabili punti!
Carmine. — Sette e nove: sìdece.
Peppe. — Bona salute! 'Àteme mano.


(Mentre giuocano:)


Peppe (insinuante:) — 'N capo a buie, 'on Carmeniè, mo 'o mariuolo nun se sapesse!
Carmine (un po' sorpreso guardandolo:) — ...Che cosa?
Peppe. — 'O tàrtaro ave raggione. Ma... nun se po parlà!
Carmine. — Tu che staie ammaccanno? Tre doie e 'o tre a coppa.
Peppe. — Ncasa 'a mano! (Una pausa). Cu nu servizio sistimato, uno mo se putarria fa' nu vestetiello nuovo. Ma... ce sta l'amicizia. E io so' l'amico degli amici!
Carmine. — Tu staie parlanno francese! (Lo fissa acutamente; poi, con un balzo:) ...Petruccio?! (Lascia cadere le carte su la tavola).
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Peppe (gesuitico, raccogliendo le carte sparse:) — Dico, pe di'... Nun ve capàcita?
Carmine (fermo:) — Nun 'o di' manco pe pazzia!
Peppe. — Evangelista sta 'e casa 'int''o palazzo cu l'àsteco vascio...
Carmine (sgranando gli occhi:) — E... che significa?
Peppe. — Rifrettiamo un poco. Nuie sapimmo Evangelista chi è...
Carmine (mentre Peppe parla, come a scacciare un pensiero fosco, ripete, quasi tra se, tormentosamente:) — No... No... No...
Peppe. — 'O mariuolo è d''o vicenato. E nun ne putimmo dubità: ll'ha 'itto l'Essere infallibile! E po', avite visto Petruccio comme s'accalurava, pe ce cunvincere ca 'o mariuolo era trasuto, s'era annascunnuto, se n'era asciuto, s'aveva tirato 'o spurtiello? Ma che fòssemo nuvelline, 'on Carmeniè? Ce vulesse 'a zìngara?


(Qualche momento di silenzio).


Carmine (concentrato, continua a negare, con cenni del capo).


SCENA SESTA.


Canzirro, Carmine, Peppe


Canzirro (entrando:) — Mannaggia 'o facchinaggio!
Peppe. — Guè, Canzì! E pe do' si' trasuto?
Canzirro. — Pe do' avevo 'a trasì! 'A porta sta aperta. (Va verso la porta, borbottando:) Accussì sta! Chi tene mali ccerevella ha da tenè boni ggamme!
Peppe. — Neh, tu pecchè mbrusunìe?
Canziero. — Pure 'o pappavallo ce vuleva! Mm'aggio scurdato 'o pappavallo! (Stacca la gabbia dalle stipite).
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Carmine (un po' sorpreso, scotendosi:) — 'O pappavallo?!
Canzirro. — Pure 'o pappavallo ha da i' 'n Francia...
Carmine (rabbuiandosi:) — 'N Francia?!...
Canzirro. — Vo' viaggià c''o pappavallo, 'onna Natalina!
Carmine (di scatto, alzandosi:) — Natalì...?! (La voce gli si spezza. Egli è invaso da un tremore invincibile. Guarda in torno, sbigottito, come interrogando).


(Qualche momento di silenzio).


Peppe (osserva attentamente).
Carmine (agitato, si accosta a Canzirro, e gli strappa la gabbia. Con voce affannosa, quasi rauca:) — Posa 'a caióla!... Ma che stisse mbriaco, tu? Che fusse pazzo?
Canzirro. — So' pazzo?! Che fosse venuto 'o contrordine? 'Onna Natalina...
Carmine (macchinalmente, ripete:) — Natalina?... Petruccio?.. Marsiglia?... (Sobbalza. Il sospetto lo avvince. Egli guarda Peppe, gli occhi sgranati). Miù?!...
Peppe (scrolla il capo, socchiude gli occhi, si stringe nelle spalle e sospira: come a significare che egli aveva tutto compreso e preveduto).
Carmine (ha un impeto di ribellione. La gabbia gli cade di mano. Come a soffocare l'atroce dubbio che lo opprime, grida con veemenza:) — No! No! (Afferra Canzirro per la gola, e lo spinge verso l'uscio del fondo, digrignando:) Tu si' pazzo! Vattenne! Tu si' pazzo!
Canzirro (cercando di divincolarsi:) — Chià'!... 'On Carmeniè!... Vuie mm'affucate!
Carmine (spingendolo sempre:) — Vattenne! Tu si' pazzo! Vattenne!


(Su la soglia del fondo, appare Natalina).

[ 96 ]
SCENA SETTIMA.


Natalina, Carmine, Peppe, Canzirro.


Natalina (si sofferma, sospettosa, sul limitare).
Carmine (lascia Canzirro. Contempla la giovine, tremante, perplesso).
Natalina (comprende. Come annichilita, si appoggia al cassettone, il volto nelle mani).


(Qualche momento di silenzio).


Canzirro (a Peppe, che ha assistito, impassibile, alla lotta:) —'On Pe', io, po', ve ringrazio. Comme fosse, 'on Carmeniello mme strafucava, e buie ve guardàveve 'o spettacolo?
Peppe. — Embè figlio mio: chillo nu sfoco ll'ha da avè!
Canzirro (con un piccolo scatto di risentimento:) — 'On Pe'!
Carmine (a Canzirro:) — Tu, vattenne! Facchine nun ne vulimmo
Canzirro (ancora impaurito, si cava il berretto, s'inchina e se ne va).
Carmine (a Peppe:) — Miù, famme 'o favore...
Peppe (subito:) — Capisco. Ce vedimmo cchiù tarde. (Pianissimo:) Ve site capacitato, 'on Carmeniè? Io 'a capa nun mm''a ioco.
Carmine (raccommandandogli il silenzio:) — Ma tu...
Peppe. — Ch''o dicite a fa'. È dovere. (Si avvia verso il fondo. Quando passa dinanzi a Natalina, si scopre. Esce).


(Un silenzio).


SCENA OTTAVA.


Natalina, Carmine.


Carmine (va a chiudere l'uscio di scala. Nel silenzio, lo stridore della chiave girante nella toppa).

[ 97 ]
Natalina (si scuote. Si avanza verso l'uscio del fondo. Su la soglia, s'imbatte in Carmine, che rientra. Retrocede, confusa, palpitante).
Carmine (energico, serbando la chiave:) — P''a porta nun s'esce! Te ne vuò i'? E mènete p''a fenesta! Morta, mille volte! Ma luntana, no!
Natalina (scrolla il capo e sospira, penosamente).
Carmine (nervoso, frenetico, nella voce le lacrime, e un sorriso spasmodico sul volto; or pietoso, or violento, a scatti:) — So' turnato 'e pressa... Manco si 'a mala nova mm'avesse parlato! È passato l'angelo e ha ditto «ammènne!» (Quasi a contatto di lei:) Cu Petruccio: è ovè? E tu lle vaie appriesso... E mme lasse... mme lasse, accussì... E te ne vaie, pe nun turnà cchiù... (Ad un atto di diniego della giovane, soggiunge:) O pe turnà cchiù spruvista e cchiù sciupata 'e mo! Ma nun te n'adduone — di'! — nun te n'adduone ca chillo ribusciato te leva salute e denare? È nu mariuolo Evangelista!
Natalina (affettuosa e intollerante:) — Nonò!
Carmine. — Nun è stima ca lle levo! È nu mariuolo!
Natalina (subito, con pena:) — E io?
Carmine (fissandola, torvo:) — ...Tu?...
Natalina. — Tu saie accussì bello chi è Petruccio, e te scuorde io chi so'!
Carmine (smarrito, come interrogando se stesso:) — ...Chi si'?...
Natalina. — Ah, nonò! Tu mme cride sempe Natalina 'e na vota!
Carmine. — Accussì fosse! (Con rimpianto:) Comm'a cinche anne fa!... (Una pausa). Ma tu... tu nun si' cchiù Natalina 'e na vota! (Dopo un'altra pausa, deciso:) E pròpio pe chesto io nun voglio, io nun te pozzo lassà!
Natalina (guarda il vecchio, come volendo indagarne il pensiero).
Carmine. — Tu mme guarde?... Ah, Natalì!... (D'improvviso, cupamente, martellando le parole, come per farle bene imprimere nell'anima di lei:) Tu te
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perdiste pe me. E si tu te ne scuorde, io nun mme ne pozzo scurdà.
Natalina (si abbandona ad una sedia, sul davanti. Prona sul tavolinetto, nascondendo la faccia nelle mani, rantola perdutamente:) — Ah, Madonna!... Madonna mia!... Sempe chella sera!... Sempe! Sempe!
Carmine (senza neppure una pausa, accostandosi a lei, concitato, affannoso:) — Sempe! Sempe!... È na fissazione?... Ma è pe fissazione ca io nun te voglio lassà! E... so' cinche anne... E ogne notte è chella notte... Mme veco ancora là, (indica la porticina di sinistra) comme si fosse mo... 'n funno a nu lietto... paralitico... Nun ce sta manco ll'uoglio p''a lampa... E comme chiove... Comme chiove! (Come in delirio, quasi rivivendo lla scena di quella notte:) — «Natalì!... Natalì!... E addò sta Natalina?... Ah, Madonna mia, falla turnà»... E tu turnaste... E t'appuiaste là... vicino 'a porta... — «Chi t'ha dato stu mbrello 'e seta, nuovo nuovo?»... — «'O Cuntino»... —«E... sti ciente lire in oro?»... «'O Cuntino»... — «Quanto è buono, 'o Cuntino!... S'arricorda sempe 'e menzù Carmeniello, ca ll'ha servuto pe diece anne!... Che signore caritatevole!»... (Non può continuare. Il pianto, a lungo rattenuto, irrompe dirotto. Come riacquistando la coscienza smarrita, imprecca, in un rantolo:) Ca pozza essere accisso addò sta mo!
Natalina (ripete, abbrividendo:) — Madonna mia!
Carmine (di scatto, drizzandosi:) — E tutto pe me! (Con un crescendo di esasperazione:) Capisce? Tu si' chella che si', pe me! Tu mme sanaste. e tu mme faie truvà 'o piatto cucenato, tutte 'e iuorne! Chi so', io? Nu mangiafranco...
Natalina (richiamandolo affettuosamente:) — Nonò!
Carmine (eccitatissimo, continua:) — ...Nu viecchio inutile, ca si nun fosse pe te, iarria stennenno 'a mano, ncoppa 'e ggrade 'e na chiésia!...
Natalina — No...
Carmine — Sì! Nuie sfrascenammo, cumm'a dui'
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cundannate, 'a stessa catena. Ah! Tu te cride ca io nun capisco addò so' caduto?
Natalina (come per disgusto:) — Nonò!
Carmine. — ...Io e Petruccio stammo a uno scanniello. Dui' ribusciate! E campammo 'n cuollo a te!... E Petruccio è nu strànio. E io te so' nonno!
Natalina (si covre il volto con le mani, raccapricciando).
Carmine. — Io mme canosco. I mme n'addono ca nisciuno... nisciuno mme stima... (L'eccitazione è al colmo). Eppure!... Eppure, io putevo murì comme so' campato. Tenevo canuscenze, impegne... Putevo trasì a 'o Serraglio, a San Gennaro 'e pòvere... E invece? Io sto' cca... Te veco accazzettata cu nu cammurrista, ca te maletratta e t'arrobba... cu tante strànie, ca te pigliano e nun te stìmano. E io mme sto' zitto. Cammino cu ttico: e veco chi te mmita... e sento chi te repassa. E io, zitto!... T'aggio vista trasì 'int'a sta casa, 'e iuorno, 'e notte, a primma matina: sciupata, c''o pizzo a rriso 'e mmane fredde sotto 'o scialletto e 'a freva 'n cuollo... E io, zitto! Sempe zitto!... I mme so' misa na màschera 'n faccia!... E pecchè? Pecchè tu mme si' nicessaria...Pecchè sta casa mm'è nicessaria... E tu mme vuò lassà?!... Ah, no! Pe Cristo 'ncroce! Evangelista nun 'a sponta, sta vota! Nun ll'ha da spuntà!


(Qualche momento di silenzio).

(Dall'atrio, un fischio acuto).


Natalina (trabalzando:) — Petruccio?!
Carmine. — Isso?! (Sgrana gli occhi, come ad una rivelazione. Afferra la giovine per un braccio, e quasi la trascina dinanzi al cassettone. L'indice teso verso la statuetta della Madonna, con voce cupa e solenne:) Natalì! Dimme 'a verità; e penza ca Maria Santissima te sente. Tu... vuò partì?... È overo ca vuò partì?... Cu Petruccio?... È ovè?
Natalina (fissandolo, dubbiosa, accenna di sì)
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Carmine (acuendo il pensiero nell'indagine tormentosa:) — E... pecchè?
Natalina (tenera e persuasiva:) — Pe lassà sta brutta vita... E... pure pe te... Pe te fa' fa' na bona vicchiaia...
Carmine (rauco, velenoso, la bocca quasi su la bocca di lei:) — Busciarda! (Respingendola bruscamente e venendo verso il davanti, ripete:) Busciarda! Busciarda!


SCENA NONA.


Petruccio, Natalina, Carmine


Petruccio (dall'atrio, a stesa:) — Alèsio, Alè!
Natalina (va alla finestra, preoccupatissima. Fa cenno a Petruccio di attendere).
Carmine (medita. D'un tratto, sussulta e sorride, come ad una trovata felice. Poi, con risolutezza:) — Aspetta. Ca sagliesse.
Natalina (indecisa e trepidante:) — Nonò?!...
Carmine (energico:) — Ca sagliesse!
Natalina (chiama, più col gesto che con la voce:) — Petrù!...
Carmine (estrae la chiave, ed esce dal fondo).


(Nel silenzio, lo stridore della chiave nella toppa).

(
Carmine rientra, Petruccio lo segue).


Carmine (appare trasfigurato. Sorridente, cerimonioso:) — Trase. Trase, Petrù. E agge pacienza, si t'aggio fatto aspettà. Tu pure, Natalì, scùseme, si t'aggio trapazzata. So' pazzo. Scusàteme, tutte 'e duie.


(Qualche momento di silenzio).


Carmine (giubilante, ma nervoso, mal dissimulando lo sforzo:) — Dunque?... A Marsiglia?... E sissignore! Facimmo 'a vuluntà 'e Dio. Partimmo.
Petruccio (sorpreso:) — Partimmo?!
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Natalina (ha un movimento di pena).
Carmine. — E sì. Che ce faccio cca, io sulo? V'accumpagno.
Petruccio. — Addò?
Carmine. — Ched'è? Ve dispiace si vengo pur io, cu buie?
Petruccio. — Cu nuie? (Con un sorriso compassionevole:) 'On Carmeniè! Ma che ve fosse iuto 'o lliccése 'int''e ccerevella?
Carmine (impetuosamente:) — A me?! (Contenendosi e sorridendo:) E, si è lécito, pecchè?
Petruccio. — Ma comm'è presumibile, chesto? Che facimmo 'o spusarìzio 'e San Giuseppe?
Carmine (è scosso da un fremito sordo).
Petruccio. — Nuie avimmo 'a fa 'o speziale, là. Ve pare a buie ca putimmo i' facenno 'a vita, cu Matusalemme appriesso?
Carmine. — Matusalemme? (Una pausa). Avite ragione. (Una pausa). E allora... Sentite... V''o cerco pe carità. A titolo 'e carità! (Supplichevole:) Nun mme lassate sulo... Purtateme cu buie... Sentite. A Marsiglia, tenìteme pe nu strànio, fore casa... Anze, facimmo n'ata cosa. (A tratti, singhiozza). A buie ve serve nu servitore? E teniteme pe servitore... Io ve faccio uno 'e tutto... v'arricetto 'a casa... ve faccio 'a spesa... ve cucino... ve priparo 'o lietto... Chiammàteme Carmeniello. Cummannàteme a barda e a sella... Maletrattàteme pure! Ma nun mme lassate sulo! Nun mme lassate sulo!
Natalina (appare vivamente intenerita).
Petruccio (sbuffando:) — Bubbàaah!... 'On Carmeniè, vedete: nuie avimmo 'a ragiunà. Vuie stesso avìsseve 'a capì ca chello che dicite nun po essere.
Carmine. — Nun po essere? E pecchè nun po essere?... Petrù! P''a felice memoria 'e mamma toia, — saccio ca tu 'a vulive bene, — nun di' ca nun po essere!... Nun mme fa' perdere 'e lume!... Natalì! Dincello pure tu... Natalì! Vuò ca mme t'addenucchiasse nnanze? (È per inginocchiarsi).
Natalina (trattenendolo, dolcemente:) — Nonò!...
Carmine (tutto vibrante di tenerezza:) — Nonò? So'
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ancora nononno?! Sì? Sì! Tu si' Natalina mia! E viene. Dincello tu...
Petruccio (infastidito:) — Oh! Ma che facimmo l'opera, cca? Vuie ve starrate sunnanno, quanto è certo Dio! Comme se parte? Accussì? E 'o passapuorto, 'o biglietto? Nuie 'a cca a n'at'ora avimmo 'a sta' a buordo.
Natalina. — Ma... nun se po vedè? Partimmo n'ato iuorno.
Petruccio. — N'ato iuorno? A te te sarrà tuccata 'a capa! Embè? Io mo t'aggio pregata... Tu 'a piglie scorza scorza, e a me mme fa na brutta luna! (Carmine sussulta). Alle corte: si tu nun tiene ntenzione 'e partì, richiaràmmece francamente; accussì, io mme mbarco, e mme ne vaco sulo.
Natalina (timida:) — Ma no...
Petruccio. — A me sti scene mme piàceno ncoppa 'o triato. (Il vecchio freme). In conchiusione, quanno 'on Carmeniello ave tanto ca po arrangià, che ato va ascianno?
Carmine. — Io?! (Sorride stranamente. Poi, cambiando tono:) Ai' ragione! Te ll'aggio ditto: so' pazzo. (Aspramente ironico:) Se sa! Marsiglia nun è Napule. A Marsiglia nce avimmo 'a dà l'aria; si no, se perde 'o prestigio. A Marsiglia s'ha da sta' in albergo, comm'a na signora distinta; si no, chi nce apprezza? Sarria nu fatto curiuso: na cocotte, cu nu viecchio malato, appriesso. Io ve spezzarrie 'e passe...
Petruccio. — Ecco: mme piace quanno l'uomo ragiona.
Carmine. — E po', nun ce sta tiempo. (Uno sguardo acutissimo a Petruccio). Petruccio va 'e pressa. Lle fa na brutta luna!
Petruccio. — Pròprio, Pròprio.
Carmine. —Già, in fondo in fondo, quanno io aggio avuto tanto ca mme pozzo arrangià, che ato vaco ascianno? 'A luntananza è na fantasia; sulo 'a panza chiena è na nicessità. E po', 'a cca a n'at'anno, si vo' Dio, n'ata vota cca, aunite, comm'a mo...
Petruccio. — S'intende bene.
Carmine. — Ricche, cuntente...
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Petruccio. — Sperammo!
Carmine. — E allora... nun ne parlammo cchiù. (Con falsa giocondità:) Buon viaggio. E arricurdàteve 'e me.
Natalina (di gran cuore:) — Sempe! Sempe!
Carmine (umile, ma con entro la voce tutto lo strazio del suo orgoglio ferito:) — Penzate ca io tengo unu vraccio... ca nun mm''o pozzo faticà. 'E ricche 'e Marsiglia nun se scurdàssero 'e puverielle 'e Nàpule.


(Un silenzio).


Carmine (calmo, come ribadendo un suo proposito intimo:) — E stàmmice allere. 'A nuvola è passata. (Una pausa). Mme vulite fa' na finezza?
Natalina. — Na finezza?
Carmine. — A ch'ora partite?
Petruccio. — A 'e tre meno dieci. Ma p''e doie nce avimmo 'a truvà mbarcate.
Carmine. — Ah! Ce sta ancora tiempo.
Petruccio. — Pecchè?
Carmine. — Niente. Tengo n'affare 'e cinche minute. Vaco e vengo. Ve voglio accumpagnà a buordo. N'avite dispiacere?
Petruccio. — Figuràteve! Anze, facimmo accussì. Iate a fa' 'e fatte vuoste. Io faccio na mmasciata a Natalina, e po v'aspetto a' casa. Mme venite a piglià nzieme cu essa, e ce ne iammo.
Carmine. — Sta bene. Tu aspèttece 'a casa (Come fissando un'idea, lentamente:) E nun te mòvere.
Petruccio. Nun mme movo.
Carmine. — Nu quarto d'ora, e stammo là. (Sorridente, scherzoso:) Tu, Natalì, fa na bella tuletta. Accòncete sta capa. Staie tutta sceppata! E miéttete 'a veste 'e faglia e 'o crespo 'e seta ianca.
Natalina. — Sì. Sì.
Carmine. — Vulimmo fa' na primma asciuta a llicchetto! Comm'a dui' spuse (Andando verso l'uscio di scala, ripete giocondamente:) Na primma asciuta a llicchetto! (Sotto l'uscio, stropicciandosi le mani:) Comm'a dui' spuse! (Esce)
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SCENA DECIMA.


Natalina, Petruccio.


Petruccio (con un gran sospiro di sollievo:) — Ah! Avimmo tirato n'ato capo 'n terra! Che te dicevo, io? 'O viecchio fa bbu-bbà; ma po' s'accuieta; e tutto è niente. Venimmo a nuie, mo. Piccerè?
Natalina (estrae dal suo busto alcuni biglietti di banca:) — Cummara Santa n'ha ricavato quattuciente lire. Ducientecinquanta 'a toppa, uttanta 'e ccinche anelle e sissanta 'o braccialetto. (Gli dà il danaro).
Petruccio (sprezzante:) — Guardate cca! Uno se fatica 'a vita soia, pe fa' mangià 'e struzzine! Ducientecinquanta lire na toppa ca, a ghittà a ghittà, ieve seciente franche!
Natalina. — Nun bastano?
Petruccio. — Che cumbinammo, cu cuattuciente lire! Accummience a spènnere, — casa, tratturia, veste, cappielle, eccetera, — sti llire se ne vanno 'int'a na semmana. (Conserva il danaro in un portafogli di cuoio). Nun se po arremerià nient'ato?
Natalina. — E che tengo cchiù?
Petruccio (ha adocchiato una crocetta d'oro, che brilla sul petto di Natalina:) — Sta crucetta...
Natalina (subito, portando le mani sul petto:) — No! Chesta, no!
Petruccio. — Pecchè?
Natalina. — È un ricordo 'e nononno. (Con rimpianto:) Mm''a regalaie 'o iuorno d''o nomme mio, sette anne fa.
Petruccio. — Vabbuò! (Accenna a strapparle la crocetta). Po' n'accattammo una parigina.
Natalina. — No, Petrù! Sta crucetta, no. 'A mpignaie, na vota, quanno nononno stette malato. E mme parèteno mille anne d''a spignà.
Petruccio. — E mo 'a vennimmo, e stamme parapatte e pace! (Le strappa la crocetta). Cca ce vonno lire
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assaie, piccerè! Acchiappammo addò truvammo, pe mo... Piglia pure 'o remuntuarre... (Azione di diniego di Natalina). Va là! Si vuò sapè ch'ora è, cca sta 'o cronòmetro. (Come colpito da un'idea:) Aspè... (Si avvicina al cassettone). Sti canneliere 'argiento... Sta lampa... 'On Carmeniello po arremmerià cu na cannela. (Smorza la lampada). 'A Maronna se veste d''e ccircustanze noste. (Toglie di sopra il cassettone la lampada e i candelieri). Accussì. Chiamma a cummara Santa, e bide quanto cchiù ne può ricavà.
Natalina (da un fodero del cassettone estrae un orologio d'oro con catenella, che consegna a Petruccio. Ha gli occhi arrossati. Va alla finestra, e chiama:) — Cummarè! (Suono dei campanelli interni).


SCENA UNDECIMA.


Cummara Santa,dall'interno. Natalina, Petruccio.


Santa. — Cummarè?
Natalina. — Cummarè, na preghiera. Putite calà?
Santa. — Eccomi.
Petruccio (in tanto, ha deposto sul tavolinetto la lampada, i candelieri, la crocetta, l'orologio. Ora:) — Io scengo. T'aspetto a' casa, nzieme cu don Carmeniello. Nun 'a pigliate 'e quaranta, pecchè (consultando il suo orologgio) è quase l'una. E te raccumanno: nun te fa' fa' scema 'a cummara Santa. Chella 'a sape longa, 'a sape, 'a cummare! (È per uscire. Su la soglia del fondo, si imbatte in Cummara Santa, che entra).


SCENA DODICESIMA.


Cummara Santa, fuori. Natalina, Petruccio.


Petruccio. — 'A bellezza d''a cummare!
Santa (una vecchia fulva, angolosa, rapace:) — Schiavuttella vosta!
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(Petruccio esce. L'uscio di scala rimane socchiuso).


Santa (adocchiando avidamente gli oggetti preziosi, che sono sul tavolinetto:) — Che ve pozzo servì?
Natalina (con uno sforzo, indicando quegli oggetti:) — Che mme putite dà?
Santa (osserva ad una ad una le cose preziose, comentando:) — Na lampa 'argiento... Dui' canneliere 'argiento... (Con una smorfia di sprezzo:) Ih! 'Argiento nun ba manco cchiù a trappise!... Nu remuntuarre d'oro cu na catenella d'oro... (Ripete la smorfia). Mo, pe na ventina 'e lire, s'hanno remuntuarre ca fanno stravedè!
Natalina (segue i comenti di Santa, con un dondolìo mesto del capo:) — Be'?
Santa (dopo di aver pensato un po':) — Ecco, cummarè... Pecchè site vuie, e pecchè io nun so' comm'a ll'ate, cinquanta lire.
Natalina. — Cinquanta lire?! Ma si sulo 'o remuntuarre mme ne custaie ciento!
Santa. — Allora! Ma, mo! Mo nce aggio aggio 'a faticà, pe ne caccià na trentenella 'e franche.
Natalina. — Facimmo sittanta.
Santa. — Mme murtificate, parola mia! Io, mo ce vo', nzerro ll'uocchie, pecchè site vuie. Cheste so' ccose ca s'hanno 'a mettere a 'o pizzo, pe quanno nasce 'a cumbinazione. E a me nun mme piace 'e tènere roba a durmì. (Una pausa). Volete?
Natalina (rassegnata:) — Cinquanta lire!
Santa (cava dal busto un pacchetto di biglietti da cinque lire. Osserva attentamente ciascun biglietto; poi conta, e depone il denaro sul tavolinetto:) — Cinche... diece... quinnice... vinte... vinticinche... trenta... trentacinche... quaranta... Accettate nu pizzeco 'e bronzo?
Natalina. — Nu pizzeco 'e bronzo!
Santa (cava dal grembiule due rotoli di monete). — Quarantacinche, e cinquanta. È servita.
Natalina. — Grazie.
Santa (mentre raccoglie e serba in un giornale, che è sul tavolinetto, gli oggetti acquistati:) — Non c'è di che!
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Facite buon viaggio. E rammentàteve 'e nuie, ca simmo puverielle, ma 'e buon core.
Natalina (scossa:) — Ve ricurdate: è ovè? Ve ricurdate: — cinche anne fa — chella sera, ca chiuveva?... Nononno steva malato... E io venette a tuzzulià a' porta vosta... E vuie dicisteve ca no... Ve ricurdate?
Santa (alquanto confusa:) — Ecco... Vuie stìvene già in attrasso. E io ve rappresentaie 'e ccircustanze meie.


(Un lungo silenzio).


Natalina (sforzandosi di sorridere:) — Mm'aggiustate nu poco sta capa?
Santa (cerimoniosa, deponendo il fagotto sul tavolinetto:) — Figuràteve!


(Natalina siede dinanzi allo specchio. Santa le discioglie i capelli).


SCENA TREDICESIMA.


Carmine, Natalina, Cummara Santa.


(L'uscio di scala si spalanca, improvvisamente. Su la soglia appare Carmine. È pallido. Domina a stenti un tremore che lo assale tutto. A tratti, il suo volto ha contrazioni di spasimo. Egli s'indugia qualche istante sotto l'arco della porta).


Santa (volgendo il capo verso quell'uscio, sorpresa:) — 'On Carmeniè?!
Carmine. — Cummà? (Sempre dominandosi, si avanza).
Natalina. — Nonò, ch'ora so'?
Carmine (concentrato, non risponde).
Santa. — L'una e nu quarto.
Natalina (con premura:) — Cummarè, spicciàteve. Petruccio aspetta.
Carmine (sussulta. Un lungo brivido gli attraversa il corpo).
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Santa. — 'O spiccecaturo? (Prende di sopra la toletta un pettine e comincia a stirare i capelli discinti di Natalina).


(Un silenzio. Ora, Carmine appare eccessivamente preoccupato; egli cerca di evitare gli sguardi delle due donne).


Santa (sempre intenta al suo officio, canticchia:) — « Quanta prete ce vonno a fa' nu ponte, tanta suspire tu mme si' custata!»...


(Ancora un silenzio).


Natalina. — Nonò. Petruccio addò ha ditto ca nce aspetta?
Carmine (in un impeto di acre voluttà, sogghignando:) — Sta sicuro addò aspetta! (Subito, reprimendosi:) Nce aspetta a' casa. (Con un singolare sforzo di volontà, riesce a nascondere l'angoscia onde è invaso. Si accosta a Natalina. E sorride. E cerca di addolcire la voce. A Santa:) Cummarè, pettinatemmella a ll'ultimo buon gusto.
Santa. — Pettinatura a la Vergine!
Carmine. — A la vergine, sì! Comm'a na sposa... Comm'a na zetella ca se mmarita... (Improvvisamente, rabbuiandosi:) o comm'a na zetella che more...
Santa. — 'On Carmeniè! (Come a scacciare l'augurio sinistro, si fa il segno della croce, invocando:) Giesù, Giuseppe, Sant'Anna e Maria! È chisto è malaùrio!
Carmine. — Malaùrio, no!... Malaùrio, no! (Una pausa. Guarda in torno la casa spogliata delle sue dovizie). 'E canneliere 'argiento... 'A lampa 'argiento... Tutto è sparito! (Alla statuetta della Madonna, lugubre:) T'hanno spugliata, Madò! Pure a te! Pure a te! Pure a Maria Santìssema! È passato nu mariuolo pe sta casa, e ha fatto un arravogliacuósemo!... Perdònelo, Madò! Perdònelo! (Una nube improvvisa sul suo volto. Egli geme sordamente, con un mugolìo affannoso:) E
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perdòneme! perdòneme! perdòneme! (Una pausa breve. Si riaccosta a Natalina; la contempla, estatico; poi, con un vivissimo gesto di sorpresa:) E 'a crucetta d'oro?!... Pure 'a crucetta d'oro! Pure 'a roba mia!
Natalina (istintivamente, stringe le mani sul petto, a nascondere la realtà).
Carmine (preda di una crisi nervosa, ritorna alla statuetta sacra, e aggiunge, con voce appena sensibile, ma spietatamente:) — No, Madò! Nun mme ne pento! Nun mme ne pento! Nun mme ne pento! (Barcolla; per non cadere, si sostiene ad una sedia).


(Le due donne accorrono, spaurite, a sostenerlo Natalina ha ancora i capelli disciolti, che le cadono su le spalle).


Natalina. — Nonò?!
Santa. — 'On Carmeniè?!
Carmine (respinge le due donne. Il suo volto ha contrazioni strane: par ch'egli rida. Balbetta:) — Niente... È niente... È niente... (Ma la crisi lo ha sfinito. Egli si abbandona alla sedia, lo sguardo al vuoto).


(Un breve silenzio).


SCENA QUATTORDICESIMA.


Voci dall'atrio. Natalina. Cummara Santa, Carmine.


(Il campanello della finestra si agita violentemente. Si ode un fischio acutissimo. E salgono dall'atrio voci confuse).


Voci dall'atrio. — È ìsso! È ìsso! — Evangelista — 'O pòrteno a ll'Ispezione!
Una voce (tonante:) — Natalì! 'On Carmeniè! Hanno arrestato a Petruccio!
Natalina (atterrita, sobbalzando:) Petrù...?! (La sua voce si strozza in un rantolo).
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Santa. — Mamma d''o Carmene!
Natalina (scarmigliata, livida, sconvolta, corre alla finestra. Sporgendosi dal davanzale, gli occhi sbarrati verso l'atrio, chiama, follemente:) — Petrù! Petrù! Petrù!
Santa (trattenendola e scongiurandola:) — Cummarè!... P''ammore 'e Dio!... Che bulite fa'?!...
Carmine (trema tutto; si rannicchia su la sedia, lo sguardo immoto all'immagine della Madonna; e si percote il petto, ripetutamente. Il suo braccio malato è scosso da un tremore implacabile).
Natalina (si accosta a Carmine; lo chiama; lo scuote.) — Nonò! Tu siente?!... Hanno arrestato a Petruccio!... E pecchè ll'hanno arrestato? Pecchè?!
Carmine (solleva la testa; fissa la giovine, come un ebete; e come un ebete ripete, con voce strascicante:) — Pecchè?... Pecchè?... Pecchè?...


(Suona a lungo il campanello dell'uscio di scala).


Santa (smarrita, andando verso l'uscio:) — Maronna mia! Mièttece 'a mano toia! (Apre).


SCENA QUINDICESIMA.


Miullo. Voci dall'interno. Natalina, Cummara Santa.
Ciampa. La folla. Gli agenti della polizia.


Natalina (corre verso Miullo, che entra. Bistrattandolo:) — Peppì?... Peppì!... ll'hanno arrestato?!
Miullo (affannoso, liberandosi dalla stretta di Natalina e chiudendo l'uscio:) — Psst!... (Uno sguardo sospettoso a Carmine. Poi, misteriosamente:) Ll'hanno fatto 'a rinùncia!
Natalina. — 'A denunzia?!
Miullo (sempre fissando Carmine:) — 'O micìrio 'e 'on-
Natalina (raccapricciando:) — Ah!... No!... Nun è ove-
na Veneranda Perrone!
ro!... Nun è overo!... (Quasi folle di passione e di terrore, si precipita verso l'uscio di scala, ripetendo con voce rauca:) Nun è overo!
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Santa (la segue, supplicando:) — Cummarè!... 'Àteve curaggio!... Vuie facite peggio, accussì! (Prima di uscire, agguanta il suo fagotto, che è sul tavolinetto).
Carmine (simultaneamente, con un brantolìo doloroso e quasi indistinto, l'occhio immoto alla statuetta del cassettone:) — Perdòneme!... Perdòneme!... Perdòneme!...


(La porta di scala si riapre. Sul pianerottolo si addensa una folla cianciante di popolani. Nella folla si distinguono le scure divise degli agenti di polizia).


La folla. — Spia ferma! — È Natalina 'e Maggese! — È 'a nnammurata! (Non appena le due donne hanno oltrepassato la soglia, dalla folla si stacca la figura severa di Ciampa, il quale afferra Natalina per le braccia. La porta si richiude).
Natalina (dall'interno, atterrita e supplichevole:) — Ah!... Mme facite male!... Signurì!... Io nun ne saccio niente!
Ciampa (dall'interno, energico e rude:) — Ferma!... Sangue di...! Cammina!
Voci degli agenti. — Largo! Largo! Sfollate!
Natalina (dall'interno, come lottando per non lasciarsi trascinare:) — No!... No!... Ispettò!...
Ciampa (dall'interno, in tono di comando:) — A voi! Finiamola! Via!...
Carmine (alle grida di Natalina, si anima improvvisamente. Fa sforzi per alzarsi. Ma il tremore incalzante lo tiene inchiodato alla sedia. A Miullo, fissandogli in faccia gli occhi vitrei, come interrogando:)— Peppì?...
Miullo (scandendo le parole, spietatamente:) — Essa steva cu Evangelista, l'ata notte. E hanno arrestato pure a essa!
Carmine (ha una scossa violenta; traballa su la sedia; par che il suo cuore sia per scoppiare. Egli si comprime il petto; poi porta la mano alla gola, torturandosela, come se voglia squarciarla, per dare ampio sfogo alla sua protesta. Ma la sua voce vien fuori fiacca, lacerante, incomprensibile, come un mugolìo stridulo di angoscia:) — No!... No!... Essa no!...
[ 112 ]
Ciampa (appare tra i battenti dell'uscio. A Miullo, sommesso e confidenziale:) — Damme n'uocchio a 'o viecchio, tu. Nun 'o fa' mòvere.
Miullo (umile:) — Ve servo, cavaliè!


(Ciampa, sparisce).
(Giù, nell'atrio, un tumulto grande di voci).


Una voce. — Chiammate na cetatina!
Una voce di una guardia. — Ehi! Na carrozzella!
Un'altra voce (a stesa:) — Lucariè!... Avota!... A l'ispezione! (Si ode lo schioccar della frusta. Il mormorìo cresce. Poi, il rotolìo della vettura, che si allontana. Il mormorìo vanisce, a poco a poco).
Carmine (in tanto, ha continuato a balbettare, dolorosamente:) — No!... No!... Essa, no! (Ora, le contrazioni di spasimo sono più frequenti sul suo volto, che pare atteggiato al un sorriso stranissimo. La paralisi incalza).
Miullo (vigile, su la soglia, tentenna il capo, e mormora, con disprezzo e pietà, contemplando il vecchio agonizzante:) — Ce vulesse nu curtiello 'e suvararo! Mo rire, mo! Mo rire! (Esce, e socchiude la porta).
Carmine (vorrebbe gridare la sua colpa. Ma non può più parlare, e si accusa co' gesti, percotendosi il petto. Fa un ultimo sforzo per alzarsi; ma ricade. E si abbatte contro il suolo, ucciso dalla paralisi).




SIPARIO.


[ 113 ]

“ Masaniello „
DRAMMA IN UN ATTO
_______


[ 114 ] [ it ]“Di poi la morte di Masaniello, la sua moglie fu cercata et spogliata di quanto havea, et non avendo com compare si pose al vortello; et quello che più importa venevano da lei molti spagnuoli a darli la burla; da poi per averla goduta li faceano molti mancamenti..... Così passò il negotio, fatta meretrice pubblica, al comando di tutti, vista da me al vortello, con molta maraviglia et scandalo dei contemplativi„.

Pollio: Historia del Regno di Napoli: Revolutione dell'anno 1647 insino all'anno 1648


"..... Carlo Catania di Bracigliano, fornaio al Carminiello, uno degli uccisori di Masaniello, compare ed amico di lui, era stato dal Capitan generale, nel tempo del suo potere, nominato provveditore delle milizie popolari. Pure, i benefici non erano stati da tanto a vincere l'astio invidioso di lui, e il dispetto per le minacce fattegli da Masaniello, allorchè, credendo di profittare del suo posto e della sua infuenza, non temette di fare nel suo forno il pane cattivo e mancante. Forse, anche la moglie di Masaniello entrava per qualche cosa in quest'odio e dispetto del Catania. Costuì, alla testa dei suoi seguaci, irruppe nella casa del compare, andò difilato a Bernardina, la prese pel corsetto e, per servirsi delle stesse parole del cronista Pollio, « maltrattandola di poco onore et boffettoni, et strascinata la condusse in istrada, con la sua guancia (mano) dentro il petto di quella meschina, che col seno scoperto e scarmigliata empiva l'aria di strida e disperatamente piangea ».

Bartolommeo Capasso: La casa e la famiglia di Masaniello.
[ it ]« A' 21 di agosto dell'anno 1647, una seconda sollevazione generale del popolo scoppiò nella Piazza della Selleria e, sebbene per poco, fece nuovamente comparire nella storia della rivoluzione del 1647 la famiglia di Masaniello. La sera del 20 agosto 1647, Orazio de Rosa, volgarmente detto Razzullo, tintore e frisatore di panni, abitante nel Fondaco della zecca, e capitano del popolo insieme al mercante di seta Agostino Campolo, avea sorpreso, tra le mani di Marco d'Aprea, mercante di drappi d'oro, e di Giuseppe Vulturale, una petizione o fede, che andavasi firmando, e con la quale si attestava come Fabrizio Gennamo, Presidente idiota della Regia Camera della Sommaria, e il consigliere Antonio d'Angelo, non per ordine del popolo, ma per opera di alcuni privati nemici, fossero stati, ai tempi di Masaniello, incendiati; e quindi si domandava che s'istruisse d'un tal fatto regolare processo, e che i colpevoli ne ricevessero condegno castigo. Si diceva questa essere una prima scappatoia, con la quale il vicerè cercava di violare le capitolazioni solennemente giurate nel Duomo il 12 luglio, e l'amnistia accordata con quelle e confermata il 16 dello stesso mese. Con tal preteso voler egli togliersi dinanzi tutti coloro che si erano adoprati al disgravamento ed al bene del popolo, e rimettere le antiche gabelle e le innumerevoli estorsioni che prima del 7 luglio opprimevano Napoli. Ricordavansi pure con affetto le opere di Masaniello in beneficio del popolo, che ora, senza un capo, non poteva reclamare i suoi diritti e i suoi privilegi. E imprecavasi ai traditori della patria che, ossequenti al vicerè, davano mano al Gennaro e al D'Angelo, e principalmente a don Giulio Genoino, che tra musica e banchetti ora godevasi il posto di Presidente della R. Camera della Sommaria, prezzo ed arra di tradimenti passati e futuri.

« Gli animi del volgo si esasperavano a tali novelle... Oramai al tumulto non mancava che un indirizzo e un capo, e bentosto l'uno e l'altro si ebbero.
« All'angolo del Pendino; in sulla svolta di via dei Calderai, una vecchia vestita a bruno, salita sopra un poggiuolo accanto alla bottega di un salumaio, apostrofava violentemente, fra i pianti e le strida, il popolo circostante. Era la madre di Masaniello, che il dolore e la disperazione rendevano elloquente. L'infelice rimproverava ai napoletani l'ingrata dimenticanza con cui rimeritavano i beneficî ricevuti dai suoi figliuoli, mentre avevano trucidato barbaramente il primo, e facevano ora perire nelle segrete di Castelnuovo l'altro, che pure tanto si era adoprato e voleva facilmente adoprarsi in pro del popolo. Le parole e l'aspetto della misera, e più la memoria di Masaniello, determinarono i propositi fin allora incerti della turba irritata. — « A Palazzo! Morte a don Giulio Genoino! Morte ai traditori della patria! Viva Giovanni d'Amalfi! », gridò Ciommo Donnarumma, il salumaio, parente di Masaniello. Il grido fu ripetuto da un capo all'altro del Pendino e della Selleria, e più migliaia di uomini e donne si avviarono tumultuosamente verso il Palazzo Reale... La rivolta durò cinque giorni ». Così Bartolommeo Capasso, op. cit. [ 117 ]

LE PARTI:

Bernardina Pisa.
Carlo Catania di Bracigliano.
Caporal Cigliano, delle milizie mercenarie del vicerè.
Miguel, soldato spagnuolo.

Cruscone
sgherri del vicereame
Spigardo
Perillo
Ciccotonno
Cangiano
Ciommo Donnaruma.

Onofrio Cafiero.
Il pubblico banditore.
La sentinella.
La ronda.
La folla.
Soldati e sbirri.
Voci interne.



A Napoli: la sera del 21 agosto 1647.
[ 118 ]
L'AMBIENTE


Nell'« ottina » della Sellaria, e propriamente nel cuadrivio dei Calderai.
Il « corpo di guardia »: una stanzaccia squalida e tetra.
La porta che conduce alla via è su la destra, e si raggiunge dall'interno, per tre o quattro scalini di pietra. Su l'alto di essa, lo spioncino. Tra la porta e la scaletta, un breve pianerottolo. Un vano ad arco, a sinistra, conduce ad altre stanze, ed è chiuso da una porta pesante. Il fondo è una parete di pietra calcinata, nella quale si apre un finestrone amplissimo, che occupa quasi la metà della parete medesima, ed è protetto da un'inferriata massiccia e da due scuri di legno. Ora, gli scuri sono aperti, e si vede, a traverso la inferriata, la piazzetta dei
Calderai, poco affollata. Fra le botteghe che dànno su la piazzetta, in fondo, su lo svolto della via, è quella del pizzicagnolo Ciommo Donnarumma: se ne scorgono la mostra e l'insegna.
Di là dall'inferriata, lo sbirro di guardia, con l'archibugio a spalla, attraversa la via, da un capo all'altro del finestrone. Nessuna decorazione nell'interno. Su le pareti sono attaccati i resti di qualche pubblico bando viceregnale. Vi sona anche sospesi quattro o cinque archibugi e qualche sferza di cuoio. Pocchi sgabelletti di legno, sparsi, e un tavola di legno greggio, con su una grossa anfora ricolma di vino e alcuni orciuoli di terracotta. Una lanterna pende dal soffitto, attaccata alla punta di una catena arrugginita.
È l'ultima ora di un vespero estivo: la piazzetta si abbuia a poco a poco. Nell'interno è già scuro. La lanterna è accesa. L'ambiente si fa più tetro, nel fioco chiarore.

[ 119 ]

SCENA PRIMA.


Caporal Giuliano, Miguel, Cruscone, Spingardo,

Perillo, Ciccotonno, Cangiano. Soldati e sbirri.

La voce del pubblico banditore. La ronda. La folla.


(Quando si leva il sipario, i soldati e gli sbirri bivaccano. Son tutti accesi ed ebbri. Qualcuno di essi è ubbriaco fradicio, e russa, abbandonato sul suo sgabelletto, o disteso per terra, nel fondo; qualche altro continua a trincare, mezzo assonnato e brillo. Caporal Giuliano, sdraiato presso la tavola, beve e canticchia, con voce balbettante e arrochita. In un angolo, addossato alla parete, il soldato Miguel leva il suo orciuolo, in atto di brindare Cruscone, Spingardo, Perillo, Ciccotonno, Cangiano e gli altri soldati e sbirri bevono, sghignazzano, schiamazzano, riddano sconciamente. Un tripudio incomposto e volgare).



Caporal Giuliano (cantando:)

— “O Ricciolina!
O Signorina!
O Patroncina!
Fa-li-li-là!„

Soldati e sbirri (fan coro al cantore:)

— “Eccoti il core,
che per te more,
se non soccorre
la tua beltà!
Fa-li-la-lì!
La-fa-li-là!„


(Grida esultanti e risate. Tutti bevono).
[ 120 ]
Perillo (inalzando l'orciuolo, e barcollando:) — A' salute! Chesto è chello a deritto, d''a cantina 'e Crispano (Beve).
Soldati e sbirri. — Aró va! Aró va! (E bevono).
Miguel (con voce strascicante, l'orciuolo in alto:) — Por la mucciaccia de mi corazón! [3] (Beve).


(Un coro sguaiato di beffe).


Perillo. — Mònaca 'e casa, 'a mucciaccia 'e Michele!
Ciccotonno. — È stata 'a scola 'e 'onna Sabella Mellone, e fuie sgabellata sette anne fa!
Spingardo. — Tene 'o cefrone, cumpà Michè!
Cruscone. — Nn'ha nfurnate pacchesicche, tàmmere e surdatune, 'int''o Cerriglio!
Miguel (non intende; e farnetica:) — Cosas? Mi comadre Sabrósa! (Fa schioccare la lingua sotto il palato).
Cruscone. — Seh! Piro bergamutto! Piérzeco apreturo! Pruno cascaveglia!
Cangiano. — Curtesana cu tanto 'e matrìcola!
Ciccotonno. — 'A sfrattàieno e 'a secutàieno pe tutte 'e siegge e tutte ll'ottine!
Perillo. — Io mme ll'allicordo strascenata pe Portacapuana, a cavallo a nu ciuccio!


(Una risata enorme).


Miguel. (vacilla, striscia lungo la parete, e ripete, in un balbettìo quasi indistinto:) — Por la mucciaccia de mi corazón! (Lascia cadere l'orciuolo, che va ad infrangersi contro il suolo. Si abbatte su di uno sgabelletto).
(Tutti, eccetto
Caporal Giuliano, accorrono per sollevare il caduto).


Cruscone (in tono di comando:) — 'Assàte 'o parià 'a pella! S'è accrapato! (Tutti si fermano. Qualcuno
[ 121 ]
raccoglie in un angolo i cocci dell'orciuolo infranto). Facìmmele 'a banna, a cumpà Michele! Abballàmmele 'o turniello!
Spingardo. — Cantàmmele l'aria nova!
Ciccotonno. — 'A varchetta!
Perillo. — Nonzignore! Rrobba cchiù antica! 'A villanella d''o capurale! (A Giuliano:) Ntona, capurà! Canta!


(Tutti cominciano a riddare e a cantare intorno al soldato caduto. Caporal Giuliano intona il canto, senza muoversi dal suo posto).


Un coro (sguaiato e beffardo:)

« O ricciolina!
O Signorina!
O Patroncina!
Fa-li-li-là!
Eccoti il core,
che per te more
se non soccorre
la tua beltà!
Fa-li-la-lì!
La-fa-li-là!
Fa-li-la-lì!...»


(La danza e il canto s'interrompono bruscamente. Tre squilli di tromba risuonano su la piazzetta. Soldati e sbirri corrono presso la inferriata).


Voci confuse. — 'O banno! 'O banno!
Cruscone. — 'O banno contro 'e mmariulìggie d''o pisciavìnolo!
Spingardo. — È passato nu mese, e manco fernesce!
Perillo (forte, con la faccia contro le sbarre del finestrone:) — Apusàte 'o piécoro, patriò! (Risate).
Caporal Giuliano (sdegnato e autorevole:) — Perillo! Fa silenzio! Santo Dio! (Barcolla).
[ 122 ]
(Attraversano la piazzetta, soli, a coppie, a frotte, cianciando e gesticolando, popolani e feminucce, i quali si affrettano verso la destra, al richiamo della tromba. Si scorge l'ala estrema della folla, raccolta intorno al pubblico banditore).
(Ad un altro squillo di tromba, si rifà il silenzio).


La voce del banditore (lenta e monotona:) — « Bando et comandamento per ordine di Sua Eccellenza il vicerè don Rodrigo y Pons de Leon, duca d'Arcos. Philippus Dei gratia Rex. Per un altro nostro Banno fu ordinato che chi tenea robbe et mobili di qualsivoglia conditione, prese da diverse case, borghi et casali di questa Fedelissima Città, consistentino in gioie, in oro, argento di qualsivoglia maniera, drappi in oro, seta et altro, prese per ordine del quondam Tommaso Aniello d'Amalfi...


(Un mormorio in vario senso, ma accentuato nell'ostilità, corre la piazzetta).


Caporal Giuliano (aspro e ghignante:) — Capitan generale dei lazzaroni!
Spingardo. — 'O vicerré d''e ssarde!
Cruscone. — Scauzone, mariuolo e carogna!


(Un mormorio di disprezzo e di scherno si diffonde di qua dal finestrone).


La voce del banditore (eguale, senza interrompersi:) ..... o per altro ordine, le debbiamo rivelare, sotto pena della confiscatione et altre pene a nostro arbitrio. Et perchè molti pochi hanno rivelato appresso di chi fossero dette robbe, per questo, acciò si possa provvedere di giustizia, vogliamo che in termine di ventiquattro ore doppo la pubblicazione di questo Banno le debbiamo rivelare all'Eletto o al Presidente Genoino, delegato per Sua Eccellenza. Si dà indulto a tutti quelli, quali etiam saranno stati complici, se reveleranno in potere di chi si ritroveranno dette robbe. Dato oggi, a Napoli,
[ 123 ]
dalla Regia Camera della Sommaria. Il Presidente: don Giulio Genoino. Don Marzio Salesio, segretario »


(Si rinnovano i tre squilli di tromba. Comenti indecifrabili nella folla, che si sparpaglierà in varie direzioni).


Perillo (con voce ruggente, squassante:) — Accerìtele a sti spogliasante!
Ciccotonno. — Ato che banne! Ce vonno 'e scuppettate!
Spingardo. — Hanno miso 'e mmane pure 'int''a custòria 'e Giesucristo!
Caporal Giuliano (ha versato dall'anfora altro vino negli orciuoli. Ora, levando un orciuolo ricolmo:) — Su, camerati! Dio guardi e conservi l'Eccellentissimo Vicerè!


(Sbirri e soldati afferrano gli orciuoli. Ritorna e si riaccende l'ebrietà).


Ciccotonno. — A' salute d''o Vicerrè! Alò (Gli altri fanno coro).
Spingardo (è salito su la tavola. Ora, con l'orciuolo inalzato, dominando tutte le altre voci:)

— Vino tuosto e sapurito,
si' sanguegno de culore!
Ca stu popolo pentito
s'arracchiasse a tutte ll'ore!
Cammarà, chesto sceruppo
io mm''o pporto a piericchiuppo!
Mme ne sorchio nu cupiello!
Chesto è 'o sanghe 'e Masaniello!


(Risate. Acclamazioni. Tutti bevono).


Perillo. — Cammarà, ràmmice ra fa'! Menammincello a buordo st'ato poco 'e pulitura!
Caporal Giuliano. — Pulitura? Cosa l'è pulitura?
Perillo. — 'O sanghe d''o pisciavìnolo, capurà!
Miguel (sollevandosi a fatica dallo sgabelletto, e
[ 124 ]
accennando con la mano all'anfora:) — Bebamos, camaradas! Sangre pescadero! (Ricade a sedere).
Perillo (porgendogli un orciuolo:) — 'O sanghe d''o piscatore è doce, ma t'ha dato 'int''e cchiocche! I' comme te si' arravugliato!
Cruscone. — Arò 'o puose stu pelliccione, cumpà Miché?


(Tutti shignazzano. Miguel beve a lungo).


Perillo (strappandogli di mano l'orciuolo:) — Ohé! Ma ch'è magnato spogna fritta?!
Ciccotonno. — Dàlle, mo ca nce nn'aie 'o tiempo! (Improvvisamente rabbuiandosi:) Ca cca aggio paura ch'assomma n'ata vota 'a trubbéa!
Perillo. — 'A ciuccevéttola! Nce ha cantato 'assisa!
Spingardo. — Va ricenno: che te siente?
Cruscone. — Te ll'ê sunnata, sta trubbéa?
Soldati e sbirri. — E chisto è malaùrio! A notte a notte!
Ciccotonno (serio e cupo:) — Sentite: io 'a capa nun mm''a ioco, e stòmmeco ne tengo. Nn'aggio dato prova 'o iuorno d''a Maronna ô Càrmene, nnanz''a chiésia 'e chella bella Mamma!
Perillo. — Nun fa' 'o ricco 'e vocca! Ca cca, chi cchiù e chi meno, ognuno 'e nuie ha mannato a quacche scauzone a prià a Dio p''o vicerré, chella santa iurnata!
Ciccotonno. — E io te rico a tte ca mo avimmo 'a fa' n'ata vota a mazzate, e ca San Gennaro nce 'a mannasse bona!
Perillo. — E mena forte! 'E che se tratta?
Ciccotonno. — È nu suspetto. Ma è sempe buono a sta' pésole!


(Tutti circondano Ciccotonno, preoccupati e attenti).
(La sera è scesa sulla piazzetta. Una sera senza luna. La campana della chiesa del Carmine suona l'Avemaria. Sbirri e soldati si sberrettano, devotamente.
Ciccotonno si picchia il petto e biascica col fervore una preghiera incomprensibile.
Miguel russa. Un silenzio).
(Quattro soldati con le alabarde appariscono dietro la
[ 125 ]
inferriata. Li guida un graduato, che reca in mano una lanterna cieca).
La sentinella. — Alt! Chien para?
Il graduato. — San Domingo de Guzman! (Si sofferma qualche istante a confabulare con la sua sentinella).
(La bottega di Ciommo Donnarumma e qualche altra si illuminano vagamente. La pattuglia di ronda si allontana e scompare, a destra).


Ciccotonno (in tono di grave mistero:) — Stammatina, 'int''a varvarìa 'e Ceccone, aggio visto a don Gelormo Arpaia, 'o paglietta...
Perillo. — 'O frate cucino 'e ll'Aletto?!
Ciccotonno — Eh, sì: 'o frate cucino 'e ll'Aletto. Aggio ntiso nu parlamiento surdo surdo. Se rischiarava 'o fatto 'e Razzullo, 'o frisatore d''o Fùnneco â Zecca.
Perillo. — Be'?
Ciccotonno. — 'O sapite 'o fatto 'e Razzullo? Aissera, Razzullo...
Caporal Giuliano (ridendo, schernendo, commiserando:) — Ma sì, sì... Bricconerie de lazzaroni! Sto tintore e capopopolo sacramenta d'aver veduto colli occhi suoi proprii una petizione a Sua Eccellenza, contro i marioli che mettérono a sacco e a fuoco la casa di don Fabrizio Cennamo, l'illustrissimo Presidente d''a Sommària. Uno sciocco ritrovato dei compagnoni del pesciaiolo!
Ciccotonno. — E s'è fatto nu vocepuópolo, cundicenno ca chesta è na scusa pe se levà 'a tuorno 'e cumpagne 'e Masaniello e mèttere n'ata vota 'e ggabelle.
Perillo (con feroce stizza:) — Accussì fosse! 'E 'mpennéssemo mmiez''o Mercato, o ll'atterràssero vive, 'int''e fosse ô Castiello!
Cruscone. — Ll'asseccàsseno pure ll'uocchie a sti morte 'e famme!
Ciccotonno. — Aggio visto certi ffacce strèveze, 'int''a puteca 'e Ciommo Donnarumma (la indica), 'o cainato d''o muorto... Cumpà Nufrio Cafiero, 'o guappone 'e Santa Lucia a mare... 'O prèvete 'e Giugliano, 'on
[ 126 ]
Pieto Iavarone... 'On Antonio Basso, 'o miéreco d''a Misericòrdia... Ogge, 'int''a cuntrora, Ciommo faceva cunzèvera nziemme cu 'a se' Ntònia, 'a mamma d''o generale, e cu chella vrénzola d''a mugliera. Vanno e bèneno 'a vascio 'o Bùvero...
Perillo (eccitatissimo, interrompendolo:) — E 'o vicerré ha cacciato n'ato banno, e ll'ha fatto 'a ràzia a sti sbannite!


(Lo sdegno di Perillo si diffonde nella ciurmaglia poliziesca).


Spingardo — 'O vicerré è troppo manecone!
Cruscone. — E don Giulio Genuino fa irre e orre, nziemme en Cicchitonno Arpaia!
Cangiano. — A mmorte 'e ccappe nere!
Soldati e sbirri. — A morte!
Caporal Giuliano (ilare, sprezzante.) — Ehi! Che vi pigli n'accidente! Avete fatto 'e ffacce gialle quanti siete! Santo diavolo! Tanto fracasso pe ste minchionerie!
Miguel. (svegliato dal gran tumulto, agita le braccia, apre a fatica gli occhi, e grida rauco:) — Abago!... Mueran los pescadores!... Abago, camaradas! (Si leva barcollante, e tenta di trarre la sciabola dal fodero).
(Si rinnovano più sonore e sguaiate le risate e le beffe).


SCENA SECONDA.


Detti. — La folla.Bernardina Pisa.


(D'un tratto, rompono il silenzio della piazzetta alcune grida lontane. Son voci di scherno, di minaccia, di vituperio. Una turba in tumulto si avanza verso il “corpo di guardia„. Le voci si fanno a poco a poco più chiare e distinte).
(Gli sgherri avvinazzati allibiscono, e si ammassano vociferando presso la inferriata).
[ 127 ]
Cruscone. — Ch'è succieso?! Cher'è!
Ciccotonno (atterrito:) — 'O fatto 'e Razzullo?
Spingardo. — Ah! Pe San Gennaro! Manco s'arrènneno?! (Corre ad armarsi del suo archibugio. Alcuni altri sgherri lo imitano).
Perillo (in un grido di ammonimento:) — Gué! 'Oh! E chesta è freve ca tenite! Assicuràmmice primma 'e che se tratta! (Corre alla inferriata, e guarda fuori, facendosi benda della mano agli occhi).
(Sbirri e soldati tacciono, ansiosi).


Le voci della turba (ora più chiare e vicine:) — Afferra! Afferra! 'Atele 'n cuollo a sta cantunera!
Una voce distinta. — È sunata 'avummaria! 'O banno parla chiaro! Nun ha d'ascì!
Un'Altra voce. — Non ha d'ascì, 'a notte! Se stesse 'int''a tana, cu 'e ppare soie, sta zucculona!
Un coro. — Afferra!... 'Alle 'n cuollo!... A te!... A te!...


(S'intravede appena e scivola nell'ombra della piazzetta una figura di donna scarmigliata e fuggente. È inseguita da una turba di popolani inferociti, la quale giunta presso il finestrone, è tenuta per qualche istante a bada dallo sbirro di guardia. La donna continua a fuggire, e scompare a destra).
Perillo (forte, ai suoi compagni:) — Niente paura, cammarà! Secùtano 'a riggina d''e ssarde!
Miguel. — Oh! Bievenida! La mugher de Masaniello!
Cruscone. — Nzerra 'o fenestone, Perì! Ca stasera scialammo a grand'imprese!


(Perillo si affretta a chiudere gli scuri del finestrone).
(Rianimata, la compagnia degli sgherri ora tripudia e sghignazza, mentre la turba dei popolani continua ad urlare).
(Si ode battere all'uscio replicatamente).


Spingardo. — Facite trasì 'a riggina! Arape, Cangià!
[ 128 ]
Caporal Giuliano. — Ricevimento co' tutti li onori!
Ciccotonno (amaro:) — Facìmmele 'o sciassè, a sta vérola 'e generale!


(Si continua a picchiare).


Una voce. — Tuzzulea a stu purtone! Lloco dinto ce truove a chille ca vaie ascianno tu!
Un'altra voce. — Trase! Trase! Ca nu riggimiento sano manco t'avasta! Surdatona!
Molte altre voci. — Vaiassa! Scalorcia! Spitalera! Cacciatennella! Chesta ve nfetta!
Perillo. — Tu ll'arape sta porta, neh, Cangià?


(Cangiano è già salito alla porta e ha guardato a traverso lo spioncino. Ora, apre. La porta cigola su i cardini).


Bernardina (entra, di corsa. È pallidissima, affannosa, tremante. Ha la capigliatura sparsa, gli occhi stravolti dal terrore. È una popolana di ventidue anni, ma sofferente e sfiorita. Veste poveramente. Si precipita giù per gli scalini, su i quali risuonano i suoi “zòccoli„.
Si rintana verso il fondo, pavida di essere ancora inseguita. Accenna con ambo le mani alla porta, invocando:)
— Nzerrate 'a porta!... Pe carità!... Nzerrate chella porta!... Nun 'e ffacite trasì!


(La porta si richiude, pesantemente. Le voci e il tumulto vaniscono e si spengono).


Bernardina (cercando con l'occhio in torno:) — E mamma?... Addò sta mamma? Sta mmiezo 'a folla pur essa?! (Disperatamente supplice:) Chiammàtela, bona gè! Chiammate a mamma!
Cruscone. — Tu qua' mamma t'ha fatto, a te! Là nun ce sta nisciuno.
Bernardina. — E addò è ghiuta?... Addò è ghiuta?... Che lle fanno chilli sarracìne?
[ 129 ]
Perillo. — Eh! Nun accrastà! Ca chille nun s''a màgneno, a màmmeta!
Bernardina (si abbatte su se stessa, si nasconde il volto nelle mani, piange. Se ne ode appena il singhiozzar lieve e compresso).
(Gli sbirri e i soldati la contemplano per poco, cinicamente, in silenzio).
Cruscone. — E pecchè chiagne? Mo staie 'int''o ventre â vacca! Immece 'e rirere, e tu chiagne?!
Ciccotonno (velenoso, come assaporando tutta la voluttà di una vendetta selvaggia:) — Sua Maistà! (Alla donna:) Allicordatello quanno tu ive 'n carrozza e io, cu sette figlie, mme murevo 'e famme, 'int'a nu mandrullo! E pava mo, pe ttanno!
Perillo (d'un tono beffardo, cercando di scovrirle il volto e di accarezzarle il mento:) — Ma comme è stato? Meh!... Assànce sèntere! Che ll'ê fatto a chilli scauzune, ca t'hanno secutata 'e chesta manera?
Bernardina (schermendosi:) — Èremo asciute io e mamma, pe servìzio... Nce hanno abbistate...
Ciccotonno (incredulo, sogghignando:) — Ah, marpiona che si', tu e màmmeta! Ijveve a' puteca 'e cainàtete, a mettere fuoco p''o fatto 'e Razzullo!
Bernardina (allibisce, ma riesce subito a dominarsi, e ripete, con alquanta energia:) — No... no... Pe servìzio... Io e mamma...
Perillo. — Tu e màmmeta?... Pàssete 'a mano p''a cusciénzia. Tu e 'a ruffiana toia, vuò di'?
Spingardo (sarcastico:) — E nun 'a fa' fa' rossa, Perì! Cca simmo tutte uómmene!
Perillo. — E chella a ll'uómmene va ascianno! (Cinico, alla donna, strizzando l'occhio:) — Nun è overo, neh, Riggì, ca a Vostra Maistà lle piace 'e fa' 'allina mmiezo 'e 'alle cu 'a centra? (Si ride).
Bernardina (ancora piangente e supplichevole:) — Facìteme 'a carità!... Ascite... Vedite mamma addò sta...
Perillo. — E bire si 'a fernesce!... Ma tu parle 'e sòcreta?
Caporal Giuliano. — La madre del vicerè senza brachesse!
[ 130 ]
Perillo. — E chella è cchiù truttata 'e te, sora mia! Penza pe l'ànema toia, mo. Ca sòcreta se sape maniggià. (Altre risate). Si sta caserma te va a genio, e tu, comme ce si' trasuta mo, ce può trasì sempe che buò. Cca truove amice feréle... e buone accunte (Le sfiora la guancia con la mano).
Bernardina (stizzita, sobbalzando:) — No! (Respinge violentemente lo sgherro, il quale retrocede, barcollando, e si sostiene alla parete). Lassàteme!... Lassateme i'!... Arapite chella porta!... Mme ne voglio i'!
(Fa per avanzarsi verso la porta. Ansima).
(Sbirri e soldati la circondano, minacciosi e mordaci).


Cruscone (afferrandole i polsi, e tenendola:) — Aró vuó i'?
Cangiano. — Nun fa' 'a zita cuntignosa! Caiorda!
Ciccotonno. — Nce 'o bo' vénnere pe dinto 'a senga â porta!
Spingardo. — Cher'è? Cu ll'ate sì, e cu nuie no?!
Bernardina (con tutta l'anima, insorgendo:) — Nun è overo! È nu sacrileggio ca state accaccianno!
Miguel (lamentevole, come invocando una grazia:) — Para la buena alma de su marìdo, segnora!
Perillo. — Se fa a ttènere, se fa, sta scellerata d''o Bùvero!
Bernardina (dibattendosi:) — Ma lassàteme!... Lassàteme!... Nun tenite carità!... Che v'aggio fatto?... Facitemmenne i'!...
Cruscone (senza lasciarla, cupido:) — Accràmete, Riggì... Tu, stasera, pe te fa' capace a te, si' caruta pròprio comme 'o maccarone 'int''o ccaso... Cca tenimmo ntenzione 'e te fa abbuscà 'a zuppa pe na semmana... Che buó fa'?
Bernardina. — Mme ne voglio i'!
Cruscone. — Chisto è suonno ca te staie sunnanno! Mo staie 'n gaiola: e 'a porta sta nchiusa e rebazzata, cu maniglione e catenaccio. O c''o buono o c''o tristo, sempe a chello ê 'a essere.
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Bernardina. — Ma io chiamo gente!... Io allucco!... Io faccio revutà 'a Sellarìa!
Cruscone. — E ca tu allucche, chi te sente?
Cangiano. — E si te sènteno, peggio pe te!
Ciccotonno. — Te fanno 'o strascino pe quanto è longa 'a Sellarìa!
Spingardo. — Nne fano nu scenufreggio 'e sta vita toia!
Cruscone. — 'O buó veré? (Le scioglie i polsi dalla stretta, e accenna a spingerla verso la porta). E ba! Vattenne! (Forte, con un gesto di sfida:) Arapite sta porta! Facìtela ascì! (Ma nessuno si muove).
Bernardina (libera, avanza rapidamente verso l'uscio; ma la giunta appiè della scaletta si sofferma, come assalita da un subitaneo terrore; vacilla, e si abbatte sul primo scalino, gemendo:) — Ah, mamma mia! Maronna mia!... Che bita!... Che bita! (Non piange più, non implora, non impreca; non ne ha più la forza).
(Un breve silenzio).


Caporal Giuliano (mormora, digrignando:) — Ma l'è dura, sta scrofa!
Miguel (lento e supplichevole:) — Para la buena alma de su marìdo, segnora!


(Ancòra, un breve silenzio).


Spingardo (ironico:) — Ve rico 'a verità a buie, cammarà: nuie avimmo tuorto. Cu na perzona riale nun s'ammarcia accussì. Nce simmo scurdate ca sta signora è ghiuta 'n carrozza e s''è assettata a tavola c''o vicerré? Mo è caruta 'n bascia furtuna, ma sempe perzona riale è...
Cruscone. — E nuie 'a persona riale 'a vulimmo trattà. Si essa nce dà l'onore, nuie lle rispunnimmo a duvere. 'A purtammo 'n carrozza n'ata vota. 'A vulimmo fa' scialà comm'a quanno era viva 'a bonànema. 'A vestimmo, comm'a ttanno, cu na veste a ll'imperiale, cu 'e mmaneche a presutto. E, si attocca, lle rialammo pure na canacca d'oro, comme nce' a rialaie 'o vicerrè'.
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(Alla donna, con ripugnante cinismo:) Mo stammo 'n pòlesa, mo! Marìteto ha fatto chiòvere 'int''a terra nosta!
Bernardina (non risponde: par che non oda: ha ripiegato sul petto la testa e le braccia, come rassegnata a subire l'atroce dileggio).
Perillo (eccitato dalle parole di Cruscone:) — Iammo, Riggì: ca una vota passa 'o santo. Mo ce truove 'e gènio. Te facimmo venì a mente 'e spègie antiche!
Ciccotonno. — Seh! Seh! Anze, facìmmele 'o ricevimento comme a quanno iette a Palazzo, e se vasaie cu 'a Ruchessa 'n perzona. Viene 'a cca, cumpà Michè (Miguel si avvicina, barcollando). Fa tu 'a Ruchessa e Perillo fa 'a Riggina d''e ssarde.


(Acclamazioni e risate. Perillo si colloca a sinistra e Miguel a destra della donna. Tutti gli altri li circondano intenti).


Ciccotonno. — Comme lle ricette 'a Ruchessa? Fa bona a parte, cumpà Michè.
Miguel (imitando la voce e il gesto di una grande dama:) — « Sea Vuestra Ilustre Segnoria muy bien venida! »
Cruscone. — A te, Perì, A te!
Perillo (cercando di imitare la voce di Bernardina, e accompagnando le parole con gesti leziosi e goffi:) — « E Vostra Eccellenza la molto ben ritrovata!


(Miguel e Perillo si abbracciano e si baciano. Risate e acclamazioni).


Spingardo (a Miguel, ridendo sconciamente:) — E po'? Di' quanno 'a Ruchessa 'a priaie, pe fa' lassà 'o cumanno a 'o marito...
Miguel (come dianzi, ma d'un tono pieno di umiltà:) — « Segnora comadre, haga de manera che su marìdo dexe el mando, porchè se quietan las cosas ».
Cangiano (a Perillo) — E essa? essa?
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Perillo (come dianzi:) — « Oh! Questo poi no, signora commare! Se mio marito lassasse i comanno, io e lui non sarréssimo più rispettati. Il Vicerrè e Masaniello debbino stare un amorcunzento. Vostro marito coverna gli spagnuoli e mio marito coverna il popolo. Vostra Eccellenza è la riggina delle signore e io songo la riggina delle popolane ».


(Una risata enorme, sferzante. Più di tutti ride Caporal Giuliano, il quale, tenendosi i fianchi, si abbandona come sfinito su di uno sgabelletto, presso la tavola. Le acclamazioni si rinnovano romorosamente, mentre Miguel e Perillo e si baciano un'altra volta).


Bernardina (non si è mossa dal suo atteggiamento, come estranca a quanto le accade intorno).
Cruscone (subito, mentre dura il tumulto:) — 'E leva 'e leva, cammarà! Arrecuglimmo sti ggranelle, p''a purtà 'n carrozza e pe ll'accattà 'a cannacca!
Spingardo. — Iammo! P''a mano attuorno! Mo arrecoglio î'.
Ciccotonno. — Quanto a testa?
Spingardo. — A piacere! nu tarì, nu testone, na patacca, nu ruantone, na ròppia 'e trentaseie, nu ruppione 'e Spagna! Sbaccammo! (Forte:) I' rongo 'o buon asèmpio. Nu ruricecarrì! (Ha cavato dalla saccoccia interna della sua casacca una moneta di argento, che mostra ai compagni. Poi va in giro, raccogliendo le offerte nel cavo delle sue mani congiunte. Ciascuno offre la sua monetina)
Caporal Giuliano. — Cosa l'è? Si paga avanti? (Lascia cadere una moneta nelle mani di Spingardo).
Spingardo. — Acrus est, capurà quanno nun putimmo fa' crerenza!
Perillo. — Nu rucato ca mo è ascito d'' Zecca!
Cangiano. — Na pennetta!
Ciccotonno. — I' tengo famiglia. Nu testone
Miguel. — Dos carlines!
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Cruscone. — E nu pizzeco 'e 'ranelle, pe me! (Lascia cadere un gruzzoletto di piccole monete nelle mani di Spingardo).
Spingardo (esultante, facendo tintinnare fra le sue mani le monete raccolte, si accosta a Bernardina:) — Sciala, Riggì! È truvato 'a vena 'e ll'oro! (Porgendole il denaro:) Teh! Quanno maie ê tenuto accunte accussì a la mano? Iammo! Mmócchete! E damme 'a sanzaria!
(Si piega su la donna, e la bacia, sfacciatamente).
Bernardina (come rianimandosi al brusco contatto, ha un ruggito lungo, rauco, lacerante:) — Ah!... (Si leva, con uno scatto felino. È tutta scossa da brividi. Con un gesto violento della mano, respinge da sè l'offerta dello sgherro e colpisce costui su la guancia. Volano le monete e si spargono al suolo, tintinnando).
Spingardo (livido, ruggente:) — Ah! Grannìssema... A me?!... 'Àteme 'o vurpino!... Addò sta 'o vurpino?... Te voglio adderezà ll'osse, comme cumanna Dio d''a 'roce! (Corre alla parete, ne stacca una delle sferze di cuoio, ritorna minaccioso verso la donna).
Cruscone (simultaneamente, armandosi anch'egli di una sferza:) — Lazzariàmmele 'e ccarne, a sta scòrteca!
Soldati e sbirri (eccitatissimi, urlano confusamente:) — Vurpenate, si nun s'arrenne! Sìzia sìzia! Vurpenate, a murì! Spingà, dàlle! Dalle, Cruscó. (Anche Perillo si è armato di una sferza, e fa per assalire la donna).
Bernardina (al primo grido e alla minaccia di Spingardo, implora con voce poca e rotta:) — Mamma d''o Càrmene!... Aiutàteme!... Madonna mia!... (Risale di corsa la scaletta, e raggiunge la porta).
(In tanto, i tre sbirri armati sono giunti appiè della scaletta. Si accingono a risalirla, quando si ode picchiare fortemente su l'uscio. L'urlìo cessa, d'un tratto; e i tre sbirri si soffermano, come paralizzati).


Perillo. — Chi è?
Cruscone. — E chi po essere, a chest'ora?!
(Gli altri tacciono, sbigottiti).
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Bernardina (nel silenzio, continua a gemere, come implorando aiuto dalla persona che batte:) — Aiutàteme!... Aiutàteme!... Aiutàteme!...


(I colpi su la porta si ripetono, più vigorosi e a lungo).


Spingardo. — Cicchitò, vide chi è.
Ciccotonno (sale all'uscio, ne allontana la donna, respingendola verso il basso della scaletta; e guarda a traverso lo spioncino. Ai suoi compagni, con un sussulto:) — 'O pruveritore!
Una Voce (subito presso la porta, imperiosa e rude:) — Arapite!


(Come obbedendo all'energico comando, senza dar tempo ai tre sbirri di deporre le sferze e agli altri di comporsi, Ciccotonno apre la porta. Spingardo, Cruscone e Perillo nascondono le sferze dietro le terga).


SCENA TERZA.


Detti. — Carlo Catania di Bracigliano.


(Appare sul pianerottolo Carlo Catania di Bracigliano. È un uomo intorno la quarantina, basso e tarchiato, dai tratti energici e dagli occhi cupi. Porta l'«albernuzzo» di teletta, il saio di rascia, a finte e liste di «tarantola» gialla, il giubbone di tela, squartato e foderato di taffettà arancione, i cosciali e le calze di «stamma», il collare di tela, il cappello ornato di pennacchi e »passavolanti». Ma i tratti volgari e il portamento alquanto goffo svelano in lui il plebeo imborghesito).
Catania (non appena entra, si sofferma sul pianerottolo e richiude la porta. Volge intorno uno sguardo minaccioso. Agita con la destra una frusta di cuoio, e la fa battere sui suoi cosciali, nervosamente. Imperioso, agli sgherri:) — E cher'è, 'o fatto? E' caserma, o è
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taverna, chesta? (Scorgendo Bernardina, con vivo interessamento:) Cummà?!...
Bernardina (rianimata e supplice:) — Aiutàteme!... Aiutàteme!... Aiutàteme!...
Catania (impressionato, sorpreso:) — Aiutàteme?!... Ma ch'è stato?... Cher'è?... Che v'hanno fatto? (Discende la scaletta, e si accosta, premuroso, alla donna).
Bernardina (abbassa gli occhi e non risponde).
Catania (scotendo il capo e sorridendo, aspramente:) — Aggio capito! (Fa risonare ancòra la frusta su i cosciali). Belli guapparie! 'N cuollo a na fémmena?! (Si accosta a Cruscone; si accorge che costui nasconde lo staffile. In uno scatto d'indignazione:) nu vurpino centrellato?! (Con moto brusco, strappa lo staffile di mano allo sgherro, e lo getta lontano). Chi piglia 'o vurpino pe bàttere a na fémmena, è carogna!
Cruscone (tentando timidamente di protestare:) — Ma...
Catania (ribattendo:) — È carogna! E aggio ditto buono!


(Un silenzio).


Catania (va intorno, osservando i soldati e gli sbirri:) — Tu pure c''o vurpino, Spingà?!... E tu pure, neh, Perì?! (Sogghigna, sprezzante:) Ah ah! E bravo! Avimmo fatto na bella scuglietta 'e guappune! ve voglio fà avè 'a meraglia c''o cefrone! (D'un tratto, rifacendosi serio e bieco:) E sapite che ve saccio a dìcere, a quante ne site? 'A ogge in avante, addò verite a sta fémmena, levàteve 'o barretto e addenuchiàteve! Facite cunto comme si fosse 'a perzona mia mmerèsema!
Perillo amaro, borbottando:) — E già! 'O patrone d''a massaria!
Catania (subito, e con forza:) — 'O patrone d''a massaria, gnorsì!... Pecchè? Che te rispiace?... E quanta vote stammo a chesto, mo levammo 'amicizia 'a miezo, nce spugliammo 'e sti panne, e nce vestimmo d''a superiorità ca nci spetta! (A Giuliano, a Miguel e agli altri soldati:) A buie, capurà, a te pure, Michè, e a
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 tuttuquante vuie, surdatò, chisto è puosto 'e guardia, e nun è quartiere, e non è cantina. Bona nuttata; e ghiate 'alliggerì 'a sbòrnia a n'ata parte!
Caporal Giuliano (alquanto risentito:) — Ohè! Alla milizia del vicerè?!
Catania. — Cca cumanno io! Ascite!
(Caporal Giuliano e Miguel, che si appoggia al braccio di lui, rialgono la scaletta. Gli altri soldati li seguono, borbottando).
Miguel (nell'andare, lancia un ultimo sguardo a Bernardina, e balbeta stancamente:) — Para la buena alma de su marìdo, segnora!


(I soldati escono. La porta si richiude).


Catania (agli sgherri:) — A buie, po', p''a mano attuorno, iate a parià 'a pelle ncoppa 'o paglione!


(Mormorio accentuato di ostilità).


Catania (vivamente, battendo il pugno su la tavola:) — E nisciuno ca rusecasse nucelle! Si no, fierre e puntale!


(Gli sbirri tacciono, e scompariscono, l'un dopo l'altro, nel vano. Quando l'ultimo di essi è uscito, Catania tira a sè la porta, che si rinserra con fragore).
(Un silenzio).
Catania (a Bernardina, che ha assistito palpitante alla rapida scena, in tono confidenziale e rassicurante:) — Assettàteve, cummà. E facite cunto comme si stìsseve 'int''a casa vosta.
Bernardina (quasi non credendo alla realtà, mormora, sbalordita:) — Vuie?!... Vuie?!... (E si sofferma ad un angolo della tavola, a contemplar l'uomo, con occhi sgranati).
Catania (si pianta dinanzi a lei, ambo le mani appoggiate su la tavola:) — Io, gnorsì... Che ve fa' meraviglia? (Con un sospiro penoso:) Capisco! Vui' ricite: «E comme va? S'è cagnato tutto nzieme, stu cumpare?!
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Nu mese fa, mme strascenaie pe mmiez''o Mercato, comm'a ll'urdeme vrénzola 'e Nàpule; e mo è accussì cumprito cu me?! Comme se spieca stu fatto?... »
Bernardina (abbrividisce al doloroso ricordo).
Catania (con un senso di contrizione, che va accendendosi a a poco a poco, continua:) — ...Se spieca, cummara mia, ca 'a capa 'e ll'ommo è nu sfuoglio 'e cepolla, e uno nun è sempre patrone 'e ll'azione soie... Mo fa nu mese, io... nun ero io... 'A pupulazione s'era avutata... 'A nicessità mm'ubbricava... 'A bonànema mm'aveva berzagliato...
Bernardina (di scatto, insorgendo:) — No!... Ve ngannate l'ànema!... Chesto, no!
Catania. — Chesto, sì, cummara mia!... Che saccio... Ca io maletrattavo 'accunte... Ca 'o furno mio cacciava 'o ppane nchiummuso e mancante 'e piso... Ca io mm'apprufittavo d''a càrrica 'e pruveritore, pe fa' vorza sotto e' 'o sanghe d''o poverommo... Cu tutto 'o sangiuanne, mme n'ha fatte ca mme n'ha fatte, 'a bonànema! (La donna tenta ancòra di protestare; ma egli le fa cenno di tacere, e prosegue:) Ma... nun ne parlammo cchiù... Mo sta ô munno â verità, e pozza prià a Dio pe nuie... Assettàteve...
Bernardina (si lascia cadere quasi di peso su di un sgabelletto; appoggia i gomiti su la tavola e la testa su le mani).
Catania (a piccoli passi, quasi impercettibilmente, gira intorno la tavola, fino a collocarsi sul lato del fondo, con la faccia volta alla donna, e a qualche passo da lei:) — V'aggio abbistata 'a coppa 'a fenesta d''a casa mia, quanno chilli quatto muorte 'e famme ve secutàveno. Quanne site trasuta cca dinto, aggio 'itto, fra me e me: «Manco male! E' ghiuta 'nzarvamiento!»... Ma po' aggio penzato: «E si lle fanno quacche agràvio?!... So' sbirre 'e pulezia, e stanno mbriache comm'a tanta crape!... Scengo o nun scengo?... Mm'avesse 'a fa' quacche mala faccia?!... Mbe'! Nun fa niente...» E so' sciso... Sèvereddio! Manco si 'o penziero mm'avesse parlato!
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Bernardina (in un gemito disperato:) — Ma che ll'aggio fatto a sta gente? Che ll'aggio?
Catania. — Che ll'aviveva 'a fa'!... So' sbirre, e chesto è 'o mestiere lloro. (Dopo una pausa, piegando i gomiti su la tavola e curvandosi, quasi contatto di lei, aggiunge, in tono di mistero:) — Ma... 'àteme 'o canzo, cummà, — nun dico ato, n'ato mese, — ca ve faccio abberé belli ccose!... Mme so' menato c''o Cuverno? E sissignore! Pe nicessità e pe tenta carmusina. Ma sempe o pruveritore 'e Masaniello so'! E 'o sanghe nun po addeventà acqua... Mo 'a pulezia sta 'into 'e mmane meie; e io... mme saccio servì. P''o Pataterno, banno 'a turnà n'ata vot 'e tiempe nuoste! E allora ve faccio assapé chi è 'o furnaro d''o Carmeniello!
Bernardina (quasi sedotta, si è voltata a poco a poco a guardarlo; e ora segue le parole di lui, con sorpresa e compiacimento sempre più vivi).
Catania. — Vuie mm'avite creruto sempe n'amico fàvezo... (La donna tenta di negare; ma egli ribatte:) Nun dicite ca no, pecchè avìveve ragione... Ma se pozza perdere 'o nomme mio si nun ve faccia trasì a Palazzo n'ata vota, comme si fùsseve 'a riggina 'e Spagna 'n perzona! 'O vicerré v'ha da vasà 'e ppónte d''a veste, e v'ha da cercà pietà e misericordia pe tutto chello ch'ha fatto a' bonànema, ca mm'era cumpare, comm'a San Giuanne pe Giesucristo!
Bernardina (esaltata, gli occhi sfavillanti di gioia, alzandosi di scatto:) — ... Cumpà!...
Catania (subito, afferrandole ambo le mani, la faccia contro la faccia di lei vivissimamente:) — Privo d''a libertà, p''a felicememòria 'e chillo sant'ommo, e pe quanto ve voglio bene! (Sono stretti l'uno all'altra: i loro aliti si confondono).
Bernardina (si scuote, d'un tratto. Par ch'ella rinconquisti la coscienza smarrita. Riesce con un lieve sforzo a liberarsi dalla stretta, retrocede di qualche passo verso il fondo, e scrollando il capo mormora desolatamente, come parlando a se stessa:) — No!... No!... So' pazza!...
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So' pazza! (Si abbatte con le spalle contro la parete, lo sguardo vagante nel vuoto).
(Un silenzio).
(Lontano, una compagnia di lazzaroni passa, cantando:)

— «Surdate d''o Papa,
lassate 'a vaiassa!
Sta chiorma ca passa
ve po ntussecà!»


(Il canto si spegne, a poco a poco).


Catania (guarda gli orciuoli su la tavola, e borbotta:) — 'A sarda è grassa! Hanno fatto sciacquitto, sti sfamatune. (Dopo un breve indugio, prende un orciuolo e si riaccosta alle labbra).
Bernardina (dice no, con cenni del capo, e con la mano respinge delicatamente l'offerta).
Catania (insistendo:) — Vevite: sentite a me... Vevìmmece 'a coppa. Chesta è nuvola ca passa.
Bernardina. — Nun ne voglio.
Catania. — Ve fa male?! E simbè ca v'avesse 'a fa' male, che significa? Amméno assaggiàteo... pe favore. (Le riavvicina l'arciuolo alle labbra).
Bernardina (di mala voglia, beve appena qualche sorso).
Catania. — Ah! Mo site 'a cummare! (Caccia sveltamente da una saccoccia della sua giubba una candida pezzuola, e la passa con studiata galanteria su le labbra di lei. Poi:) Embè! Mme voglio vévere 'e penziere vuoste! (Beve). Buoni penziere! Penziere sapurite! (Ripone l'orciuolo su la tavola). Vuie mo vulìsseve sapè si aggio addivinato. E' accussì? Ma... nonzignore! Pecché, si no, ve ne pigliate, e mme mmiscate 'e ccarte mmano... Dico buono, o no?... 'I' chella cummare! (Cupido, le stringe il mento fra le dita).
Bernardina (schermendosi e rabbuiandosi, ma senza asprezza:) — Cumpà?!
Catania. — E ghiammo!... Chesto che ccos'è! Mme parite
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na tenga, stasera! (Cercando di ravviarle i capelli discinti:) Guardate cca! Tutta sceppata! Tanto ca v'ha fatto mpressione?!... Ah! Ca si mme fosse truvato io cca bascio, ll'avarrie fatto piglià 'a patente ô lepre, a chella chiorma 'e scauzune! (La donna continua a schermirsi; ma egli insiste:) E va buono, mo!... Che paura ve mettite cchiù?... Stammo sule... (Indicando il vano di sinistra:) Chille rónfano, ncoppa 'e pagliune, comme a tanta crape!... Chi ce vede?... 'E chi ve mettite scuorno?... (Circuendola, assediandola, mentre ella tenta di sottrarsi, e lo guarda acutissimamente, come per leggergli nell'anima:) Ma comme?! Accussì sfurtunato ch'aggia essere, cu buie?!... Mm'avite fatto canià pe n'anno; e pure mo ve facite a ttènere?!... Ma pecchè?... Ma tanto ca ve so' in òrio?!... Ma amméno faciteme assapé 'a ragione!...
Bernardina (ha compreso. Smarrita, tremante, inorridita, scivolando lungo la parete, balbetta quasi fra se:) — Ah!... Pe chesto?!... Pe chesto?!... Pe chesto?!... (Ha raggiunto l'angolo tra il finestrone e la scaletta; e vi si rintana).
Catania (investendola, deciso, brutale:) — Eh, sì! Pe chesto! Pe chesto!... Pecché te voglio, 'a n'anno! E pecchè nun mme ne firo cchiù! (È per afferrarla, con avvidità; ma ella soffoca un breve grido selvaggio, e gli sfugge, strisciando lungo il limite della scaletta. Deluso, in un ruggito:) Ah! P''a Maronna!...
Bernardina (con voluttà feroce:) — 'A morte, mille vote! Ma cu ttico, no!
Catania (livido, quasi mordendosi le pugna:) — A me?!... Tu?!... Tu, ca te si' ghittata cu tutte 'e bazzariote d''o Bùvero?!
Bernardina (in un grido trionfale:) — Uno sulo mm'ha canusciuta: martìtemo!
Catania. — 'O vurtiello t'aspetta!
Bernardina. — Cu tuttuquante! Ma cu ttico, no!
Catania. — E mm''o dice 'n faccia?!... T'aggio lassato sulo ll'uoccie, pe chiàgnere; e manco t'arrienne?!
Bernardina. — Niente!... Niente!... 'A morte, mille vote!
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Catania. — E vabbè! Verimmo chi è cchiù tuosto! Tu te crire ca io te lasso? Ah, no! Quanno aggio 'itto 'roce, 'roce ha da essere! T'avesse 'a piglià n'ata vota a buffettune, comm''o iuorno d''a Maronna; t'avesse 'a straccià n'ata vota comm'a ttanno, 'e beste 'a cuollo; t'avesse 'a strascenà pe mmiezo 'a chiazza n'ata vota, io nun mm'arrenno! Aiere te vulevo pe sfìzio. Ogge te voglio pe sfreggio!
Bernardina (in un grido dell'anima:) — Avantatenne! Avantatenne, nfame scellarato che si'!
Catania. — Scellarato, nfame, sbirro 'e pulezia, ma pe te! (Con vivo rimpianto:) Si tu mm'avisse accunzentuto, a ll'ora 'e mo i' sarria ancòra 'o furnaro d''o Carmeniello! e imméce, no! Tu mme faciste chiàgnere pe n'anno! E mme reriste 'n faccia! E mme ne cacciaste! E mme riste cchiù fele e tuòsseco, ca nun dèttero a Cristo ncopp''a 'roce!... Tu ll'ê vuluto! Tu!... E guarda chello ch'ê fatto!... I' mme so' bennuto pe sbirro. 'O rre ' Nàpule è stato sparato comm'a nu traritore! E tu... tu, pe nun essere 'a fémmena 'e uno, staie p'addeventà 'a vaiassa 'e tuttuquante! 'E subbissato tre bite!... Chesto ê fatto, tu! Chesto! (Ansima).
Bernardina. — Sì! Sì! Chesto! E nun mme ne pento!... Vàtteme, n'ata vota! Strascìneme, n'ata vota! Abbrùsceme viva mmiez''o Mercato, si attocca!... Mo si' tuttecosa, tu! Mo tiene core, tu! tu, ca faciste 'a faccia ianca, quanno isso te paccariaie 'int''o furno tuio stesso, nnanz''a gente, pecchè arrubbave ncoppa 'o piso! (Catania illividisce e si tocca istintivamente con la mano la guancia colpita). Mo può fa' pure 'o boia, 'n cuollo a na fémmena, tu! Chi te faceva tremmà, è muorto! (Solenne, con un gesto di minaccia e di vaticinio:) Ma... si turnasse...
Catania (con subitanea reazione, sarcastico, sfacciato, sprezzante:) — Chi? 'O pisciavìnolo? (Prorompe in una lunga risata nervosa). E ba! Vallo a chiammà! Ca turnasse! Ca iesse a scanzà 'o frate suio carnale, 'a 'int''e fosse ô Castiello! Iusto iusto! Mo sento ri' ca sta mazzamma vo' fa' guerra n'ata vota!... Turnasse!
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Facesse abbruscià n'ata vota 'e puoste 'e farina! Fermasse n'ata vota 'o ruca 'e Matalune, e l'afferrase pe pietto, e 'o facesse scénnere 'a cavallo!...
Bernardina (fieramente:) — Chello ca nun teniste core 'e fa' tu!
Catania (senza interrompersi:) — Va! Vallo a chiammà. Ca mettesse n'ata vota a sacco e fuoco 'a casa d''o ruca 'e Caivano, e facesse n'ata vota un arravogliacuósemo!..
Bernardina. — Mariuolo e traritore si' stato tu! Isso facette mpènnere a nu cumpagno, pecchè lle truvaie nu zecchino 'n cuollo!
Catania (sghignazzando orribilmente:) — 'Alantomo 'e natura! Vallo a chiammà! 'E cchiave 'e San Lurenzo stanno a dispusiziona soia! S''e mmettesse a llato n'ata vota, e curresse, scammesato, ncoppa 'o cavallo ianco! Spugliasse 'a chiésia d''a Maronna 'e Piererotta! E sciabuliasse n'ata vota 'e cumpagne suoie, mmiez''o Mercato!
Bernardina. — Accussì t'avesse sciabuliato a te, ca pure poco sarrìa stato!
Catania. — A me!... Ah ah! E cumpà Carluccio è vorpa vecchia! Cumpà Carluccio ll'ha cartiato sempre. 'O furnaro d''o Carmeniello teneva a mente buono ca 'a riggina d''e ssarde ll'aveva ritto ca no! Amicizia e sangiuanne! Ma cu na màschera 'n faccia e c''o curtiello pronto!
Bernardina (affannosamente:) — Anema senza Dio!
Catania. — Tutto chello che buò... Ma sempe quadrato 'e cerevella! (Selvaggiamente ironico:) 'O generale! Ll'era iuto 'o grasso ô core, ll'era iuto! Ma... lle steva sempre a fianco st'angelo custode! (Indica se stesso). Sette iuorne 'e regno, sette anne 'e tribulazione!... Ma fernette 'a zezzenella!... E fùiemo quatto, ca lle facèttemo 'a festa! Quatto! Nce scigliette 'o vicerré 'n perzona, Fràteme, Ngiulillo Ardizzone, Ndriuccio Roma, e io...
Bernardina (scossa da un lungo fremtio di raccapriccio, segue le parole di lui, con crescente affanno).
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Catania (senza pause, feroce, ghignante, come rivivendo la tragedia orrenda:) — 'O ièttemo a truvà 'int''o cummento ô Carmene... «Signor Masaniello!... Signor Masaniello!» ...Che?! 'O chiammàimo signore!... — «Andate in cerca di me?»... S'era cevelezzato, 'o pisciavìnolo!... — «Eh, sì! A te iammo truvanno... 'O vicerré te manna stu rammaglietto!» (Rapidamente, stendendo le braccia e accennando al tiro di un archibugio:) Ppìn!... Nu crisuómmolo, 'n fronte!... Se stupetiaie... Ma... nun buleva murì!... Allora... allora io ll'ascette 'e faccia, e 'o puntaie 'n pietto, doi' vote, una 'int''a ll'ata!...
Bernardina (al colmo del raccapriccio, prorompe in un grido altissimo, lacerante, e si covre il volto con ambo le mani. Rantola, soffoca:) — Tu?!... Fuste tu?! (Retrocede verso la scaletta).
Catania (è per investirla, sogghignando. Ma d'un tratto si arresta, come interdetto).


SCENA QUARTA.


Detti. — La turba. Gli sgherri, Ciommo Donnarumma.
Onofrio Cafiero. Un monaco carmelitano.


(Di lontano, giungono le grida di una moltitudine agitata e commossa. È un coro tumultuoso e indecifrabile, che si chiarisce e ingrossa, a misura che la turba in rivolta avanza verso la piazzetta).


La turba. — Viva Masaniello! A morte 'e giannìzzere! Abbasso il mal governo! Vulimmo a Giuanne 'e Masaniello!


(Un colpo di archibugio accresce il furore dei rivoltosi. Gli urli di morte si fanno più feroci e compatti. D'improvviso, le campane della chiesa del Carmine risuonano a stesa, come un alto e incalzante grido d'allarme).


Catania (all'inizio del tumulto si è soffermato, come
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colpito da paralisi. Un tremore invincibile lo investe dal capo alle piante. Il suo volto illividisce, in un pallore di morte. Ma la sua volontà è ostinata e ferma. Egli tace, e guarda intorno, con gli occhi dilatati).
Bernardina (dal pionerottolo, sul quale si è rifugiata,segue le mosse del suo nemico, sospesa, palpitante. Un sorriso di aspra voluttà dà al suo volto contrazioni come di spasimo. Mormora, con voce rotta dall'affanno fiocamente:) — Ah! Si turnasse!... Si turnasse!... (E si protende ansiosa verso il finestrone chiuso).
Catania (ode l'invocazione della donna, e abbrividisce. Come a scacciare l'augurio sinistro, si passa la mano su la fronte, e mormora, quasi fra se:) — No!... No!... Nun po essere!... Nun po essere!...


(Pochi isanti di terrore e di perplessità. Alle campane del Carmine rispondono quelle della chiesa di Sant'Agostino alla Zecca. Poi l'urlìo si rinnova e si propaga con un crescendo spaventevole).
(Si batte replicatamente, e con urgenza, alla porta del vano. Dietro di essa si ammassano gli sgherri ridesti e atterriti).


Le voci degli sgherri. — Cumpà Carlù! Cumpà Carlù! (La porta è scossa violentemente). Cumpà Carlù!
La voce di Cruscone (in un ruggito:) — Menàtela 'n terra, sta porta!
Catania (si scuote, corre al vano, apre la porta).


(Appariscono gli sbirri, avviliti e tremanti).


Spingardo. — Sèvereddio! Fanno overo, fanno!
Ciccotonno. — Sarva sarva! 'O fatto 'e Razzullo!
Cangiano. — Barricate 'a porta!
Perillo. — Sàglieno comme 'e ffurmìcule 'a vascia 'a Sellarìa!... Vonno a Giuanne 'e Masaniello!... Ll'aggio abbistate 'a coppa 'o fenestone d''a cammarata... So' tutte 'e cumpagne d''o pisciavìnolo!... Nùfrio Cafiero... Ciommo 'o putecaro... Gennarino Annese... Fra'
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Savino... E pure 'a mamma!...
Cruscone. — Pur essa? Chella scrofa!
Perillo. — Pure 'a mamma è Masaniello!... Stanno tutte armate... E strascìneno a nu muorto!...
Catania. — Nu muorto?!
Perillo. — Mm'è paruto d''o canòscere... È 'o presirente Cennamo... Ll'hanno scannato mmiez''a chiazza â Sellarìa!
Cruscone. — E mo stanno cca, pe mèttere a fuoco 'a Caserma!... Cumpà Carlù?!...
Catania (non risponde. Volge uno sguardo altero, come di sfida, alla donna, la quale segue con esultanza sempre più viva le parole e i gesti degli sgherri. Con uno sforzo supremo di volontà, riesce a vincere un'ultima esitazione. Afferma, deciso:) — No! Nun ha da turnà!... 'E boglio guardà 'n faccia! (Corre al finestrone e, coraggiosamente, ne spalanca gli scuri).


(Appare la piazzetta dei
Calderai, assepata di popolani e donnicciuole, nel rosso ardore delle fiaccole di resina, portate dai rivoltosi. Salgono al cielo i clamori e le imprecazioni, come da una bolgia infernale. Rossegiano al lume delle fiaccole le facce dei lor portatori. Ondeggia nell'aria rossa una testa mozza, conficcata alla punta di una picca. E tutto il quadrivio è un enorme tumulo, nel cuor di un incendio).


Ciommo Donnarumma (un popolano dal volto acceso e dalla capigliatura scomposta. È in maniche di camicia, nudo il petto irsuto. Sorge dal cuor della moltitudine. Diritto sul poggiuolo, che è presso la sua bottega, lancia un urlo squassante:) — 'A casa 'e ron Giulio Genuino!... A Sant'Aniello 'e Rasse!
La turba. — A Sant'Aniello 'e Rasse! A morte Genuino! A morte!
Ciommo Donnarumma. — Sotto 'e ffosse ò Miglio! Scarcerammo a Giuanne 'e Masaniello! (Dispare nella turba).
La turba. — Viva Masaniello! Vulimmo a Giuanne 'e
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Masaniello! 'O frate carnale d''o generale nuosto! 'E ffascine! Abbrusciate 'a caserma! (Ripetuti e incalzanti colpi di accetta, su l'uscio di strada).
Cruscone. — Cumpà Carlù! Chiste nce abbrusciano vive!
Gli altri sgherri. — Rebazzate 'a porta!... Nchiurite 'o fenestone!... Cumpà Carlù?!...
Perillo. — Vita pe bita! (Corre alla parete, per armarsi del suo archibugio; ma retrocede, come investito dalla moltitudine, che or si addensa alla inferriata). Hanno acciso 'a sentinella!


(Al grido di Perillo, gli sgherri sono assaliti da un terror folle, e si accalcano presso il vano, ruggendo bestemmie indecifrabili, lottando per cercare una via di scampa. Spariscono tutti nel vano, e ne richiudono con violenza la porta).


Catania (è disanimato dal terrore dei suoi subordinati. Cerca anch'egli uno scampo, e si precipita alla porta del vano. Ma questa è già chiusa; ed egli la scuote, e vi brancica con le unghie, disperatamente, come per forzarla. Non bada più alla donna).
Bernardina (in preda ad una esaltazione sempre più viva, che la scuote tutta, si è precipitata giù per la scaletta, è corsa al finestrone; e or si aggrappa con ambo le mani alla inferriata, e grida disperatamente, con quanta voce ha:) — Abbrusciàtelo vivo!... Vivo abbrusciàtelo! È stato isso! È stato isso! (Accenna a Catania, il quale continua a scuotere l'uscio chiuso).


(Nella moltitudine appare e dispare la cocolla di un monaco carmelitano. Simultaneamente, dietro le sbarre, si sofferma l'alta e forte figura di Onofrio Cafiero).


Bernardina (a Cafiero, in una suprema invocazione:) — Cumpà!... Cumpà!...
Onofrio Cafiero (sorpreso e sdegnato:) — 'A cummare?!... 'A riggina nosta mmiezo 'e sbirre 'e pulezia?!
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(Si volge alla folla, e urla:) 'A riggina nosta mmiezo 'e sbirre d''o vicerré!
La turba (accalcandosi alla inferriata:) — 'A riggina nosta! Vulimmo 'a riggina nosta!
Onofrio Cafiero (guardando nell'interno:) — E ce sta pure 'o furnaro d''o Carmeniello! Accerìtelo a stu nfamone!
Bernardina. — Abbrusciàtelo vivo! Vivo strascenàtelo, pe do' strascenaie a marìtemo muorto!
La turba. — A morte 'o furnaro d''o Carmeniello!... A morte 'o boia 'e Masaniello!


(Un'archibugiata risuona nell'aria. Colpito nelle spalle, Carlo Catania vacilla su se stesso, tenta di aggrapparsi con ambo le mani alla porta; ma le forze gli mancano. Egli scivola lungo la parete, e si abbatte, le mani in croce, la faccia contro il suolo, ai piedi della donna).
La turba (acclamando trionfalmente:) — Viva Masaniello!
Bernardina (in cospetto del trucidato, ha un sorriso di selvaggia voluttà, congiunto ad un fremito di orrore. Retrocede verso la porta).
Onofrio Cafiero. — È muorto! Scatasciate sta porta! Vulimmo 'a riggin nosta!
La turba. — 'A riggina nosta! Dàlle c''o sciamarro! Vulimmo 'a riggina nostra!


(La porta è per crollare sotto i colpi delle accette).


La turba (in un delirio di entusiasmo:) — Viva Masaniello!... 'A riggina nosta!... 'A riggina 'e Masaniello! (Molti popolani si sono arrampicati alla inferriata. Su tutta la piazzetta è un urlo compatto di acclamazione. Suonano a stesa le campane dei maggiori templi della «Fedelisima»)



SIPARIO.
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Carmela
IN TRE “MOMENTI„ DRAMMATICI
_______

[ 150 ] [ 151 ]
LE PARTI:

Michele Auriemma «tagliamonte».
Carmela.
Cenzeniello.
Sciurillo.
Ninuccio Cantalupo, «tagliamonte».
Fantasia.
Stefano agnusdei, « 'o nzipeto ».
Stella « 'a serpentina ».
Le voci dell'alba.


Allo «Scudillo», in Napoli: oggi.

Michele Auriemma: tagliamonte. Trentacinque anni. Capigliatura bionda; barba bionda, alla nazzarena; rughe delle labbra profondissime; colorito pallido; grandi occhi neri. Ha poca cura della sua persona: veste disordinatamente.
Carmela, moglie di Michele. Ventisette anni. Capellli neri; occhi neri, vivacissimi. Il volto pallido e floscio, le cavità degli occhi, le rughe delle labbra pronunziate rivelano in lei la donna insoddisfatta. Sensibilissima, impresionabile. Indole buona.
Ninuccio Cantalupo: tagliamonte. Trentadue anni. Un popolano forte e simpatico: nera e folta la capigliatura a riccioli, baffettini neri, statura alta, ampie spalle, largo petto. Scrupulosamente ricercato negli abiti. Porta all'occhiello un garofano rosso.
Fantasia. Età imprecisabile. Alto, allampanato, scheletrico, e un po' curvo. Chioma grigia, a zazzera, rada alle tempie. Volto pelato e zigomi sporgenti. Occhi mobilissimi, indagatori. Sorride sempre, pur uando è triste; e d'una breve risatina asmatica comenta la sua serena fisonomia di rassegnato. Ha voce grave e lenta. Veste la cocolla del domenicano.
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Stefano Agnusdei, «'o nzìpeto». Cinquantaquattro anni. Antipatico, abulico, vile. Parla affannosamente, con voce molle e sottile. L'epa flaccida, enormemente sviluppata, conferisce ai movimenti di lui una lentezza penosa. Il suo volto, d'un color terreo, è privo di peli. Veste alla buona.
Stella Agnusdei, «'a serpentina». Trentun anno. Fattezze, indole e sentimenti in cozzante antitesi con quelli di Stefano. Vigorosa, intelligente, altera. Carattere imperioso, che rasenta la prepotenza. Veste con la ricercatezza esagerata della popolana smargiassa.
Cenzeniello: dieci anni. Un ometto: ha l'aria dello sbarazzino.
Sciurillo: otto anni.



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L'AMBIENTE

Un'ampia camera, all'ultimo piano di un antico palazzo su l'altura dello Scudillo. Ad essa si accede per una scala interna. La porta comune, cui mette capo la scala, è sul davanti, a destra. Sul pianerottolo, invisibile allo spettatore, si apre un usciolino che, per una scaletta di legno, conduce ad un terrazzo soprastante. A sinistra, uno stambugio. Nel mezzo del fondo, una finestra.
Mobilia modestissima. A sinistra, verso il fondo, un vasto letto maritale, di stile barocco, piuttosto alto, con la coperta e i guanciali di tela colorata, a quadroni bianchi e azzurri. Lo spazio tra il letto e il muro di faccia è occupato da un comodino, con su una pipa della lunga cannuccia, un cartoccio di tabacco, un boccale con acqua. Alla parete, in capo al letto, un gran quadro rappresentante la “Sacra Famiglia„. Alle altre pareti, altre immagini di santi e madonne, in vecchie cornici nere o dorate. Nel fondo, a destra, un canterale massiccio, sul quale son due campane di vetro con fiori, e tra queste, una lucida oleografia di San Vincenzo Ferreri. Dinanzi all'effigie sacra, arde la lampada. Su di una tavola, posta di fronte al letto, tra il canterale e la porticina, un antico lume a petrolio, uno specchio con cornice nera, qualche altra pipa, una scatola con fiammiferi. Sotto il letto, un cassone. Cinque sedie: due ai piedi del letto, una presso la tavola, due sul davanti, nel mezzo.

Sono le prime ore di una sera di luglio. La finestra è aperta. Il lume è acceso. [ 154 ] [ 155 ]
ATTO PRIMO


SCENA PRIMA.


Michele, Ninuccio, Fantasia, Cenzeniello.
Poi, Sciurillo.


Quando si leva il sipario, Michele e Ninuccio, seduti verso il davanti, ridono sonoramente alle ultime amenità di Fantasia. Il quale, curvo e umile nella sua strucita veste monacale, spalluccia e sorride, come un idiota felice.
Presso il letto,
Cenzeniello è intento ad attaccare su la punta di una canna una banderuola di carta colorata. Ha cu per gli abiti fiocchi di carta variopinta, sul capo un elmo di cartone, e sul petto, pendente dal collo e attaccata alle punte di un lacciuolo, una trombetta di stagno.}}

Michele (ride di mala voglia). — Ah ah ah ah!
Ninuccio (ridendo fragorosamente:) — Ah ah ah ah! Ce vo' nu stòmmeco! (A Fantasia:) Perdiste 'a pullanca, e doppo nove mise aviste 'a vòccola e 'o pulicino!
Michele. — Ce guadagnaie 'o pulicino, zi' monaco!
Fantasia. — E 'n capo a tre mise perdette 'o pulicino e 'a voccola; e nun ll'aggio asciate cchiù. (A Ninuccio:) Tu ride, Cantalù? E ride, pe ciente anne! (Prudente, accennando dell'occhio al ragazzo:) Ce stanno 'e ccarte ianche nnanze. Nun te pozzo rispònnere. E rido pur io! (Ride, d'un riso breve, e melenso, beatamente). Ah ah! (D'un tratto, assumendo un'aria grave e pensosa:) Ma tu si' guaglione ancora. Io te pozzo essere pate. E 'a femmena 'a canosco 'a vinte anne primma 'e te. (Si gratta l'occipite, come a scacciare un ricordo lugubre).
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Ninuccio (sarcastico:) — E pe chesto te si' fatto monaco?
Fantasia. — Mme so' fatto remita, pe nicessità. (Rassegnatamente:) L'albero pecca e 'o rammaglio secca!... 'A vulevo bene. E chella mme lassaie, bello e buono, accussì. Po' turnaie, doppo nove mise, cu na criatura a pietto. E io mme ll'accugliette a braccia aperte. Ma na bella matina — ched'è? che nun è? — scumparette n'ata vota. (Con vivo rimpianto:) E nun è turnata cchiù!
Michele (intento, come ad una sottile indagine:) — E... si turnasse?
Fantasia. — Vulesse Giesucristo! A braccia aperte, n'ata vota! (Cupido, come rivolgendo la parola al suo amore ricuperato:) Ben turnata! Ben turnata! E chesta è 'a casa. E chisto è 'o lietto. E cca sta zi' monaco, tutto pe te!
Ninuccio. — Mo va 'nfantasia Fantasia!
Fantasia (con serenità sorridente:) — Io dico accussì: 'A vuluntà è libera e 'a passione nun è na catena. Ogge, cu mmico. Dimane, cu n'ato. Doppedimane, punto e da capo, cu mmico. E io so' cuntento. Mangio ogge e mangio doppedimane...
Ninuccio. — Ma dimane staie diuno.
Fantasia. — Mme rassegno. Si no, sto' diuno dimane e sempe. (E ride. Poi, a Ninuccio:) Fatte capace, patriò: 'a vunnella nun te porta maie 'o priatòrio: te dà l'inferno e 'o paraviso: mmità e mmità. Peggio pe te, si ricuse 'o paraviso pecchè 'o fuoco t'ha scuttato.


(Il frate tace qualche istante, e sta come assorto, la testa e le braccia ripiegate sul petto).


Michele (a Cenzeniello, sbuffando:) — Tu te spicce, o no?
Cenzeniello (indispettito, senza interrompere la sua occupazione:) — E mo! E mo! Sta canna è fràceta! Mannaggia!
Michele. — Chiamme a fràteto, e spicciàteve, ca è tarde.
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Cenzeniello (interrompendo la sua occupazione, nervosissimo:) — È ghiuto a fa' 'o guarriero ncopp'a ll'asteco, è ghiuto! (Va alla finestra, sporge la testa oltre il davanzale, la volge all'insù, e chiama, la mano sulla guancia come per accompagnare la voce:) Sciórì!... Sciórì!... E scinne!
Sciurillo (dall'alto del terrazzo risponde col suono lungo e rauco della sua trombetta di stagno).
Cenzeniello (aspro e incollerito:) — Fa ampresso! nun fa' 'o sbruffone! (Ritorna alla sua occupazione).
Fantasia (d'un tratto, si scuote, e, prorompendo in una risatina asmatica, continua con tormentosa giocondità:) — Cu chi t''a piglie? 'A vuò 'accidere? E vaie 'n galera. 'A vuò lassà? E faie comme a chillo d''o cunto: te prive d''a primma sussistenza, e pierde 'a rosa pecchè 'a spina t'ha pugnato. Senza cuntà ca te miette sempe ncopp'a nu puorco. Lle vuò di': « statte a forza cu mmico »? Ma 'o core nun canosce caserme, 'o munno è troppo largo e 'a casa è sempe na caiola aperta. (Di nuovo, la risatina. Poi:) Ih! Pigliàmmece 'a vita comme ce vene! E 'a femmena è comme 'a vita: nu lòteno ogni mumento, ma chi è chillo ca vo' murì?
Michele (cupo, come parlando a se stesso:) — So' belli storie, cheste! Tu si' muorto 'o stesso.
Fantasia. — Mme lusingo sempe 'e risuscità. Torna? Onore e piacere! Nun torna? E sia fatta 'a vuluntà 'e Dio! (Scrolla le spalle e il capo; e si concentra qualche istante).
Sciurillo (irrompe fragorosamente. È ornato alla stessa maniera di Cenzeniello. L'elmo di sghembo, la spada in atto di combattimento, grida, rivolgendosi al fratello, in atteggiamento di sfida:) — Ehi! A noi! Miserabile!
Cenzeniello. — Votta 'e mmane! Mulignanella!
Sciurillo (con un gesto trionfale, andando allo specchio e rimirandosi:) — 'A penna! Cca sta pure Fioravante.
Michele (intanto, si è alzato e si è accostato a Fantasia. Ora, battendo una mano sulle spalle del frate, dice con
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evidente commiserazione:) — Te chiammano Fantasia, e hanno ragione. Cheste so' fantasie!
Fantasia (scotendosi, e ritornando alla sua giocondità abituale:) — So' fantasie ca mm'aiutano a campà. E io campo speranno e perdunanno. So' monaco pe finzione, io. E so' nu monaco pazzo. Senza messa. Senza cella. Senza refettòrio. Senza lucerna. 'A messa mia so' sti stròppole appecundrose, ca vaco cuntanno p''e ccase e p''e puteche! E devote mme fanno p''o refettòrio; nu piatto cucenato e 'o vino d''a funtana surgiva, ca nun canosce mistura. 'A cella 'e zi' monaco è 'a campagna aperta, e ll'èvera è nu lietto ceniero. Mme so' lucerne 'a luna e 'o sole. E 'a speranza nun mm'abbandona maie. Neh, chi è meglio 'e me? (Ride). Fratiè, aiutammo 'a varca! Nu surdacchiello 'a semmana a vuie nun v'è niente e a me mm'è tutto! (Si cava lo zucchetto, nel quale Michele e Ninuccio fanno cadere qualche soldino). A gloria 'e San Vicienzo! Ce vedimmo ogge ad otto, si vo' Dio! Salute e bene a sta casa!
Ninuccio. — Salute e bene!
Fantasia (se ne va, ripetendo la sua cantilena abituale:)

— Canto e conto 'a storia mia,
pe na nzìria e pe campà...
Cumpatite a Fantasia!
Chesta è 'a vera carità!


(La voce del monaco si sperde, a poco a poco).


SCENA SECONDA.


Michele, Ninuccio, Cenzeniello, Sciurillo.


Ninuccio (alzandosi e stendendo la mano a Michele:) — Io mm'abbìo.
Michele (stringendogliela:) — 'A cca a n'ata mez'uretta ce vedimmo.
Ninuccio. — Michè, te raccumanno: avisse 'a fa' scenate cu mugliereta?
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Michele (torvo:) — Scenate? Comme s'intende?
Ninuccio. — Io nun vurria ca pe causa mia v'avisseve 'a ntussecà 'a serata. (Con simulato rammarico:) Che saccio... Forse, mme so' regulato malamente. Quanno v'aggio mmitate, mm'è paruto comme si 'onna Carmela n'avesse avuto poco a piacere.
Michele. — Ninù! Ninù, tu mme canuscie. Pe massima toia, 'int''a casa mia, cumanno io. 'A femmena è icse mmiezo 'e llèttere d''a santaroce.
Ninuccio. — Capisco, ma...
Michele (quasi di scatto:) — Ma che? (Una pausa). E po', tu 'o ssaie: è naturale 'e femmena fatto accussì...


(Evidentemente turbato, tace).
(Ninuccio nota di sottecchi il turbamento di Michele; cava un sigaro, lo accende, ed emette due o tre boccate di fumo).

(Intanto, i ragazzi han terminato il loro abbigliamento di festa. Ora si dispongono ad uscire).


Cenzeniello. — Pronti! (Agita la banderuola).
Sciurillo. — Pronti! (Impugna la spada).


(Si allineano in direzione dell'uscio di scala. Cenzeniello va innanzi; Sciurillo lo segue).


Michele. — Cenzeniè, ritirateve ampresso, Io lasso 'a chiave d''a purtella a don Ciccio 'o canteniere. Si pe chi sa nuie ce spicciammo nu poco cchiù tardulillo, vuie pigliateve 'a chiave: arapite e cuccàteve, cuiete cuiete. E nun menate 'o maniglione, perchè nue ce purtammo 'o chiavino. Mme so' spiegato?


(I ragazzi acconsentono).
Michele. — Be'! Iatevenne. E nun ce ntussecammo 'a festa 'e San Vicienzo.
Cenzeniello (al fratello, in tono di comando:) — Avanti! Marsce!
(Sciurillo dà fiato alla sua trombetta, emettendo un suono rauco).
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I due ragazzi. — Brè! Brè! Brebetebrè! (A passo ritmico escono).
Ninuccio. (li accompagna con lo sguardo fino al limitare. Poi, consultando il suo orologio:) — Mo so' l'otto. Mmerzo 'e nove, 'e nove e meza...
Michele. — Eh! Ch'avimmo 'a fa' 'e sfuoglie? Si è pe mme, comme mme vide, mme scrive. Carmela è già bella e pronta. S'è ghiuta a piglià 'o crespo add''a cummara Sabella. Nun appena torna...
Ninuccio. — Spiegàmmece: a' cantina 'e Tore, a' Sanità.
Michele. — Pricisamente.


Si stringono nuovamente la mano, Ninuccio esce).


SCENA TERZA.


Michele
(Ninuccio uscito, Michele non sorride più: ritorna triste, cupo, accigliato. Sospira penosamente. Va al comodino; svolge il cartoccio col tabacco; carica la pippa; cava dalla saccoccia un fiammifero di legno, e lo accende, strofinandolo su i calzoni; accende la pipa e fuma, svogliatamente).
(Dalla strada, lontano, il suono rauco delle trombette).


SCENA QUARTA.


Stella, Stefano, Michele.


Stefano (di fuori, con voce molle, effeminata:) — 'a bellezza d''o cumpare!
Michele (sussulta. Simulando un lieve sorriso di compiacimento, siu dirige verso la porta di scala, e saluta festosamente:) — 'O cumpare bello! 'A cummare! (Come parlando a persone che sono nel basso:) Saglite. Saglite.


(Un breve silenzio).
[ 161 ]
(Stella e Stefano entrano. Stefano si appoggia al braccio di Stella; nella destra ha un balcone).


Stella. (entrando:) — Felice notte!
Stefano (ripete mollemente il saluto:) — 'A bellezza d''o cumpare!
Michele (cerimonioso:) — Viato chi ve vede!... Eh! Comme se dice? Amante povere, amice perdute! (Depone la pipa e porge due sedie ai nuovi venuti).
Stella. — Che n 'centra?
Stefano (affannosamente:) — 'O soprafliato!... E che puteva mancà?... Cumpà, benerico! Te si' ghiuto a mettere 'e casa 'n paraviso! Quarto piano! Asteco e cielo!


(Stella, inosservata, sogguarda Stefano, e sospira, e scrolla il capo, seccata, scontenta).


Michele. — So' fraveche antiche. Cummarè, assettàteve. Cumpà, prego.
Stella. — Grazie. Iammo 'e pressa.
Michele. — Chesto che cos'è! Accumuràteve. Aspettate 'ommacaro ca venesse Carmela: ave tanto piacere 'e ve vedè. Che saccio! 'A cummare mme pare na cumeta.


(Stella e Stefano seggono).


Stella. — So' gli affari, cumpariè! (Ammiccando dell'occhio:) So' gli affari!
Michele (sogguardano Stefano compassionevolmente:) — Capisco. Capisco.


SCENA QUINTA.

Carmela, Michele, Stella, Stefano


Carmela (appare su la soglia. È vestita modestamente, per uscire. Porta uno scialle bianco, di seta, piegato sul
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 braccio. Ha l'aria un po' triste. Ma, quando scorge i due visitatori, cerca di dominarsi e sorride:) — 'A cummarella! 'O cumpare! Quant'onore! Quant'onore!
Stella (alzandosi:) — Onore è nostro!


(Le due donne si abbracciano e si baciano. Poi, Stella siede).


Stefano (senza muoversi:) — 'A bellezza d''a cummare!
Carmela (va a deporre lo scialle sul letto:) — Eh! Ogne tanto nce arricurdammo ca simmo vive! Giesù! Stammo vicino 'e casa, e manco si fossemo straniere! (Siede alla sinistra di Stella).
Michele. — Chello che dicevo io. (Siede alla destra di Stefano).
Stella. — Nun 'o dicite, cummarè! Ce murtificate. Cierti bote, 'o tiempo è na mercanzia ca va a caro prezzo. Ogge è festa. Avimmo nchiuso 'o magazzino, e simmo venute a fa' 'o duvere nuosto.
Michele e Carmela. — Gentilezza! Gentilezza!
Stella. — Iammo a truvà nuie pure a chillo Munacone miraculuso. Stammo nfelicitate notte e ghiuorno; grazie a Dio, cu ll'acquavite s'abbusca 'a lira; e ogne tanto na vota ce spetta o no 'o poco 'e rivertivemto?... Che s'ha da fa'! Simmo sule. (Con un fremito sordo di concupiscenza:) Nun tenimmo figlie.
Stefano (con un sospiro di rimpianto:) — Nun tenimmo figlie!
Stella (abbassando gli occhi:) — Giesucristo nun ha vuluto.
Stefano (scrollando il capo:) — Giesucristo nun ha vuluto!
Michele. — Meglio accussì!
Carmela. — State cchiù cuiete!


(Un breve silenzio imbarazzante).


Stefano (cercando di far deviare il discorso:) — Basta. Aggio penzato io: « Vulimmo i' a vedè 'allummata a'
[ 163 ]
Sanità? » Stella s'è vestuta. Mm'ha dato na mano, e mme so' vestuto io pure. Capite? Io so' nu poco gravante: e po'... ce sta ll'aità (Una pausa). Simmo asciute. Strada facenno, simmo passate pe nnante 'a purtella vosta. « Stella, Ste', Mo ce truvammo: iammo nu mumento add''o cumpare. Cumpà Michele, ll'atriere me cercaie nu favore: vuleva na pava 'e nu centenarotto 'e lire. — Cu tutto 'o core, cumpà; ma n'aggia parlà primma a mògliema. Pecchè 'int''a casa mia nun se move na pagliuca, senza 'a vuluntà 'e Stella ». E mo stammo cca, apposta pe menà stu capo 'n terra.
Michele. — Milleràzie, cumpà ; milleràzie. E scusa si mme so' diretto a te; ma tu mme cresemaste 'o guaglione, e tu sulo mme può cumpatì. (Una pausa). E vabbè!... Ma comme, dio!, se fatica sempe e nun se po mettere maie na lira a 'o pizzo! Mannaggia 'a nicessità? Ca tu te faie 'o core treie pe treie, che ne ricave? Mange sempe pane e pane, e ce vonno sempe ricennove sorde, p'apparà 'a lira! a 'o pizzo! Mannaggia 'a nicessità! Ca tu te faie 'o core treie pe treie, che ne ricave? Mange sempe pane e pane, e ce vonno sempe ricennove sorde, p'apparà 'a lira!...
Carmela (sospira mestamente:) — Eh!
Stefano (meditabondo:) — Bubbah!
Michele (accalorandosi:) — E che San Bicienzo avimmo 'a fa' cchiù? Avéssemo 'a i' arrubbanno? E nuie, cumpà, nun ce simmo nate pe chesto stesso...
Stefano (sentenziando:) — Onestà e pane asciutto!
Michele. — ...Avéssemo 'a stènnere 'a mano?... Avéssemo 'a magnà pane e corna?
Stefano. — Ohè!
Stella. — Giesù! Che parole!#39;


(Carmela abbassa gli occhi, lievemente arrossendo. È agitata da piccoli brividi, come per freddo).


Michele (cupo, ponderando le parole:) — 'E ccorna so' toste, e nun fanno p''e diente nuoste (Fisando la sua donna, cautamente, ma sinistramente:) Disperate nnelate 'e diébete, muorte 'e famme; ma sempe vicino a na femmena ca fa 'o lietto sulo pe te.
[ 164 ]
Stefano (come intontito:) — E tu staie parlanno francese, bello mio!
Michele (quasi pentito dello scatto:) — E ch'aggia fa'? ch'aggia fa'? Quanno mme va 'o sanghe 'n capo, parlo francese, parlo! Mme cride, cumpà? 'A malatia d''o guaglione mm'a scasato! A spasso, e cu chillo lòteno!... (Una pausa). Basta. Vutammo fuoglio. Veneno sti cliente lire?
Stefano. — E mm''o spie a me? Cumbìnete cu essa.
Michele (con uno sguardo interrogativo, a Stella:) — Cummarè?
Stella (freddamente:) — Eccuccà, cumpariè: o patto è uno e 'o piso è n'ato. Sapete? L'èpeca è trista; e ogge, primma 'e caccià fore na riece lire, nce avimmo 'a penzà riece vote ncoppa.
Carmela (sorride con amarezza:) — È giusto.
Michele (accigliato:) — Embè?
Stella. — Eccuccà: 'e cciente lire so' pronte; ma... cu nu patto.
Michele (riflettendo:) — Nu patto? E... sarebbe?
Stella (prudentemente, quasi volendo trattenere le parole:) — Cumpariè, scusate... e nun 'o ttenite per offesa...
Stefano. — Scusa, cumpà!
Stella. — ...Ciente pe cientevinte, a cinche lire 'a semmana, e... c''o priegio 'e 'on Prospero, 'o partitario d''o Monte...
Michele (fremente di collera:) — 'On Prospero?!


(Carmela impallidisce, trema; ma si contiene).


Stella. — ...'On Prospero nun dice ca no... Ve vo' bene... Ve prutegge...
Michele (assalito da un lieve tremito, che cerca invano di reprimere, ripete a tratti:) — Nun dice ca no... Ve vo' bene... Ve prutegge... (Di scatto, alzandosi:) Chi è?... Chi è ca mme vo' bene?... Chi è ca mme prutegge?... Chi è don Prospero?... 'Int'''a casa mia, nun ce stanno prutetture! nun ce stanno patrune!
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(Ora Carmela nasconde il volto nelle mani).


Michele (con eccitazione crescente, prosegue:) — Si 'on Prospero mme stima, è segno ca mm''o mmereto, pecchè fatico, pecchè ietto 'o sanghe, pecchè arrìseco 'a vita tutte 'e iuorne, pe ll'utile suio. Simmo galantuómene a tutto punto! E nun avimmo bisogno 'e priege! Nun 'o vulimmo stu priegio!
Stella (impassibile:) — E va bene.
Stefano (sorpreso:) — Cumpà! P''o sangiuvanne!...
Michele (indignatissimo:) — Che San Giuvanne e Dio mme vaie cuntanno! MMe si' cumpare, tu! Tu, ca mme puorte a muglièreta 'int''a casa, pe mme fa' fa' st'affronto?
Stefano — Ma mògliema che t'ha 'itto 'e male?
Michele. — Che mm'ha 'itto 'e male?! (Sorride nervosamente). E che capisce tu? Già: tu nun si' ommo!
Stefano (timido e risentito:) — Severeddio!
Michele. — Nun si' ommo! Pecchè, si no, nun permettarrisse ca na fèmmena parlasse accussì!
Stella (con amarezza sguaiata:) — Maramè! Comme nce nfuscammo ampresso 'e capa, neh!
Carmela (lancia un'occhiata di odio a Stella. Poi contenendosi a stenti, si alza e va a sedere nel fondo, accanto al letto. Premendosi fortemente le tempie con ambo le mani, mormora, con voce rotta dal dispetto e ambo le mani, mormora, con voce rotta dal dispetto e dalla collera:) — 'A Serpentina! 'A Serpentina!
Michele (passeggiando, concitato:) — Tutte simmo uómmene! Tutte simmo uómmene, pecchè tenimmo 'o cazone! (Soffermandosi dinanzi a Stefano, con un gesto tra di disprezzo e schifo:) — Miettatenne scuorno!
Stella (offesa, alzandosi:) — Neh! Mah, pe sapè, che maniere so' cheste?
Michele (avanzando sin presso di lei, minacciosamente:) — Statte zitta, tu! Statte zitta! E penza ca io te canosco!
Stella. — A me? A me? E fatte ascì 'o spìreto, pecchè io nun so' maritemo!
[ 166 ]
(Incallito nella sua viltà, Stefano non si scuote).


Michele. — E ca chesto mme dispiace! Cu ll'uómmene se parla 'e n'ata manera!
Stella. — E parla! Parla! Nun guardà 'a vunnella! Io te pozzo dà surisfazione!
Michele. — Vattenne! Nun mme fa' parlà! (Indicando la porta:) Fore! Ascite fore! Nuie, puverielle e buono, ce sputammo ncoppa a sti ciente lire voste!
Stefano (ha assistito come un ebete all'alterco. Ora, si alza lentamente, borbottando:) — Ebbiva 'o cumpare! Ce ne caccia! Ebbiva!
Michele. — E ringrazia a Dio ca te ne caccio schittamente! Tu te mmeretarrisse pàcchere a botavraccio!
Stella (stizzita:) — Ah! Tu t'apprufitte ca marìtemo nun te po' currispónnere? T''o manno io, 'o paraggio!
Michele. — E quanno? e quanno? Mànneme a Totonno 'o calavrese, a Lucariello 'o bàbbaso, 'o capitano Balestra... Che saccio! Tu tiene tanta prutetture!
Stefano. — Làvete 'a vocca! 'E nomme 'e sti belli signure, mmocca a te?!
Michele (al colmo dell'eccitamento:) — Belli signure! Belli signure, ca vèveno acquavite e te riàleno corna!
Stella (sconcertata, per impedire che Michele prosegua, afferra Stefano e lo spinge verso l'uscio di scala:) — Cammina! Cammina!... E muóvete! (Avviandosi, per uscire:) Sta casa nun è fatta pe nuie. Cca ce sta na santa: e 'addore 'e ncienze ce fa venì relore 'e capa! (Accenna con l'occhio a Carmela).
Michele. — 'O può dicere forte, 'o ssa'!
Stefano (uscendo, appoggiato al braccio di sua moglie:) — Ebbiva 'o cumpare! Accussì rispetta 'o sangiuvanne!


(Stella e Stefano escono).


Stefano. (di fuori, ripete mollemente:) — Accussì rispetta 'o sangiuvanne! Ebbiva!
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SCENA SESTA.


Michele, Carmela.


Michele (agitato, ancora tremante, riprende la pipa, ne stringe nervosamente la cannuccia tra i denti, fino a spezzarla, imprecando, con voce affannosa:) — 'A schifezza d''a gente! E vanno parlanno pure!


(Un silenzio).

(Carmela siede, avvilita. Michele le volge le spalle).


Michele. — Iammo... Miéttete 'o scialle... Facìmmece passà 'a fantasia...


(Ancòra un silenzio).


Michele (si volta; sogguarda la donna; poi, le si accosta risolutamente:) — Guè?... Oh? (Scotendola:) Io cu ttico ll'aggio.
Carmela (di scatto, alzandosi:) — Nun ce voglio venì!
Michele (ha un moto di sorpresa. Poi, dimenando il capo e torturandosi i baffi, sorride con asprezza:) — Ah ah! Ma ch'avesse 'a fa' l'opera pure cu ttico, stasera!... Spìccete, e nun facimmo storie.
Carmela (quasi con raccapriccio:) — Ma cu cchi iammo?... Cu Ninuccio?!
Michele. — Ninuccio aspetta. E tu capisce ca io nun voglio fa' na scumparza.
Carmela. — E vance tu sulo.
Michele. — Io sulo? (Una pausa). E che mme mporta, a me, 'e San Bicienzo, e pure d''o Pateterno? (Penosamente:) Io nun curo nient'ato. Na vota, tenevo 'a capa a chesto. Ma mo? Mo, si nun fosse pe chilli duie chiuove 'e Giesucristo, 'a quanto tiempo avarrie mmesurato quanto è àveto ll'àsteco 'e stu palazzo! (Indica il soffitto).
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Carmela (incredula:) — Overo?
Michele (convinto:) — Overo!
Carmela. — E te vaie a divertì?
Michele. — Mme vaco a mettere na maschera 'n faccia!
Carmela. — Nun te capisco.
Michele (subito:) — O mme faie 'anguilla pazza? (Una pausa). Ah ah! Pe chi ne fuie cacciato 'a 'int''o Monte! Pe Ninuccio. Nnanz''e cumpagne, io tenette 'o core 'e lle rinfaccià ca isso era prutetto, pecchè 'a sora era 'a femmena d''o princepale... Ah!... Si tu te scuorde, io nun mme pozzo scurdà! (Una pausa). Ninuccio è gesuita:, e s'astipa 'o milo pe quanno lle vene 'a sete. (Sigghignando un po':) Sissignore: mme stregne 'a mano, mme tratta comm'a n'amico; ma tene sempe 'o giglio astipato 'n cuorpo. Penza ca chillo sbirro e pulezia è ll'ànema perza 'e 'on Prospero... ca po suspettà... ca po sapè... e ca si appurasse ca pure tu... — capisce? — ne iarria ienghenno Nàpele e trentasè casale (Rabbrividisce al solo pensiero). Ah! Tu nun ce pienze a tutto chesto? Ma io, sì! E cu na funa 'n canna, cu nu ràntolo 'int''o core, pe fa' vedè a chillo pulicenella ca nuie stammo un amorcunzente, aggio ditto: «venimmo». E ce vaco, pe te.
Carmela (con un fugace sorriso d'incredulità:) — Pe me?
Michele (intende, e soggiunge quasi con terrore:) — Pe nun te sbruvignà!
Carmela. — A me?! (Disperatamente:) Ma ch'aggio fatto, io? Che t'aggio fatto?
Michele (sdegnoso, fisandola:) — E mm''o spie ancora?!
Carmela. — Sempe!
Michele (crudelmente ironico:) — Tu pure, tu pure comm''a sora 'e Ninuccio!
Carmela (con tutta l'anima:) — Pe fìgliemo!
Michele. — Te si' ghittata comm'a na vaiassa!
Carmela. — Pe fìgliemo!
Michele. — Pe cinquanta lire!
Carmela. — Pe fìgliemo!
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Michele (sghignazzando, ribatte:) — Pe cinquanta lire!
Carmela (vibrante di fierezza:) — P'accattà na bevanda a fìgliemo ca mureva!
Michele (con un inconscio sorriso di trionfo:) — Ma cu tutto chesto... (dice col gesto: «il bimbo è morto»).
Carmela (esita un istante, poi, decisa:) — Meglio! Meglio accussì! Ne ringrazio a Dio, cu 'a faccia pe terra! Tu, pe mme fa' n'affronto, mme ll'avarrisse accisa, a chella criatura!
Michele. — No! (Impetuosamente:) A figliemo 'o vulevo bene io pure! E tu ne fuste testemmònie. Ch'avevo 'a fa' cchiù, e l''aiutà? Stevo a spasso. Mm'aveva mpignao pure ll'uocchie! E ghiette cercanno fatica, comm'a nu pezzente. Facette 'e muntagne 'e Napule spìngola spiìngola. A tutte parte: «'E tiempe so' scarze. Fatica nun ce ne sta». (D'un tono straziante:) « Ma fìgliemo more! Fìgliemo more!... Io nun saccio arrubbà!... Io voglio faticà! »... E cammenaie, cammenaie, sempe... Ma sempe niente! sempe niente! (Cade, ansamente, su la sedia. Poi, rallentando le parole e scrollando le spalle, desolatamente:) Vulevo turnà pure 'int''e Funtanelle; ma... ma mme ricurdaie pecchè n'ero stato mannato e...
Carmela (come ad affermare la responsabilità di lui, conchiude:) — E te ne turnaste!
Michele (vivamente protestando:) — Mme n'avanto! Nun ero nato p'essere nu marito comme 'o ive ascianno tu! Ma tu, no. Tu accunzentiste.
Carmela. — Ero na mamma.
Michele (non si lascia interrompere:) — E manco Cristo te perdunaie. Tu turnaste; e 'o piccerillo era muorto, 'n braccia a me!
Carmela (esasperata:) — Ah, Madonna!... Madonna mia!...


(Un silenzio)
Michele (concentrato e lugubre:) — Nun songo io. Che
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te cride? Nun songo io. A menta fredda, — guarda, — quacche bota te cumpiatisco, pecchè penzo, fra me e me: «Povera dia! Ll'ha fatto p''o figlio: pe fìgliemo». Ma, quanno te sto' vicino, io mme veco 'into l'inferno; e si te putesse accìdere annascuso, nun te darrie manco 'o tiempo 'e di': «Gesù, aiuteme!»
Carmela (recisamente:) — E allora, spartìmmece...
Michele (subito, con un moto di terrore:) — Pe ce mettere mmocca a' gente?!
Carmela. — Cacciammenne!
Michele. — E chelli tre àneme 'e Dio?
Carmela (in uno scatto di passione materna, affannosamente:) — Ma è pe loro ca nun t'aggio lassato anfino a mo!
Michele. — 'O ccapisco.
Carmela. — È pe loro ca te voglio!
Michele (inflessibile:) — No!
Carmela. — So' figliola... Tengo ventisette anne!...
Michele. — Io nun so' Stefano 'o nzìpeto, co 'o ssape e ce passa pe ccoppa. Nun so' zi' monaco, ca va cuntanno 'e ccorna soie a chi nun 'e bo' sapè. Io te voglio cu mmico. Sempe cu mmico. Nnanz'a' gente un amorcunzente; 'int''a casa, comme si nun ce fóssemo maie canusciute. (Concitatissimo): È fissazione? E sissignore! Ma pe sta fissazione io nun te scannaie, e nun te voglio lassà. È sta fissazione ca mm'ha fatto turnà sotto 'a sferza 'e 'on Prospero, cu na tagliata 'n faccia. Isso mm'ha mannato a chiammà cu na scusa? Io so' turnato, cu na sciurdezza... È fissazione? È fantasia? E vabbè! (Le mani nelle saccocce dei calzoni, sempre concitato, passeggia).
Carmela (velenosamente:) — È nu sacrileggio!
Michele (di rimando, arrestandosi:) — È nu sacrileggio? Sissignore! E chi 'o ssape meglio e me? Io sto' assaggianno 'e martìrie 'e Giesucristo! Fatiche: e te truove faccia affronte cu nu femmenella, ca te fa ceremmònie per rifresso 'e mugliereta. Tuorne a' casa: e te truove nnanze a na femmena ca te dorme vicino e tu ll'avuote 'a faccia. Che bita!.. E che catena!
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Catena (stanca, ansimante:) — Catena sulo pe me! Tu si' ommo, tu!
Michele (con vivo cuore:) — E che significa? Addò 'a trovo n'ata femmena comm'a muglierema?
Carmela. — Io nun mme ne fido cchiù!... Io nun pozzo campà accussì!
Michele (implacabile:) — Cu na funa 'n canna, sempe accussì!
Carmela. — Tu mme vuò vedè morta!... E venesse! venesse 'a morte!
Michele. — Ammenne! Fosse angelo 'a vocca toia!
Carmela (supplice, all'immagine del Ferreri:) — San Biciè! San Biciè! Ogge è 'a festa toia... Famme sta grazia! T''o ccerco pe grazia! Famme murì!... San Biciè! 'O siente a marìtemo? Marìtemo mme tratta pe na femmena malamente! E mm''o dice 'n faccia, mm''o dice! San Biciè! Io so' figliola! Tengo vintisette anne!... Damme 'e lume! Damme 'e lume! (È caduta in ginocchi. Piange dirottamente).
Michele (immobile, severo:) — San Bicienzo te sente, e se fa na risa, comm'a me! (Scoppia in una lunga risata, nervosa, risonante:) Ah ah ah ah! (Si accosta a lei. Scotendola:) Iammo! Iàmmece a divertì!... A rìdere! A cantà! A bèvere!... 'O vino fa scurdà tanta cose! tanta cose!... Muóvete; È tarde... Ninuccio aspetta (Chiude nervosamente le imposte della finestra)


(La donna si leva, rapidamente; si asciuga gli occhi ad un lembo del grembiule; si avvicina al letto; sogguarda il marito, con odio e disgusto).


Michele (animandosi stranamente:) — Ninuccio Cantalù! Cca sta muglièrema! Michele nun 'a tene gelosa! No! Carmela è na munacella: e po sta', sicura, mmiez'a nu riggimento 'e surdate!... (A lei:) Iammo!... A cantà! A bèvere! Vino comme chiuvesse!
Carmela (tutta fremente, va a guardarsi nello specchio; ravvia nervosamente la sua capigliatura disordinata;
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poi, si rivolge sprezzante a lui, e ripete con stizza:) — Vulimmo i'? (Breve pausa. Poi, risolutamente:) E ghiammo! (Raccoglie lo scialle, che è sul letto, e, gettandoselo su le spalle, esce).
Michele (la segue con lo sguardo, fino alla porta. Quando la donna è sparita, egli si avvicina alla tavola, smorza d'un soffio il lume, ed esce, stropicciandosi le mani e ridendo d'un riso quasi convulso:) — Ah ah ah ah!



SIPARIO



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ATTO SECONDO


La lampada si è spenta. L'ambiente è tutto invaso dall'ombra.

SCENA PRIMA


Cenzeniello e Sciurillo.


La porta si apre, con un cigolìo breve. Cenzeniello entra: ha in mano la chiave. Sciurillo lo segue, sudato, ansimante. Cenzeniello è conciato in modo deplorevole: ha l'elmo di cartapesta bucato in più punti, gli abiti strappati e fatti bianchi dalla polvere, e con la destra agita nervosamente una canna spezzata. Rosso in viso, gli occhi luccicanti, guarda dispettosamente il fratello più piccolo. Il quale, rovinato alla stessa maniera di lui, piagnucola noiosamente.}}

Cenzeniello (entrando, a Sciurillo:) — Trase.


(Sciurillo entra).


Cenzeniello (richiudendo la porta:) — 'A fenisce o no?... Che bulisse 'o riesto? (Va a deporre la chiave sul canterale).
Sciurillo (piagnucolando:) — Oh, vattè! Io voglio 'a trummetta mia!
Cenzeniello (minaccioso, mostrando i pugni:) — Mannaggia 'a trummetta a' Vecaria! Mo t'abboffo, mo!
[ 174 ]
(Sciurillo non piange più. Un breve silenzio).
Cenzeniello. — 'A meglia cosa, iàmmece a paglià, e nun facimmo storie. Si se retira a tiempo papà e ce trova combinate 'e chesta manera, cca succede 'o trentuno! Si tu tiene genio d'apparà 'a mesura, io, 'a verità, stu genio nun 'o tengo.


(Un silenzio. I due ragazzi si guardano, indecisi e un po' trepidanti. Poi, cominciamo lentamente a smettere gli ornamenti della festa e a svestirsi, interrogandosi a vicenda, sotto voce:)
Cenzeniello. — Sciurì?
Sciurillo. — Cenzeniè?
Cenzeniello. — Mme pare comme si avesse ntiso nu remmore...
Sciurillo (impaurito:) — Fosse papà?!
Cenzeniello (sussultando:) — Papà?!
Sciurillo. — Comme?
Cenzeniello. — Che?


(Quasi macchinalmente, i due ragazzi si dirigono verso lo stambugio. Ciascuno di essi ha la giacca piegata sul braccio e in mano l'elmo. Entrano. La porticina si richiude).
(Vuoto e silenzio).


SCENA SECONDA.


Carmela, Michele, Ninuccio


(La porta di scala si riapre. Carmela entra, e va a deporre il chiavistello sul comodino. È nervosa, agitata, fremente. Michele la segue, appoggiato al braccio di Ninuccio. È ubbriaco fradicio: ha gli occhi piccoli, il respiro affannoso, la voce aspra e rauca. Sul limitare, Ninuccio lo abbandona, involontariamente, in un istante; egli barcolla, urta in uno degli stipiti, cade; cadendo bestemmia).
[ 175 ]
Michele. — Mannaggia 'a culonna!... Stu stàntero nun 'a vo' fernì!... Mm''o fa sempe! Ogne sera! (Rotolando sul pavimento:) Io traso: e chillo mme votta!... Io dico «famme passà», e chillo: «iesce fore!»... 'Int''a casa mia, iesce fore! (Si solleva un po' faticosamente, e seduto su la terra rivolge la parola allo stipite:) Mme rispiace ca sì lignamme, e nun mme può dà surisfazione! (Ride sguaiatamente). 'O stàntero!... Tu vide dio, e nient'ato! (Tenta di rialzarsi, ma i suoi sforzi son vani).


(
Ninuccio accorre presso l'uomo caduto: lo solleva, lo sorregge, lo accompagna sino alla tavola, lo fa sedere).
(Mentre dura il delirio di Michele,
Carmela accende la lampada con un fiammifero di legno; poi si leva lo scialle, lo piega, lo depone sul letto. Sogguarda ora il marito, ora Ninuccio, fugacemente).
(Ora,
Ninuccio sta ritto, immobile, dinanzi alla porta, che chiude furtivamente).


Michele. — ...Carmè?... Carmè?... Appìcceme 'a pippa... Voglio sfezià nu poco. (Battendo con replicata violenza i pugni su la tavola:) Carmè?...


(Ninuccio prende di su la tavola una pipa, la accende, fuma un po'; po glie la porge).


Michele (emette il fumo e ne segue le spire con gli occhi semichiusi. La voce di lui si fa sempre piu rauca e più affannosa:) — Ah!... Guè! Guè! Quanta palummelle! (Una pausa). Ninù!... Ninù ... Seh!... Mo sente Ninuccio!... Ninù, te dico 'a verità a te, 'allummata 'e chist'anno è stata... comme vuléssemo dicere... na scemità... Quatto lampetelle... quatto tricchitracche... E pe sapè?... Eh! pure San Bicienzo àve abbesuogno d''o tagliamonte!... Io sa' che saccio?... Quanno 'o Munacone 'aveva 'a preta, allora... allora 'a festa metteva 'a coppa! Ma mo? Mo fa acqua 'a pippa pure pe San Bicienzo! (Sbadigliando:) Dico buono?
[ 176 ]
(Carmela e Ninuccio sorridono; i loro sguardi, casualmente, s'incontrano. La donna, un po' confusa, volge le spalle a Cantalupo, e va a ravvivare la lampada scoppiettante sul canterale).


Michele (tormentando la cannuccia della pipa:) — E ched'è?... Carmè?... Nce avisse mise code 'e rafanielle?... (Gettando la pipa:) Ih! Manco fumà cchiù putimmo! S'è mbriacato pure 'o tabacco! (Una pausa). Ninù?... Ninù?... Eh! Va trova quanta miglie avrà fatte Ninuccio, a ll'ora 'e mo! (Parla a scatti, sbadigliando; a poco a poco, il sonno lo vince) Accussì zi' monaco (Ride:) Ah ah ah ah! Zi' monaco ca va cuntanno e ccorna soia, pe magnà... Dico io, mo: so' panne spuorche? e se lavano in famiglia!... (Una pausa. Poi ridendo romorosamente:) Ah ah ah ah!... Iammo bello!... Schïate 'e ddeta! 'O cuntentino!... «Patrone Capuozzo e sotto Ninuccio»... «Na bevuta a chi nce ha cacciate» — «Mm''a vevo io!» — Ninù!... Ninù! Embè? Comme fosse, mme manne a ll'urdemo?... Che Maronna! Te scinne 'o lìtero, chino chino?! (Supplichevole:) Mme ne lasse nu surzo?... Che?... Mm''o daie?... Ebbiva Ninuccio!... Ebbiva!... Ninuccio è 'o dio degli amici!» (Come bevendo:) — «A' salute;» — «Arò va! Arò va!» (La voce gli muore in gola. Egli si abbatte su la tavola, la testa china su le braccia incrocciate. Manda gli ultimi sbadigli. Si addormenta).


(Un silenzio).
(Per evitare gli sguardi cupidi di Ninuccio, la donna va nel fondo e schiude le imposte della finestra).
(La notte estiva è un miracolo di plenilunio. Sul puro fondo del cielo si disegnano le cime degli alberi della campagna sottostante. La camera è subitamente avvivata da un vasto chiarore. L'orologio lontano batte la mezzanotte).
(Diritta presso la finestra,
Carmela affisa lo sguardo in un punto lontano dell'orizzonte).
[ 177 ]
Ninuccio (contemplando il dormiente, in tono gesuitico di disprezzo:) — E così è! (A passi lenti, quasi impercettibili, si accosta alla donna e, piegandosi su le spalle di lei, le dice sommessamente:) Io ve saluto. (Ella ha un lieve moto di sorpresa; e, senza voltarsi, scrolla il capo e sospira, con pena).
Ninuccio. — E già!... Capisco...
Carmela (voltandosi e fisandolo, sdegnosamente:) — Che capite? Io nun aggio ditto niente.
Ninuccio. — Ve site spiegata ll'istesso. Vuie nun site na criatura; io so' n'ommo... Abbasta na guardata, pe ce dà a rentènnere chello ca tenimmo cca e cca (toccandosi la fronte e il petto).
Carmela (debolmente protestando, ripete:) — Io nun aggio ditto niente...
Ninuccio (insinuante:) — Nun diciste buscie.
Carmela (reprimendo un lieve impeto di stizza:) — Ma pecchè?
Ninuccio. — Vulite negà, e nun ne tenite 'a forza.
Carmela (con alquanta energia:) — Nun è overo!
Ninuccio (alle spalle di lei, contemplandola avidamente:) — È overo.


(Ella stringe le braccia sul petto, palpitante, e nega recisamente, con cenni del capo).


Ninuccio (senza interrompersi:) — Vuie cercate mode e maniere 'e mme nzerrà ll'uocchie, pe nun essere guardata. Ma io 'e spaparanzo, ll'uocchie. Io ve guardo e ve dico: — Carmè, vuie ve state perdenno!...
Carmela (con un sforzo evidente:) — No...
Ninuccio. — Si ve putesse credere! Ma... comme ve pozzo credere? N'avimmo parlato 'int''a cantina, p''a via; e ch'avimmo parlato a fa'? Io so' avvezzo a parlà 'n faccia. (Quasi all'orecchio di lei, misteriosamente:) Michele ve trascura.
Carmela (di scatto:) — No!...
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dalla violenta emozione, vien fuori come un rantolo:) Cenzeniè!... Sciurì!...
Ninuccio (con poca voce, sgomento:) — Che vulite fa'?!...
Carmela (desolata:) — Dormono!... Michè!... (Si accosta al dormiente e si piega su lui). Michè! (Leva il capo, sperduta). Dormono tuttequante! (Come una bambina, spaurita, tremante:) Ninù!... Pecchè facite chesto?... Pecchè? (Gli mostra la porta, e si rannicchia ad un angolo della tavola. È tutta scossa da brividi).


(Un silenzio).

(Michele russa pesantemente).


Ninuccio (sconcertato, si allontana dal letto e va verso la finestra, mormorando, in modo da farsi udire:) — E vabbè! Accussì se pìglieno 'e guaie pe scagno! (Per guadagnar tempo, chiude le imposte della finestra). — L'ummerità ve po fa' male. (Viene al centro della camera, osservando ipocritamente:) 'O Pateterno arape 'o paraviso a chi è cecato! (Una lunga pausa). Va. Cunzervàteve. (Accennando a Michele:) E ve raccumando: nun lle vulite male. Michele in fondo in fondo, è un buon ommo, e nun s''o mmèreta.
Carmela (soffocando il suo spasimo:) — Na vota!... Na vota!...
Ninuccio (finge di non comprendere:) — Come dite?... Capisco: aggio mancato. Ma... che ce pozzo fa'? È naturale d''o mio fatto accussì. Quanno io stimo overamente a uno, chello ca tengo cca, tengo cca. (toccandosi prima il petto, poi le labbra). (Una pausa). Io v'aggio vista: v'aggio guardata cca, (la mano sul cuore) comm'a nu miédeco: e nce aggio asciato na ferita ca mena sanghe a bita tagliata. Aggio penzato: stagnàmmela. Ma... vuie avite ditto ca no (con ostentato rammarico) e chi sa ch'avarrate capito... e pe chi m'avarrate pigliato...
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(Carmela guarda il giovine, con occhi di stupore).


Ninuccio. — E stu penziero mme murtifica, 'a verità. Si mme so' cumpurtato accussì, è stato pe ve fa' capì ca simme a duie a chiagnere 'e peccate ca nun avimmo fatte, e pe ve dà a rentènnere ca si vuie ve rassignate a fa' 'o priatorio vuosto 'n terra, io pure so' sulo, ma nun mme saccio rassignà!


(Come suggestionata, la donna muove qualche passo verso di lui, ma subito si ritrae).


Ninucio. — E chesto è tutto. (Appare commosso. Dopo un breve silenzio:) Ve lasso 'a bona nuttata. (Si avvia, per uscire).
Carmela (instintivamente:) — Ninù...
Ninuccio (si arresta, si volge a lei, simulando indifferenza e scontento:) — Mm'avite chiammato?
Carmela (quasi pentita di averlo richiamato, appare indecisa:) — Sentite... Ve site... pigliato collera?
Ninuccio (senza muoversi, spallucciando e guardandola appena:) — ... E pecchè?
Carmela (dolcemente implorante:) — Nun mme dicite niente... Aggio ragione...
Ninuccio. — E chi ve dice 'o ccuntrario?
Carmela. — E vuie sulo mme putite cumpatì.
Ninuccio. — Cumpatì?! (Accostandosi rapidamente a lei e parlandole, con foga, quasi all'orecchio:) Ma io vularria tènere 'a forza e scetà st'ommo addurmuto, e lle fa' riacquistà e senze pe lle di': «È nu peccato murtale chello che faie. Sùsete. Muglièreta t'aspetta. E muglièreta è figliola!» (Una pausa breve). Ma... st'ommo dorme, e nun mme sente. E io nun songo 'o Pateterno: e miràcole nun ne pozzo fa'!


(Ella freme, e si stringe la testa nelle mani, raccapricciando).
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Ninuccio (eccitato, le afferra un braccio, attirandola presso il dormiente e costringendola a curvarsi, per guardare:) — Guardalo, Carmè... (Tristamente suggestivo:) E siente... Siente che runfo pesante! E che tanfo 'e vino! (La donna recalcitra; ma egli la attira, e incalza:) E ogne sera fa accussì. St'ommo veve, se stona, s'addorme, e te lassa... te lassa accussì... nziemme cu n'ato... cu nu strànio... comme si te vulesse di': «Si carta canusciuta! Uno 'e cchiù, uno 'e meno...» Mme spiego? Mme spiego?...


(Stordita e ansimante, Carmela accompagna le invettive di lui con involontari cenni affermativi del capo).


Ninuccio. — ...E tene 'a casa pe lucanda. E tu lle si' serva. Tu staie cca, pe lle cucenà 'a zuppa, pe lle priparà 'a biancheria, pe lle fa 'o lietto. (Accentuando le parole, cupo e misterioso:) Ma isso... isso dorme sulo (Conchiudendo egli ricorre alle estreme risorse del suo spirito maligno, e soggiunge, con la violenza d'un colpo irreparabile:) Mme spiego? Mme spiego? E tu sola te pierde accussì!
Carmela (in un balzo:) — Ninù?!
Ninuccio (spietatamente, ribatte:) — Tu sola! Isso, no! Isso 'a tene, 'a mugliera!
Carmela (con un urlo soffocato di belva ferita:) — Ah!... (Si aggrappa al petto di lui, rantolando:) Chi?... Chi?...
Ninuccio (simulando orrore per la confessione fatta:) — No... No... Ch'aggio ditto?!... So' pazzo!... Nun ce facite caso... So' pazzo! (Retrocede verso il letto).
Carmela (lo segue, senza lasciarlo:) — No... Tu nun si' pazzo... Tu mme dice 'a verità... Chi è?... Chi è?...
Ninuccio. — Nisciuna... Nisciuna...
Carmela (sconvolta e inferocita:) — Nun di' «nisciuna»!... Dimme chi è... Io 'o ccapisco... Isso è ommo; e si nun cura 'a mugliera, vo' di' ca tene chi penza pe isso... Di'... (Ad un atto di diniego del giovine,
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supplicando:) Fallo pe chi tiene 'n paraviso!... Parla... (D'un tratto, imperiosamente:) Parla!
Ninuccio (debolmente:) — No...
Carmela. — Parla...
Ninuccio. — No...
Carmela. — Parla!... (Stringendolo forte e scotendolo, digrigna:) Ma nun te n'adduone ca io nun ragiono cchiù?!


(Ninuccio finge un'ultima irrisolutezza).


Carmela (con un gesto violento di disgusto, respingendolo:) — Manco t'abbasta?!
Ninuccio. — Nun è pe chesto...
Carmela (subito, riafferrandolo:) — E allora, parla!
Ninuccio (deciso:) — Embè, sì. Nun ce vo' cumpassione pe chi mm'ha fatto cchiù peggio 'e si mm'avesse taccariato 'a faccia! Siente... (Con voce fiocca, ma disperatamente:) Siente... Io vulevo bene a na figliola, e 'a tenevo cchiù gelosa d''a vista 'e ll'uocchie. E mariteto, bello pulito, me l'ha levata e s'è mmiso cu essa.
Carmela (febbrilmente:) — Cu essa?!... Cu essa... chi?
Ninuccio. — E nun andivine?
Carmela (subito:) — Nun saccio andivinà. Chi è?... Chi è?
Ninuccio (pianissimo e circospetto:) — Chiarina...
Carmela (di schianto:) — 'A Rossa?! (Ansiosa, per non perdere sillaba della confessione di Ninuccio, si stringe con veemenza a lui: i loro aliti si confondono).
Ninuccio (precipitando le parole nella concitazione saliente:) — Io sulo a chella tenevo! Pe Chiarina avevo lassato 'a mala vita e nun mm'ero nzurato. Doppo 'a bonànema 'e màmmema una femmena esisteva, pe me: 'a rossa. E mariteto... sa' che mm'ha fatto, mariteto? Mm'ha rappresentato a ll'uocchie 'e Chiarina comm'a nu ribusciato. Ll'ha fatto capì ca io faccio 'o sbafante e manéo 'a lira e spacco e peso 'int''o Monte, pecchè sorema sta sotto 'a prutezione d''o
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princepale. Capisce?! Ha 'mmentato mille nciuce, mille ntrezzete, mille buscie; e tanto ha ditto e tanto ha fatto, ca ha vinciuto 'o punto.
Carmela (mentre Ninuccio parla, a tratti, rantola:) — Cu dui' figlie!... cu na mugliera figliola, nnanze!... È peccato murtale! (Ora, ella si stacca dal giovane e retrocede a piccoli passi, automaticamente, verso il letto).
Ninuccio (senza neppure una pausa, affannoso, avido, fremente, concitatissimo:) — E io? Io so' rummaso sulo: senza mamma, senza pate, senza nisciuno ca se curasse 'e me. Eppure... eppure io ll'aggio strignuto 'a mano... e ll'aggio trattato comm'a nu frate. Ma... saie pecchè? Pecchè n'ata speranza mm'aiutava a campà. «Essa è scunzulata e sola, comm'a me, penzavo io, e nuie ce putimmo fa' bona cumpagnia... E accussì...
Carmela (affannosa e inconscia:) — Nun lle diciste niente?
Ninuccio. — Niente!
Carmela. — Lle strigniste 'a mano?
Ninuccio. — Comm'a nu frate d''o mio carnale!
Carmela. — E Chiarina? 'A lassaste a Chiarina!
Ninuccio. — Pe te!
Carmela (si è abbandonata fra le braccia di lui. Ora, con un ultimo sforzo di volontà, riesce a sciogliersi dalla stretta, e retrocede verso il letto, cercando ancora di schemirsi e gemendo, con voce debolissima, affievolita:) — No... No... No... (Ma l'eccitazione di tutto il suo essere è più forte della sua volontà. Ella cade ai piedi del letto, gli occhi chiusi, e affonda la faccia nella coltre, gemendo sordamente, nel completo oblio di tutta se stessa:) Pecchè?... Pecchè?... Pecchè?...
(Ninuccio si avanza verso la donna).
(
Michele continua a russare, un po' più leggermente).


SIPARIO.
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ATTO TERZO.


L'ambiente è scuro, silenzioso, triste.
La lampada agonizza. Il letto è alquanto smosso.


SCENA PRIMA.


Carmela, Michele. Le voci dell'alba.


Carmela (distesa, supina, sul letto, i capelli discinti, le vesti disordinate, dorme. Nel sonno, respira affannosamente. A tratti, ha sussulti di paura).
Michele (raggomitolato sul pavimento, russa leggermente).
(Un lungo silenzio).


Michele (lentamente si muove, rivoltandosi in giro per terra. Sgranchisce le braccia e le gambe. Sbadiglia lungamente, come chi si desti dopo un sonno pesante. Si solleva a fatica. Seduto sul pavimento, si guarda su per gli abiti e d'intorno: ha un visibile senso di stupore nel costatare che è vestito e che ha dormito l'intera notte in quella positura. Ha il volto pallido, disfatto; gli occhi gonfî, ancora sonnolenti. Si raddrizza. Sbadiglia ancora una volta, levando in alto le braccia e stirandosi tutto. Cammina con passo pesante, in modo da far sentire lo stropiccìo delle scarpe sul pavimento. Come per antica abitudine, va al comodino, prende la pippa e, caricandola, si dirige verso il fondo e spalanca la finestra).
(È l'alba. La stanza si anima, invasa dalla luce mattinale).
Michele (respira a pieni polmoni. Accende la pipa, fuma).
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(L'orologio suona le sei, a lentissimi rintocchi).


Una voce feminile (chiara e argentina, a stesa:) — Iesce sole! Iéee!
Un'altra voce feminile (affiochita dalla lontananza, teneramente:) — Tittariéee!
Una voce fanciullesca (come un'eco gioconda:) — Oi màaaa!...
La voce del caffettiere (preceduta e seguita da un fischio trillante:) — 'O cafettièeee!...


(Si ode il rotolìo di un traìno. Tintinnano le sonagliere dei bovi. La frusta schiocca, a tratti. Si ode appena la cantilena di un carrettiere. Poi, a poco a poco, tutto vanisce, nel lontano).


Michele (in tanto, si è allontanato dalla finestra, e ora attraversa, a passi lenti, la camera. Si sofferma, a caso, dinanzi al letto, e si turba visibilmente nel trovare alquanto smosso il posto non occupato da lui, durante la notte. Facilmente impressionabile, si fa scuro in volto, come invaso da un vago sospetto. Conempla la dormiente, con occhi scrutatori. Nota, con crescente inquietudine, i lievi sussulti, il respiro affannoso, il disordine delle vesti di lei. La sua fronte si raggrinza fortemente; pare che egli si sforzi a ricordare, a coordinare avvenimenti non troppo lontani. Medita là, presso il letto, immobile, concentrato, triste).
(Domina il silenzio).
Michele (inquieto, mormora, a intervalli, quasi senza accorgersene:) — Vestuta... 'O sopraffiato... E stu lietto... (Lunga pausa. Indi, scrollando le spalle, come volendo scacciare un pensiero fastidioso:) 'O ssòleto!... E chesta è freve!...


(Si dirige quasi macchinalmente fumando alla stanzuccia ove dormono i ragazzi, e vi entra).
(Ancora un lungo silenzio).
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SCENA SECONDA.


Carmela. Poi, Michele.
Carmela (si desta. Si solleva, poggiando il gomito destro sui guanciali. Appare trepidante, smarrita. Volge intorno lo sguardo, come interrogando. Ricorda. Sussulta. Un tremito nervoso, che non riesce a dominare, la assale tutta. Ella ricade sul letto, nasconde il volto nei guanciali, e nei guanciali soffoca il suo grido angoscioso:) — Ah, mamma mia!... Madonna mia!


(Altri momenti di silenzio).


Michele (rientra, sorridente, e richiude la porticina. Pausa. Intende i singhiozzi e i lamenti della moglie. Si volta, di scatto, verso il letto, sorpreso, colpito. Un dubbio lo assale. È perplesso, un istante. Poi si avvicina al letto e, con un filo di voce che si sforza di render docile, chiama:) — Carmè! (La pipetta gli cade di bocca. Breve pausa. Poi con più forza:) Carmè!...
Carmela (si scuote. Leva la testa. Scorge il marito: e si raggomitola, tremante, sul letto, come per sottrarsi agli sguardi indagatori di lui).
Michele (è ai piedi del letto, immobile, scrutandola:) — Dimme na cosa... (Lentamente:) Aissera, io stevo 'a bino... e nun mm'arricordo cu pricesione... (Pausa). Mme pare... mme pare ca... Ninuccio nce accumpagnaie...
Carmela (confusa, accenna replicatamente di no, col capo).
Michele (con forza:) — Nce accumpagnaie! (Ha un movimento istintivo di ribellione: scuote nervosamente i ferri del letto: la compagine traballa).
Carmela (si precipita dal letto, rincantucciandosi, sgomenta, fra questo e la parete).
Michele (padroneggiandosi:) — Nce accumpagnaie: chesto 'o ttengo a mente buono... Se sape: Ninuccio
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Cantalupo è nu giovene cumpito: e canosce bene ll'ubbricazione soia. (Breve pausa). Una cosa nun mm'arricordo: fino a ddo' nce acumpagnaie?
Carmela (subito:) — Fino a sotto 'a porta: t'aiutaie a ssaglì 'e ggrade... e se ne iette... se ne iette...
Michele (nervoso, ostentando calma:) Ah!... Se ne iette?... Mme rispiace... Puteva trasì... 'A casa nosta sta sempe a disposizione degli amici. E Ninuccio Cantalupo è n'amico. (Pausa. Poi, simulando sorpresa:) E tu... nun saccio comme te veco... Staie tutta sbattuta... Triemme tuttaquanta... Capisco: t'aggio scetata 'a ntrasatto... Va trova che te stive sunnanno...
Carmela. — Niente. Niente.
Michele. — Io pure mme so' sunnato. Aggio durmuto 'n terra tutt''a nuttata; e se dice ca quann'uno dorme fore lietto fa brutti suonne. Ha da essere overo, pecchè 'n zuonno, aggio visto cose ca mm'hanno fatto stravedè. (Accostandosi impercettibilmente a lei, che si rincantuccia sempre di più). Mm'hanno fatto stravedè! (Scandendo le sillabe:) Mm'è paruto comme si nu mariuolo — nu mariuolo sulo — se fosse mpezzato cca, 'int''a casa mia. E mm'è paruto comme si stu mio signore nun fosse venuto pe mm'arrubbà 'a robba d''a casa... pecchè canusceva a fondo ca so' nu poverommo, e tengo sulamente ll'uocchie, pe chiagnere!... Capisce? Stu mariuolo è trasuto cca... pe mme fa' nu sfregio... pe se levà na preta 'a 'int''a scarpa... pe mm'arrubbà na cosa... (Con aria di mistero:) Na cosa ca io nun carculavo cchiù, pecchè già mm'era stata arrubbata na vota; ma ca tenevo ancora astipata, p'ammore d''e ccriature... Embè: se dice ca 'o suonno è na fantasia; eppure stu suonno mm'ha lassato na mpressione comme si fosse stato nu fatto succieso...
Carmela (agitata, segue le parole di Michele con trepidazione crescente).
Michele (quasi a contatto di lei:) — E guarda 'a cumbinazione... Mme sceto, e me trovo cuccato 'n terra... Mme soso, e veco 'o pizzo 'e lietto mio ammaccato... (Cupamente:) Comme se spiega stu fatto, si nun mme so'
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cuccato? (Immediatamente, aggrottando le sopracciglia:) Ca ce se fosse cuccato... 'o mariuolo?
Carmela (quasi senza voce:) — No...
Michele (come confermandosi nel sospetto, ripete subito, con energia:) — No? (e si allontana dal letto, passeggiando concitato e rassicurandola ironicamente:) E nun te mettere appaura... Nun te mettere appaura!.. È suonno! È suonno!
Carmela (è scossa da brividi. Con passo vacillante, viene innanzi e si ferma presso la porticina).
Michele (fremebondo, si ferma anch'egli, ad una certa distanza da lei, e sorride nervosamente:) — E bravo! Quanto è bero Dio, chisto è nu mariuolo nuovo!... Nun arrobba e fuie, comm'a ll'ate, ma vene cca e, comme si 'a casa mia fosse na lucanna, commetamente, se va pure a cuccà! (Animandosi stranamente:) E che bona mugliera che tengo!... Vede durmì 'o marito ncopp''o palimento, e nun 'o sceta... e nun lle dice: «Susete: viene te cocca». (Con una risatina stridula, nervosa:) 'I' che bella mugliera che tengo! 'A voglio mettere 'int'a nu scaravàttolo e lle voglio appiccià 'e cannele nnanze! (Leva il capo e le braccia al cielo, imprecando:) Ah, Pateterno! (Poi, con un violento gesto di ribellione e di nausea contro se stesso:) — Ma ch'ommo songo io?! (In un rantolo sordo, quasi in faccia alla donna:) Che schifo! Che schifo!
Carmela (mal reprimendo la collera e il dispetto:) — Ai' ragione. (Con alquanta vivacità:) E si' stato tu!
Michele (di scatto:) — Io?! (Contenendosi:) Che cosa... io?
Carmela. — Tu! So tre mise! Tre mise ca sto' dint''o priatorio! Tre mise ca m'hanno levato diece anne 'e salute 'a cuollo! (Con pena, implorando:) Guardeme 'n faccia...
Michele (le volge le spalle).
Carmela. — Guardeme... Ah! Tu nun mme saie manco guardà! (Sconfortata:) Ai' ragione, sì! Muglièreta nun te serve cchiù... (Dopo una breve pausa, con improvvisa veemenza:) Tu tiene chi penza pe tte!
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Michele (sorpreso, fisandola:) — A me?!.. Comme s'intende?
Carmela. No... Tu mme capisce... Io saccio tuttecosa.
Michele. — Ah? (Fremente:) E... che ssaie? che ssaie?
Carmela. — 'A canosco a sta mia signora!
Michele (sbalordito:) — Sta mia signora?! (Gira lo sguardo, come trasognato, e ripete, quasi per assicurarsi che ha ben compreso:) Sta mia signora?... E chi è?... Chi è sta mia signora?
Carmela. — Nun 'a saie chi è? nun 'a saie?
Michele. — Chi è?... Chi è? (Minaccioso, i pugni quasi sul volto della donna:) Pozzo sapè chi è?
Carmela (recisamente:) — Chiarina. 'A Rossa.
Michele (come interrogando se stesso, ripete follemente:) — Chiarina? 'A Rossa?... E chi è sta Chiarina?... Chi 'a canosce a sta Rossa?
Carmela (con un sorriso d'incredulità e di sfida:) — Nun te fa' a tènere!... Dimmello 'n faccia!...
Michele (contenendosi a stenti:) — Statte zitta...
Carmela (con crescente eccitazione:) — Dimmello ca tu trascure a mugliereta pecchè ne tiene n'ata.
Michele. — Statte zitta!... Cristo 'n croce!...
Carmela. — Nun ghiastemmà! Tanto pe tanto, è inutile!
Michele. — Statte zitta!...
Carmela. — Voglio parlà! Voglio parlà!... Chi mm'ha purtato 'a mmasciata nun mme puteva di' na buscia.
Michele. — Ah, seh? E chi è, chi è ca mm'ha nfamato accussì?... (Acuendo il pensiero nell'indagine tormentosa:) Chiarina? 'A Rossa? (Trabalza, si percuote la fronte con ambo le mani e spalanca gli occhi, come innanzi ad una rivelazione). Ah! 'A nnammurata 'e Ninuccio!... È stato Ninuccio?!... Ninuccio!... Di'!... Di'!... È stato Ninuccio?
Carmela (risolutamente:) — Embè, sì. È stato Ninuccio.
Michele (con un sordo ruggito di rabbia:) — Ninuccio!... E sulo isso — ca chi? — puteva essere!... Ce vo' tanto a capì? Pecchesto mm'ha mmiscato 'o vino!... Pecchesto! (Disperatamente:) E tu?... Tu ce si' caduta?... E nun te si' addunata ca chillo fetente t'ha
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'ngannata pe t'avè! E t'ha cugliuta! T'ha cugliuta cu na 'nfamità!
Carmela. — È overo!
Michele. — È na nfamità!
Carmela. — Nun vuleva parlà: so' stata io ca ll'aggio furzato.
Michele. — Sapeva 'e se ngannà ll'anema.
Carmela. — Mme ll'ha giurato.
Michele, È nu sacrilegio! (Come una confessione solenne:) A una femmena aggio canusciuta: a te!
Carmela (incredula, sogghigna:) — Ah ah!
Michele. — È 'a verità!... Ncopp'a ll'anema 'e mammema morta... pe chella criatura ca sta 'int''e schiere 'e ll'angele... ncopp''a custòria 'e Giesucristo, è 'a verità!... E tu?... tu?... Iurelo pure tu...
Carmela (esitante:) — Io?... (Risoluta, in un grido energico e affannoso:) — No!
Michele (al colmo del furore, urla:) — Ah!... Mm''o ddice 'n faccia!... Mm''o ddice 'n faccia!... (e fa per avventarsi su lei). P''a Maronna!...
Carmela (perduta, spalanca la porticina dello stambugio, entra e chiama dentro, precipitosamente:) — Core 'e mamma!.. Aiutateme!... Aiutateme!... (La voce le si spezza. Si ode un rumor sordo, come di un corpo che cada).
Michele (retrocede, spaventato, inorridito:) — No!... Nun 'e cchiammà!... Nun 'e cchiammà!... Mme metto paura!... (Disperatamente, si passa prima le mani nei capelli e sul volto, poi si morde le dita e le pugna: il suo aspetto è sconvolto, livido, terrificante. Egli torna ad imprecare, con voce mozza, nella quale ruggisce tutto il suo essere:) Maria Santissima!... Mm''o dice 'n faccia!... Mm''o dice 'nfaccia!


(Dalla stanzuccia, subito, le vocine spaurite dei ragazzi, svegliati di soprassalto).


La voce di Cenzeniello. — Mammà!...
La voce di Sciurillo (stride, piange:) — Mammà!... Mamma mia!... È stato papà!... È stato papà!...
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(Nello stambugio è un piccolo tumulto di voci dolorose).


Michele (con le mani tremanti si comprime fortemente le orecchie, per non udire il pianto dirotto e le accuse crudeli dei suoi bimbi. Spasima. Soffoca:) Io?!... Io?!... (Muove qualche passo verso lo stambugio; ma si arresta d'un tratto, e retrocede ancora verso il canterale, come respinto dalle voci filiali di orrore e di maledizione. Urta contro lo sagoma del mobile. All'urto si volge, e il suo sguardo smarrito, come di folle, è attratto dalle imagini sacre. Egli le contempla un istante, in un'ultima esitazione. Poi esclama, con disperata decisione irrevocabile:) No!... No!.. No!... Nun mme ne fido cchiù!... (Si abbatte con la testa e con le mani sul canterale. Ansima: tutto il suo corpo è scosso da brividi, come per freddo).


(Un lungo silenzio).


SCENA TERZA.


Michele, Cenzeniello, Sciurillo. La voce di Fantasia


(I due ragazzi appariscono al limitare dello stambugio, e si soffermano a contemplar Michele, commossi e dubbiosi. Sono scalzi, e vestono soltanto i calzoni corti).


La voce di Fantasia (rompe d'un tratto il silenzio. Giunge di lontano, lenta e accorante, come una nenia funebre. La cantilena si fa più chiara e distinta, a misura che il questuante si avvicina).
— Canto e conto 'a storia mia,
pe na nzìria e pe campà.
Cumpatite a Fantasia!
Chesta è 'a vera carità!


(La voce del monaco si sperde, a poco a poco).
[ 193 ]
Sciurillo (istintivamente, chiamando:) — Papà! (Fa per correre a lui; ma Cenzeniello lo trattiene).
Michele (alla voce del bimbo, leva subitamente la testa. Si volge allo stambugio. Vede i suoi piccini. È attratto verso di essi, e avanza fin nel mezzo della camera, chiamando, più col gesto che con la voce:) — Cenzeniè!... Sciurì!...
I due ragazzi (accorrendo:) — Papà!...
Michele (in preda ad una crisi nervosa implacabile, si piega sulle ginocchia, attira a sè i piccini e li confonde in una sola stretta:) — Cca! Cca!... Vicino a me! (Avidamente tenero:) Nun mme lassate!... Nun mme lassate! (Li abbraccia, li bacia, con ardore intenso).
(
Cenzeniello gli si stringe al collo, inconscio e dolente. Sciurillo è quasi riluttante all'abbraccio; e guarda suo padre con ingenuo rancore).
Michele (nota l'attitudine ostile del piccino, e ne è vivamente colpito:) — Sciurì?! (Con rapido gesto lo attrae ancora più a sè, lo guarda negli occhi acutissimamente, come per accertarsi di quella ostilità; poi chiede, trepidante, con le lacrime nella voce:) Tu nun 'o vuò bene a papà?!
Sciurillo (duro, e ancòra restio, guarda la terra e accenna istintivamente di no).
Michele (con tutta l'anima:) — Figlio mio! (Riesce a stringere il piccino contro il suo petto, e con tenerezza frenetica lo bacia sui capelli, sulle guance, sugli occhi, implorando, fra i baci e i singhiozzi:) Viene a papà, Sciurì!... A mammà 'a voglio bene comm'a te!... E nun ll'aggio fatto niente!... Niente, figlio mio!... Niente! (Si percote il petto con la mano aperta, come in atto di giuramento solenne:) E vulìtele sempe bene, a mammà. (In un sospiro penoso:) Chi tene mamma nun chiagne.


(Un alto silenzio).


Michele (si leva. È pallido, quasi sfinito dalla crisi. Il suo sguardo è di nuovo attratto dalle immagini sacre.
[ 194 ]
Ha un brivido. Tenendo stretti per mano i piccini, si avvia verso il fondo e si ferma presso il canterale. Indicando il cielo, chiaro nell'alba:) — È ghiuorno... Papà va a faticà... Mala iurnata... e fatica pesante stammatina!... Papà ha da saglì 'n cimma a na muntagna... àveta... àveta... àveta. (Con ambo le mani accenna al soffitto. I piccini volgono in alto gli occhi sgranati). Ha da saglì 'n cielo, stammatina, papà... E po cadè... (Quasi inghiottendo le parole:) E po... murì...
I due ragazzi (con uno schianto di terrore, avviticchiandosi a lui:) — Papà?!
Michele (subito, con un sorriso spasmodico:) — No... No... È niente... È niente... Papà è tagliamonte... E 'o tagliamonte... (Non completa il suo pensiero, e descrive col gesto il precipizio della caduta da grande altezza. Poi, senza interruzione:) Ma... nun è niente... (Si scioglie dalla stretta filiale e dispone i due piccini, in fila, dinanzi al canterale). Addenucchiàteve cca... E dicite n'avummaria a San Bicienzo... pe papà.
I due ragazzi (si inginocchiano e levano le manine congiunte verso l'effigie del Ferreri. Si odono appena le loro vocine oranti:) — Avummaria... graziaprè...
Michele (si piega sui suoi figliuoli e li bacia, una volta appena, e l'uno dopo l'altro, su la fronte. Poi si stacca dal gruppo e si avvia verso l'uscio di scala. Giunto sulla soglia, si sofferma. Il pianto gli fa nodo alla gola. Vorrebbe ritornare ai piccini; ma con un supremo sforzo di volontà costringe l'estremo desiderio. E si lancia di corsa, come folle, alla porta, ed esce. Dopo un istante si ode ancòra il rumor precipitoso dei passi di lui sulla scaletta di legno che conduce al terrazzo).
(Qualche istante di perplessità).
(Ora, i piccini pregano silenziosamente).


SCENA QUARTA.


Carmela, i due ragazzi.


Carmela (richiamata dal rumore che suscita nel
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chiudersi l'usciolino del pianerottolo, riappare alla porta dello stambugio. È pallidissima, d'un pallore di morte. Ha la capigliatura e le vesti discinte. Volge intorno, rapidamente, gli occhi dilatati, e intuisce la tragica realtà. Si accosta con passo vacillante ai piccini e interroga con poca voce, ma con grande urgenza:) — E papà? (I piccini la guardano, come attoniti).
Sciurillo (inconscio e supplichevole, leva ambo le manine all'imagine del Santo:) — San Biciè!... Nun 'o fa' murì a papà!
Carmela (comprende, sobbalza. È sconvolta, agitatissima: dal capo alle piante ella è tutta un brivido. Il suo petto si rigonfia e si abbassa, con impeto irresistibile. Raggiunge la finestra e si sporge a guardare all'insù, verso il terrazzo. D'un tratto, il suo grido altissimo, lacerante, squassante, rompe la quiete. Ella invoca follemente, protendendo in alto le mani, come per trattenere un corpo che precipiti:) — No!... No!... Michè?!... (Poi, in un urlo che non ha più nulla di umano:) Ah!... Dio!... Dio!... Dio!... (Si copre il volto con le mani, per non vedere lo spettacolo raccapricciante. Retrocede di qualche passo, e viene ad abbattersi di peso contro il suolo, accanto ai suoi piccini, silenziosi e storditi).
Rapidamente, il sipario.


FINE.


  1. I ciechi vestono un abito uniforme: giacca e calzoni di una tinta azzurrognola, e berretto di panno, dello stesso colore. La giacca è una specie di giubboncello, lungo fin sopra i fianchi, orlato di fili rossi, luccicante di bottoni dorati sul petto, e nei fianchi stretti e sul collo. Anche i calzoni e il berretto han l'orlatura di rosso. C'è chi porta la giacca sbottonata, chi rigorosamente chiusa, e chi abbottonata soltanto presso il collo. Dalla moltitudine emergono alcune figure. - Un giovinotto di diciannove anni, magro e tutto gesti: ha gli occhi lucidi e fissi, e sul volto un sorriso costante: è Santino Spada, rapsòdo e suonator di clarino. — Un vecchietto bianco, con le occhiaie cave e il volto rugoso: è Vito Arcà, il decano dell'Ospizio: melanconico e poco loquace: la familiarità immutabile dell'ombra pare abbia attutito in lui ogni energia vitale, tranne il respiro. - Un enorme montanaro, di quaranta anni, con le palpebre appena socchiuse, le mani callose, la capigliatura intricata, la fronte breve: ha nome Amitrano. - Un giovane di venticinque anni, malaticcio, ipocondriaco: ha il volto consparso di lentiggini e le palpebre arrossate e gonfie, ove quasi annegano le pupille spente: parla di rado, ma ha squisitissimo il senso del tatto: cammina con le braccia protese in avanti e le mani aperte all'ingiù: non ha nome, e i suoi compagni lo chiamano « Sensitiva ». Distintissimo nella schiera è un cieco di età imprecisabile tormentato dalla chiragra. Una testa enorme nelle bozze frontali, sopra un corpo di nano. Le sue mani deformate egli stringe in croce sul petto: e il suo volto smagrito e abbattuto sotta il peso della fronte mostruosa. Non parla. Ha nome Salemme.
  2. Serafino ha diciassette anni. Piccolo, esile, pallido. Ha la capigliatura e le sopracciglie bianche e lanose, come quelle degli albini, e le pupille chiare e le ciglia sgranate, come nello schianto di un terror permanente. E' nato cieco. Fortunato è alto, scheletrico. Ha trentasette anni, ma ne mostra di piu, tanto è logoro e accasciato. Nelle cavità delle orbite, il nero delle sue pupille è appannato da una velatura biancastra, appena percettibile. Ha le labbra tumide e rosse, come quelle dei mulatti, il collo lungo, la faccia pelata, le mascelle sporgenti, e palpitante il naso a becco. Affanna lievemente; e ogni tanto è scosso da colpi secchi di tosse. Cammina a fatica; e si appoggia costantemente a Serafino. Il piccolo albino è la « guida cieca di un cieco ».
  3. Le « battute » di Miguel sono seritte secondo i modi della pronuncia.