Page:Teatro - Achille Torelli.djvu/139

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£o buono marito, ecc. ecc.

Dopo la prima rappresenta&one di « O buono nutrito fa ya bona mugli era«, svolto» la sera del 7 dicembre 1886 al teatro <Femce», ora scomparso, in Il Piccolo apparve il seguente articolo di « Bob} » (Robeito Bracco) che abbiamo ritenuto necessario riprodurre integralmente, perchè serve esso a chiarire quanto è detto nella stessa prefazione del Tcreili»

C’è due Achille Torcili.

C’è l’Achille Torelli che incontriamo spesso in via Toledo e al Gran Caffè nelle ore dej gliorno, e che di sera resta tappato in casa,, lontano dalla citta, sulla collina del Voniero, e che, cosi di sera come di giorno, discorre adoperando una specie di linguaggio biblico a base di a in ni at-stranienti, e che cita volentieri Piatone e volentieri parla in latino lilosofeggiando sulla caducità delle umane cose, e che contempla con malinconia il teatro, il pubblico, l’arte mentre con entusiasmo, tanto viv0 e appariscente quanto d’isinteressato e ingenuo, si occupa di elc7Ìoni accalorandosi più pel conte Giusso che per Vittoriano Sardou; — e c’è poi un altro Achille Torelli, che è l’Achille Torelli quasi leggendario, l’Achille Torelli che a vent’anni fu proclamato grande commediografo itaJiano e che, sulle scene d’un teatro di Firenze la veneranda rappresentanza d’un eminente Consesso di letterati, andò, commossa, a ossequiare e a ringraziare in nome della nuova Italia, rinata alla libertà c all’arte nazionale.

C’è due Achille Torelli: uno è quello che scrisse la lettera pubblicala dal Piccalo di iersera. l’altro è l’autore dei Mariti.

Quest’opera, che, nella storia del teatro puramente italiano, è h’ scarsa compagnia a succedere alle commedie di Carlo Goldoni, quest’opera nata da un ingegno vergine senza consigli 0 ispirazioni 0 seduzioni forestiere, quest’opera veramente indigena, tutta indigena, iniziatrice d’una scuola atta a studiare, ad analizzare, ad ammaestrare la società nostra con la semplice e fedele e potente riproduzione del vero sorpreso nel suo momento drammatici, quest’opera che da vent’anni resisde alle vicende burrascose o narcotiche delle scene d’Italia senza scapitare innanzi ai trionfi dei capolavori d’oltr’alpe, di cui nostra miseria naturalmente incoraggia l’importazione, quest’opera, dico, sarebbe potuta ersa sola bastare a rendere serena, sicura, salda la coscienza di chi seppe produrla.

Invece, no ! La lettera di Achille Torelli stampata iersera dal Piccolo — voglio «Urlo io pubblicamente, io, umile cronista si, ma ve_