Cuneus prophetarum/VT/1/1
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SCALA .I. COME DIO CREO L'HUOMO. Del Peccato, e suo rimedio. DISCORSO .I. Come Dio è in se. 1. Invisibilia Dei per ea, quae facta sunt, intellecta conspiciuntur. S. Paul. Roman. 1. Perche ad ogni causato in questa Machina dell'Uniuerso si deue assegnare il suo principio, e capo; chiasa cosa è, che per ultima quiete del nostro discorso è necessario s'arrivi ad una causa independente, dalla quale, come da una sorgente eterna, ogni cosa deriva, & ogni effetto viene prodotto; et nutricandosi dura, si muoue, e mantiene. Et appunto questo Ente independente, semplicissimo, eterno, & a se, si chiama Dio Creatore, ineffabile, onnipotente, buono, giusto, e grande senza misura, e termine: Ab aeterno, & usque in saeculum tu es Deus. Psal. 89. Ego sum, qui sum: & qui est, misit me. Exodi 3. 2. Non si trova huomo nel mondo tanto bestiale, che dica non esservi Dio: confessandolo le bestie della Terra, gl'uccelli dell'aria e li pesci del Mare con tutte le Creature in uno. Interroga Jumenta, & docebunt te, & Volatilia Coeli, & indicabunt tibi; loquere Terrae, & respondebit tibi, & narrabunt pisces Maris. Iob. 12. 3. Sant'Agostino sopra quelle parole di David. Dixit insipiens in corde suo, non est Deus. Psal. 13. spiega, dicendo, che se l'iniquo havesse detto con la bocca, quello pensò nel cuore, tutte le creature li haveriano contrastato, con dire: ipse fecit nos, & non ipsi nos. Psal. 99. In modo tale, che l'Uniuerso è unlibro aperto, le cui lettere, righe, punti, e titoli dicono esservi Dio: A magnitudine enim speciei, & Creaturae cognoscibiliter poterit Creator horum videri. Sap. 13. 4. Ego Dominus, & non mutor. Malachia 3. Il Sole dice, non sono Dio, perche patisco eclissi; la Luna dice, non sono Dio, perche mi cangio ad ogn'hora; l'Uniuerso dice, non sono Dio, perche patisco mille dissaggi. Fino la Zanzana manifesta esservi Dio: un'animale così picciolo, haver sentimenti, & instrumenti distinti, vista, gusto, odorato, udito, tatto, capo, piedi, ale, rostro, che trapassa la pelle d'un bue. Il ragno d'onde imparò filare [ 2 ]così sottilmente per far la sua rete à prender mosche? sicut aranea meditabuntur, Psal. 89. Chi mai ammaestrò le api à fabbricar le loro stanziole nelli faui? Breuis in Volatilibus est apis, & initium dulcoris habet fructus illius, Sapien. 11. Chi insegnò alle formiche à raccogliere grani per l'inuerno? Vade ad formicam, ò piger, & considera vias tuas, & disce sapientiam, Prouerb. 6. Come il bigatto di proprie viscere si fà il sepolcro? è l'Elefante così grande, e prudente? Ecce Behemot. Iob. 40. 5. Chi mira la bellezza, e grandezza del Cielo, la moltitudine delle stelle, e le creature innumerabili; come può dire, che non vi sia un supremo Signore, quale le hà tutte create, e gouernate; però dice David: Ordinatione tua perseuerat dies. Psal. 93. Se vi si trouasse un palazzo, ò casa fabbricata sopra il nostro Monte Reale di PESCTRICO tanto deserto, e solitario, di bellissimo edifizio, con le porte sontuose, le torri altissime, li tetti d'argento, e d'oro, giardini, e fontane; qual rustico di poco intelletto si troueria, che entrando in casa così bella, e trouasse le tavole apparecchiate con varietà di vivande; non dicesse, questa casa non è nata in questo Mondo da se, mà tiene qualche Signore molto ricco, e felice. 6. Così anche chi volesse pensare la collegazione, che hanno trà di loro tutte le creature, con che bell'ordine vanno di giorno in giorno gouernandosi; certamente dirà, che hanno un Signore, quale con gran sapienza hà il tutto creato, e governato. Tante migliaia d'anni li Cieli non invecchiarsi; il Sole, la Luna, le Stelle mai stare; la Terra non consumarsi; li Fiumi mai non fermarsi; li Fonti non seccarsi; il Mare non crescere; & il Tempo mai mancare; mà come se tutte le cose hora uscissero dalle mani d'un peritissimo Maestro: Quomodo potest aliquid permanere, nisi tu voluisses? aut, quod à te vocatum non esset, conseruaretur? Sap. 11. 7 La contesa dunque trà le barbare nazioni non era di semplicemente negare Dio; mà ammettevano molti Dei, e Dee: & avanti il Diluvio, vi fossero peccato tanto gravi, che bastavano per annegare vn Mondo; niente di meno non hebbe ancor luogo la moltitudine de' Dei; perche furono tutti d'un linguaggio, e capivano tutto ciò, che venina loro detto dalli Profeti; dappoi, perche nella fabbrica della Torre di Babel successe la confusione delle lingue, cascarono in immondizie tanto puzzolenti, che s'adempì di tutto punto la Profezia di David: Homo cum in honore esset, non intellexit; comparatus est jumentis insipientibus, & similis factus est illis. Psal. 40. 8 E perche l'inimico del genere humano [ 3 ]attendeva tutta via con inganni tendere la rete, e lacci per farsi adorare per Dio, conseruando ancor ivi quel perverso desiderio: Ero similis Altissimo, e nel Apocal. 13. Bestia, que ascendit de Mari, proponet suam imaginem cunctis gentibus adorandam. Con mille invenzioni, e stregarie parlando, dalli sassi, e dalli Arbori principiò questo detestabile peccado nel Mondo. 9 Sant'Agostino de Civit: Dei lib. 24. un'huomo, dice, molto ricco, per nome Serafano, haveva un figliuolo, quale amava sopra tutte le cose di questa vita; era Egizio: morì per sorte il figliuolo (caso, che souente avviene nelli figliuoli amati troppo soverchiamente dalli parenti) fù tanto il dolore del Padre, che per conforto del suo male fece fare un ritratto molto simile al suo figliuolo con nominare questo ritratto, Idolo, che vuol dire memoria di dolore: tutta la famiglia di casa sua per compiacere al suo Signore cominciò à fare riuerenza all'Idolo, & à poco, à poco li fecero sacrifizio; e così il Demonio venne ad appropriare à se la riverenza dovuta à Dio, tanto che pericolò tutto il Mondo di precipitare dannato; e di quanda abbominazione ciò fosse avanti Dio, si spiega nel Deut: cap. 9. con queste parole: Scies ergo hodie, quòd Dominus Deus tuus ipse transibit ante te ignis devorans, atque consumens, qui conterat eos; & deleat, atque disperdat &c. quia fecerunt sibi conflatile. 10 Quello, che fece Serafano per il suo figliuolo, seguitò Nino con il suo Padre. Fù questo Nino figliuolo di Belo primo Rè degli Assirij, nipote di Nembrot, descendente di Cham: portò tanto amore al suo Pader, che, appena lo vidde morto, li fece fare vn suo ritratto molto al naturale, e mettendolo in una gran sala del suo Palazzo, gli facea tanta riuerenza, come se fosse stato vivo: li servitori, e vassalli seguirono in questo i passi del suo Signore. 11 Il Demonio consentì subito parlando, e rispondendo à quello li dimandavano: così l'huomo peccatore, e morto, sotto la voce del Demonio fù adorato per Dio, e lo chiamarono il Dio Belo; Dan. cap. 14. come anche Belsegor; Psalmo 105. La palestina lo chiamava Belzebu; fose, perche nel primo Idolo fù adorato il primo Demonio Principe dell'Inferno. 12 Nabucodonosor, per la sua gran superbia ancor in vita fece fare una statua in sua similitudine, & ordinò à tutti li suoi vassalli, che l'adorassero per Dio; e chi non s'humiliasse, fosse abbruciato in una fornace tanto grande, che la sua fiamma arrivava 49. braccia in alto; nella quale fece mettere Isac, Misac, & Abdenago, li quali furono da Dio liberati cantando; Benedicite omnia opera Domini Domino. Daniel. 3. 13 Finalmente cominciarono anche gl'Imperatori Romani à seguitare Nabucodonosor; [ 4 ]per il che Enea, qual fussì da Trona, & andò in Italia guerreggiando con li Toscani Popoli potenti: ancorche vincesse il suo essercito, nondimento egli restò morto in quella battaglia, & il suo corpo mai fù trovato; d'onde i Latini lo tennero per Dio; dicendo, che andò nel Cielo, & che egli fosse il Dio Digiete: la verità però è, che egli cascando nel fiume, e trasportato nel Mare fù deuorato da Pesci. Sansouino lib. 3 14 Tanto crebbe questo peccato, e si divulgò, che di qualunque cosa haveva di bisogno gli huomini, li consacravano il suo Altare; e l'adoravano per Dio fino li herbaggi dell'Horto. Nel Egitto teneano per Dio le Cipolle, e Porri, perche da se germogliavano, e dicevano, che hanno quella virtù da se se, e non da altro. Il Givvenale Poeta li burla dicendo: Porrum, & Ceppas nefas violare, & frangere morsu; 15 Numeravano li pagani nel Mondo trenta milla Dei, e Dee. Sant'Agostino dice, che li Romani mettevano dodeci Dei, & altre tante Dee per li dodeci mesi dell'anno. Gl'Indiani metteuano trenta Dei, e Dee per le Botti del vino. Alcuni adorauano l'Donnolo, perche perseguitava, & uccideva li sorci, quali distruggevano le Biade: tanto che non li potea più capire il mondo, quanti s'inventavano ogni giorno dalla ignoranza degli huomini. 16 Molti adorauano per Dio il Sole, la Luna, e le stelle: molti adoravano li venti, & Acqua ptenti, parendo, che tenessero possanza sopra la natura humana. Però condandò Iddio nel Devtoron. 4. Ne forte elatis oculis ad Coelum videas solem, & lunam, & omnia astra Coeli, & errore deceptus adores ea, & colas, quæ creauit Dominus Deus tuus. 17 In questo tempo ancora, che fù di Noe Profeta, & Abramo, furono inventate le magie, e stregarie da Zoroastro primo Re de Battriani, il quale da Nino fù spogliato del Regno; & alcuni dicono, che questo fù il Cham maledetto dal suo Padre Noe, per essersi di lui burlato; anzi si dice, che questo nascesse ridendo: essempio singolare frà tutti gli huomini, quali piangono nelle loro natività. Sansovino lib. 2. 18 Quanto odioso, & abbominevole sia appresso Dio questo peccato delle magie, tra Infedeli tenuto per santità, e stima grande; si dichiara nel Lib sapien. 12. con queste parole: O quàm bonùs, & suauis est, Domine, spiritus tuus in omnibus &c. illos enim antiquos habitatore Terræ, Santæ tuæ quos exhorruisti, quoniam odibilia opera tibi facieband per medicamina, & filiorum suorum necatores sine misericordia, comestores viscerum hominum, & deuoratores sanguinis. &c. [ 5 ]19 Hora resta da vedersi, come veramente Dio è in se; qual trattato senza lume dello Spirito Santo, quale con la venuta di Nostro Signore Giesù Christo illuminò l'universo, ancorche non si possa bene intendere; nondimeno, si trovarono anche davanti Christo huomini di tanto senno, quali con la esquisitezza del loro ingegno arrivarono à conoscere, che vi è solamente un Dio, e non più. Platone considerando la pazzia degli huomini nel punto della sua Morte disse: Causa Causarum miserere mei. l'istesso Platone prova, che la moltitudine de' Principi è di molto pregiudizio al governo del Mondo, dicendo con Homero. Multos esse dùces, aut quidquam proderit: esto Nella Città d'Atene era stato eretto un Altare con l'iscrizione, Ignoto Deo; predetto da Isaia cap. 45. verè tu es Deus absconditus Deus Israel salvator. Tanto che benissimo l'huomo con il lume dell'intelletto, e forza naturale può vedere, che vi è un solo Dio, e non più. 20 Dice l'Ecclesiaste cap. 3. 23. Altiora te en quæsieris, sed quæ præcepit tibi Deus, illa cogita semper: non est enim tibi necessarium, ea, quae abscondita sunt, videre oculis tuis. Saria un temerità avvicinarsi à quel fonte di lume, quale non può essere compreso dalli Cherubini nel Cielo, non che dalla nostra debole capacità, e la ragione è chiara. 21 Non si può negare, che trà l'intelletto, ò qual si voglia altra potenza, & il loro oggetto deve intercedere proporzione; altrimente la potenza non può capire il suo oggetto, come cosa superiore alla sua capacità. Onde Dio infitod istando dalle creature finite infinitamente, non si può dare alcuna proporzione trà Dio, e l'huomo. Sant'Agostino si sforzava intendere la Trinità in Dio; vidde un fanciullo alla riva del Mare, dove si sforzaua à far capire tutte le acque di quel Mare immenso in vna picciola fossetta fatta con le mani nell'arena. Volea Dio farli sapere, che più facil cosa era far capire tutte quell'acque in quella picciola fossetta, che la grandezza di Dio nell'intelletto di Agostino. Il medesimo poi Sant'Agostino disse: Intelligamus, dum possumus; dum non possumus, credamus. 22 Arist. 2. Metaph. dice Noster Intellectus se habet ad manifestissima Naturæ, sicut oculus noctuæ ad lumen Solis. Plinio racconta; quelli, che vivono in quelle parti d'Egitto chiamate Cattaduppe, dove sono le Cataratte del Nilo, quale precipitandosi da Monti altissimi sono communemente sordi, per l'incomparabile strepito. Dunque quanto trà le cose di [ 6 ]questo Mondo li sentimenti dell'huomo si pungono, s'irritano, e si feriscono, e non possono arrivare à capire le cose della natura, che faranno in comparazione delle cose Divine, & infinite? 23 Dice il Filosofo; Nihil est in intellectu, quod prius non fuerit in sensu. Onde, se l'Anima spogliata del suo corpo non può con forza naturale del suo intelletto vedere Dio senza il sauore del lume di gloria; in lumine tuo videbimus lumen Psal. 35; quanto più difficile sarà al senso di questo putrido corpo arrivare di sapere, come è in se il nostro Creatore Dio altissimo de Cieli. 24 San Paolo dice; videmus nunc per speculum in ænigmate, tunc autem facie ad faciem. Ex parte cognoscimus, & ex parte prophetamus, 1. Corinth. 11. si che per slontanarsi da tutti l'inganni, e falsità, che possono accadere da parte nostra, bisogna avvicinarsi alla Santa Fede, e testimonio de Dottori, i quali dicono, che tutto ciò, che habbiamo creduto in Terra, habbiamo trovato per verità in Cielo. 25 E sopra il tutto bisogna credere alla Sacra Scrittura, che si nomina Biblia, illuminataci tutta dalli raggi dello Spirito Santi, col sottoporre il nostro intelletto, & i sentimenti alle sue parole, le quali mai ammettono falsità, & inganni: mà, dove non potiamo noi arrivare, la parola di Dio espressa nella sacra scrittura ci dia forza. 26 David Profeta Psal. 136. si non humiliter sentiebam, sed exaltavi Animam meam, sicut ablactatus est super matre sua, ita retributio in anima mea; come à dire, Signore, se io non hò raccolto li miei occhi, & il mio intelletto nella considerazione delli Misteri della nostra Santa legge; e se non hò confessato, e detto, che l'intelletto dell'huomo è molto debole per contemplare la vostra legge; venga sopra di me il castigo, che veniria sopra un bambino, che hauendo necessità del latte di sua Madre, gli fosse data la crosta del pane. In tanto San Bernardo dice; scrutari temeritas est, credere pietas est, nosse vita æterna. 27 Esaia 6 dice: che quando gli Angioli con gli occhi serrati dicevano quelle parole: Sanctus, Sanctus, Sanctus, volevano dimostrare, che nelle cose divine non bisogna hauere altri occhi, fuor che quelli della Santa Fede. Questio anche vuol dire il salmo; Te decet hymnus Deus in Sion; un altro testo dice; tibi silentium laus. |
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SCALA .I. SI CRIIOI ƐOTȢNE NIERINE; Mcatit, e mengijet sè tijnaj. LIGIERATA .I. Si ansctè Hȣii ndè vetèhe. 1 Cafscet' e pa paame tè Hȣjit ndè pèr atò chi duκenè, merrenè vesct', eschȣrètohenè i Scè Pali. Rom. 1. Persè giξξè cafscèsè pèr arrèsȣe duhetè mej gietunè tè ɛanè fiiλ' ndjerè mb' atè κrȣe chi ma mbij vetèhè tjetèr nuκè κa: pò bucurè mendja jonè tè giagnè puscim, e tè marrè vesct' se ansctè gni κrue i giaλè, e i amèsciuescim κahè giξξè cafscia rjeξ, chièndron, lècundetè, e mbahetè. E κȣ κrue i giaλè, e κetè tè κjanè tè amèsciuescim pèr tè gni mendè ansctè Hȣji κrijues', i t' pamet', e t' pa pamet, i naltè pèr mbij giξξè Cuppètè chieλèt, i pusctuescim, i mèscèrierscim, i mirè, i derejtè, i maξ pa massè, anè, e sκagn. Jetet' sè jetèsè, e per jetètè jetèsè ti je Hȣj. Psal. 89. Unè jam, aj chi jam; e aj chi ansctè, dèrgoj mue. Exodi 3. 2 Nuκè gindetè nierii mbè scecuλit achia sctansè, chi tè ξξoetè nuκ' ansctè Hȣj. Tu' e rèffȣem biscèt' e ξeut, ɛojt' e ajrit, peschit' e Detit me giξξè creatȣrèt se bascκu. Pe vèt sctansèt' e κanè me tè mpsuem, Scpent' e Chieλet, e κanè me tè caλèɛuem, fol ξeut, e κa me tè pèrgiegiunè, e κanè me dèftuem peschit' e Detit. Iob. 12. 3 I scenè Agostini mbij ato fjalè tè Davidit ξξà i marri ndè ɛemèrètè vet nuκ' ansct' Hȣj. Psal. 13. i c'tieλ' tue ξξanè, se i marri ndè ξξanèκe me gojè chisc cujtoj me ɛemerè, giξξè creatȣrètè i κiscinè cundèrstuem tue ξξanè: aj bani neve, e jò nà vetèvetèhenè. Psal. 99. Achià sa Ruɛuλimi, ansctè gni liber i celè; ndè tè sijèt giξξè letèrè, e giξξè vjersc, e piκè, e κrena, ξξonè se ansctè Hȣj. Prej sè maξit sè scèmbèλtȣrèsè, e creatȣrèsè pèr sa munè gnifenè mundetè Crijȣes' i tȣnè meu pam. Sap. 13. 4 Unè ɛotȣnè, e nuκè ndèrrohemi. Mal. 3. Dieλi ξξotè nuκè jam Hȣj, pèrse mè ɛinhetè dritta: Hana ξξotè s' jam Hȣj, pèrse ndèrrohemi pèr herè; Ruɛuλimi ξξotè s'jam Hȣj, pèrse pèssogn gni mijè tè κechia. Ndjerè Muscκaja caλèɛon se ansctè Hȣj. Gni sctansè κachia, e voghèlè, me passunè, schise, e halate tè mposa: Tè pam, tè κèrκuem, tè marrè erè, tè preκunè, κrȣè, κambè, κrahè, ξξind, chi dèpèrton lèκuren' e gni κau. Mriimaga κahè zù me tjerrè [ 2 ]κachia hoλè pèr tè bam rjetnè vet me ɛannè Mijɛa: posi Mrijmaga κanè me vum roe. Psalmi. 89. Cusc curraj i mpsoj Mjalzaɛitè me trajtuem essiλadò chielèɛèn' e vet ndè ɛgiue? E vogheleɛè ansctè mjalzèɛa ma frujt' i saj fòrt i amblè. Sap. 11. Cusc i mpsoj ξènjeghèlatè me mbèleξè Driξξè pèr dimènè? Ezzè κe ξènjeghèla ò pritues' e venè roe uξèt' e tua, ezen' urtijnè. Proverb. 6. Msciκeɛa sorrescit se vet si e ban vetij vorrè? Fili κachia i maξ, ani i urtè. Gnie Fili, Iob. 40. 5 Cusc soditèn bucurijn', e tè maξt', e Chieλsè, sciumizèn' e ȣjet, e tè pagniehunit' e Creatȣrèvet, si mundetè mè ξξanè se nuκ' ansctè gni ɛot i naltè chi i κa giξξè crijuem, e ruejtunè: prasctù ξξotè Davidi: Me urξènit' tand' pèrziλetè dita. Psal. 93. Me u gietunè gni Pèλas, ò sctèpij n'grehunè ndè Maltè Reg PESCTRIΚUT tinè, achia i scκretè, e i vetèmè, punuem me mjesctèrij tè maξe, me dȣer tè bucura, ciardachie fort tè nalta, tjeguλat' e rgianta, e t'arta, κopesctigne, e κroena: isiλi horjat, e i marrè menc' κisc me ù gietunè, chi tue hijm ndè sctèpij κachià tè bucurè, e tè giantè trȣesatè sctruem me giξξè duer gieλèsc ani te mos ξξoj se κejo sctèpij nuκe ansctè lem mbè κète jetè vetèhej: pò κa diκu gni ɛot fort te begatè, e tè lum? 6 Kèsctu endè aj chi tè doj me vum roe tè n'gitunitè chi κanè ndèr vètèhe creatȣrètè, me chisc tè bucurè urξènè pèrziλenè ditè mbè ditè tue ù ruejtunè: pèr tè vèrtetè κisc me ξξanè se κanè gni ɛot, isiλi me tè maξè urtij i κa giξξe crijuem, e ruejtunè; κachia mije, vjet Chieλtè me mosu plaκunè, Dieλi, Hana, e ȣjtè curraj me mos chiandruem, ξeu me mosu n'tretunè, lȣmenatè me mos mbetunè, croenatè me mosu scterrè, Deti me mosu ritunè, moti curaj me mos menguem: pò ξξuesè giξξè cafcia, tasc' pò del sè riu doret sè gni Mjesctrit hoλè. Si mundetè gian' me chièndruem pa mos dasciunè ti? Ndò tè mos isc n' teje ξξirrè si κisc me rnuem. Sap. 11. 7 Chiarta pra ndèr tè peganèt nuκè κje se nuκ' ansctè Hȣj: pò ξojnè se janè sciumè Hȣja, e Hȣjènescia: e parèse mbȣtej scecuλi me ujè, ndonèse iscinè mpcate achia tè randa, sa κjenè mejaft pèr tè mbȣtunè gni scecuλè: asgia mangu nuκè pat' ende vend' sciumiza, e Hȣjavet pèr se κjenè giξξè gnij ghiuhe, e mirrinè vesct' giξξè sa ù vinte ξξanè prej Profetèsc: mbas' andaj, pèrse cur nisnè me bam Giȣtetn' e Babelit, ù godit tè perɛiemit' e ghiuhevet; ù reɛuene nde felichiesctij achia te chielbèta, sa ù mbusc mirèfiλi profetia e Davidit. Nierij sa κjè ndè nder, nuκ', e muer vesct: Ani ù ban' posi sctansat', e padijtuna, e atȣnè giξξè gau. Psal. 40. 8 E pèrse anemicu i dorèsè nierit leftonte [ 3 ]giξξè herè me scèrregij, me sctijm rjetè, e lechie pèr tu aξèruem pèr Hȣj, tue passun' ende atȣ atè descijr tè prapèsctè; Kam me κjanè possi fort' inalti, e ndè Apocal. 13. Biscia chi pò hippen prej Deti, κa me grisciunè giξξè gindnè me aξeruem. Me gni mijè tè zpiffuna, e sctrighènij tue folè prej gurèscit, e prej liffascit ɛun' fiiλ κȣ mpcat i pèrhiem mbè scecuλit. 9 I scenè Agostini de Civit Dei lib. 24. Gni Nierij, ξξotè, fort' i bègatè, per emènè Serafano κisctè gni bijr tè siiλenè doj mirè pèr mbij giξξè cafscètè κesaj jetè; κiè i Misiras; duich i biri, possi goditètè sciumè herè, cur pacuer tepèrè duhenè femja sè Prindsc: κje achia te ξimptunit' e Atit, sa pèr gni n'guscèλim tè ɛemèrèsè vet bani me bam gni scèmbèλtȣrè fort mbè gassètè t'bijrt', tue vum emenitè assaj Figurè Iξuλè, chi doj me ξξanè tè pomendunit' e vajit: giξξe Njereɛia, e sctèpijsè tijnai pèr tè pèrghèɛuem tè ɛotnè ɛunè fiiλ meju bindunè atij Iξuλi, e κèsctu daleɛè, e κa paκ, i baanè sacrificiè, achia sa Djaλi ɛù me κξȣem prej vetij nderrè Tinèɛot, e desc ù dènnuè giξξè reξξij scecuλit; e sa, e mèrɛicime punè κjè κejò pèrpara Tinèɛot, e caλèɛon ndè Deut. cap. 9. me κeto fiale. Pra sod κe mè dijtunè se ɛotȣnè Hȣji ȣt vetè κa me tè prijm pèrpara, possi ɛjarmi pèrpins', e n'tretes, chi κa me i ciartunè, e me i fscijm, e mej perdam, &c. pèrse banè vetèhese Iξuλè. 10 Sa bani serafani pèr tè bijrtè vet, e ndoch Nini me Atètè tijnai. Kjè κȣ Nini, i birij Belit, pari Regij Assirit, nipij Nembrotit ghiunit sè Chamit, achia, e desc t'Atènè sa pèr gni si e pa deκunè bani me ju scruem gni scèmbèλtȣrè fort mbè gassètè tijnaj, e tue vum mbè gni vend tè naltè tè Pèλasit vet i bantè achia ndèr possi curt' κjanèκe giaλ, scèrbètorètè, e rajeja ndojnè ndè κèto punè giurmèt' et' ɛot'. 11 Diaλi ù volenduè ndè ciast' tue folè, e tue pèrgiegiunè pèr giξξè sa, e pèvèssinè: κèsctu Nierij pèr mpcatènuem, e dueκunè ndènè ɛantè Diaλit κjè mbajtunè pèr Hȣj, e i patnè ξξanè Hȣji Bel. Dan. cap. 14. Asctu endè Belsegor. Psal. 103. Palestina, e ξξerrissinè Belzebub ndoscta pèrse ndè tè parèt Iξuλè κjè aξèruem i pari Djaλ κrȣet' e Ferrit. 12 Nabucodonoɛori ndè pèr tè maξe maξèsctiitè tijnai sa κiè giaλ bani me bam' gni statuè mbè gassètè tijnaj, e urξènoj giξξè rajesè vet chita aξèrojinè pèr Hȣj, e cusc tè moss giegiej, tè digiej ndè gni furrè achia tè maξe, sa flaκa e sajnaj mbèrrinte 49. κut nalt', ndè tè sijèt' bani me sctiim. Isaκnè, Misaκnè, & Abdenago; tè sijtè κjenè scpètuem prej sinèɛot, tue κènduem; Beκoni giξξè vepèrat' e Tinèɛot Tènèɛonè. Dan. 3. 13 Ndevonè ɛun' ende Perèndorèt e Romèsè me ndjeκunè: prasctu Enea isiλi iκu prej [ 4 ]Trojèt, e votè ndè Italièt tue lèftuem me Toscκanèt popuλè tè fortè: e ndonèse pusctoj usctèria e tijnaj; vetè asgian' mangu mbèt deκunè ndatè luftè, e corpii tijnaj curraj nuκ' ù giet: ndè pèr tè sijèt punè letijtè, e mbajtinè pèr Hȣj tue ξξanè se vote mbè Chieλt', e atij patnè ξξanè Hȣji Digiete; ndonèsè, e vèrteta κjè κejò, se aj tue ù rèɛuem d' ujet, e scκuem ndè Det, κjè ngranè Peschisc. Sans. lib. 3. 14 Achia ù rit κȣ mpcat', e ù derξ ndè pèr ξèet, sa pèr chiscdò cafsce κiscinè nevojè nijereɛitè i scèκrojinè Lter' e vet, e aξèrojnè pèr Hȣj, ndjerè barènat' e copèsctignèvèt. Ndè Missiirt' mbajnè pèr Hȣj Chieppet', e Purrijt'; pèrse vetèhej muguλojinè, e ξξoinè se κan' atè vèrtȣt vetèhej, e jò s'jetèr anèje. Giovenali Poetè i chiescèn tue ξξanè. Lumja ti ò gind' e mirè, 15 Me tè gniehunè tè Pèganètè mbè scecuλit mbajtinè triξjetè mijè Hȣja, e Hȣjènescia. I S. Agostini ξξote se Romanjtè mbajnè 12. Hȣj, e Hȣjenescia ndè pèr muejtè Motèmotit. Indistantè mbajnè 30. Hȣj, e Hȣjenescia, ndè pèr buttè venèsè: disa aξèrojnè Buκèlènè pèr Hȣj pèr se pèrɛijn', e mbȣtènte mijtè, tè sijtè ciartèκèscinè driξξènatè: achia sa ξξuèse nuκè pò i nzij scecuλi, sa pò zpifèscine pèr ditè sè pa ditunit sè njerèɛet. 16 Sciumè aξèrueκèscinè, pèr Hȣj Dieλinè, Hanènè, e ȣjtè, sciumè aξetueκèscinè Eerètè, e lȣmènat' e forta, ù duκej se κanè gni pusctet pèr mbii natȣrètè nierit. Prasctu urξènoj ɛotȣnè ndè Deut. cap. 4. Ndoscta tue ciuem sȣtè prej Chieλscit, e tè soditisc Dieλin', e Hanènè, e giξξè ȣjt' e Chieλèt, e prej fajit masctruem, ti aξèrojsc, e ti nderisc, chisc κrijoj ɛotȣnè Hȣji ȣt. 17 Kèsso κohejè endè, chi κjè Noe Profeta, & Abrami, κjenè zpifunè Magiit', e Sctrighèniitè prej Zoroastrit i pari Reg' i Batrianet, isiλi prej Ninit κjè duesciunè Regènijet, e dissà ξξonè se κȣ κjè Kami i maλèκuem prej sè atit vet Noe; pèrse e chiesci; ende ξξonè se κȣ leu tue chiesciunè, chisc mos ansctè goditunè curraj ndèr njereɛ', chi legnènè tue κjam. Sansovini lib. 2. 18 Sa tè mèrɛitunè emenii κa ɛotȣnè pèr mbii κètè mpcat' tè Magiivèt, chi tè pa feetè mbanè pèr scenjtenii, e ndèr tè maξè, κaλèɛohetè ndè lib. Sap. 12. me κèto fialè: O sa i mirè, e i amblè ansctè ɛot spirti ȣt ndè giξξè punèt, &c. pèrse ata Plejt' e parè, chi patnè geλijtunè mbè ξet, tè siλevèt ù patè marrè mènii, pèrse vepèrueκèscinè cafscè fort' tè κèchia me mèngii, giaκèsit' e bijet vètè; tè pa mescèrièr, chi hagninè pèrmbrendèssat' e njerèɛèt, e pèrpinsit' e giaκut tȣnè. [ 5 ]19 Tasc' prajèt pèr tu schȣrètuem si ansctè gni mend Hȣji ndè vetèhe, isiλi schȣrètim ndonèsè pa dritètè spirtit scenjt', chi me t'arξunitè ɛotit tinè Jesu Chrisct' ndritti scecuλinè mundetè mirè fiλi meu vesctèruem, as già mangu ù gietnè endè pèrpara Chrisctit njerèɛ achia t'urtè sa me tè hoλet' tè mendsè vet mbèrrinè me gnioftunè se ansctè vecè gni Hȣj, e jò ma: Platoni tue vum roe κèmbegnènin' e njereɛet ndè κohètè mortsè vet ξξà. Arrèsȣeja, e arresȣevèt mescerièr mue. Vetè ani Platoni na mson se sciumiza e κrenivèt as paκ, e mirè s'ansctè pèr tè governuem scecuλinè, tue ξξanè, me Homerè Poete. Paκ as già usctèrij. Ndè giȣtetè Ateniesè κjè κjanè ngrehunè gni Lter scruem pèrsipèri; Pagnioftunit Hȣj: caλeɛuem prej Isaijet cap. 45. gni mend ti je Hȣji n' fscefunè Hȣj' Israelit scelbues: achia sa bucurè nierii me dritètè mendsè, e forzetè natȣresè mundetè me pam se ansctè gni Hȣj, e jò ma. 20 ξξotè Eclesiast. cap. 3. 25. Tè ma naltètè mbij tȣ mossè lȣpè, pò ato cafscè chi tè κa urξènuem Hȣji, ato κujto giξξè herè: pèrse nuκ' e κe pèr nevojè ato cafscè, chi janè tè n'fscefuna me i pam ti me sȣȣtè tun. Kisc me κjanè tepèrè maξèsctij meu avitunè atij κrou t'giaλi κahè giξξè drita rjeξ; tè sijènè nuκè mundenè me pam mirè fiλi Kerubinjt' e Chieλet, e jò prej sè lighèt mendjet sonejè; e arrèsȣeja ansctè κξieλèt'. 21 Nuκè mundèmi me i ram mboh se ndèr mèndt' tona, ò chiscdò tjetèr pusctet, e vertȣt; e ndèr ato punè chi schȣrètòhenè duhetè me κjanè gni tè gnimendunè, ndè mose nuκè mundetè pusctètja me mberriim possi gni tepèrizè pèr mbij forzètè vet. Prasctu Hȣji, i patè ɛanè fiiλ, e tè sosunè, larg ansctè κreatȣrèscit, chi κanè tè ɛanè fiiλ, e tè sosunè nuκè mundetè me κjanè ndogni tè gni mendè ndèr Hȣjn' e nierinè. I S. Agostini mundohej me marrè vesct' tè scè Ndrijtatnè: pa ndèr κachia gni fèmij ndè bregtè Detit, isiλi pò mundohej giξξè ujenat' e Detit me i sctijm ndè gni fossè tè voghèlè baam me duèr ndè ranet. Doj Hȣji me bam me dijtunè, se ma udob ansctè, me sctijm giξ' ato ujèna ndatè fossè tè voghèlè se tè maξt' e Tineɛot ndè mendtè scen' Agostinit; i Scen' Agostini ani vetè ξξà: marrè mè vesct sa mundèmi, chisc mos mundèmi, bessojmè. 22 Aristoteli 2. Metaph. ξξà: Mendja jonè asctu bahetè pèr mbij cafscètè n'fscefuna tè natȣrèsè: possi sȣu i κuκuvajèssè pèrpara reɛèsè Dièλit. Plini caλeɛon se ata chi geλijnè ndatè pjessè ξeu tè Missirit chi i ξξonè κataduppè, κù janè κataratèt' e Nilit lȣm, isiλi tue ù rèɛuem Bjescκescit fort sè naltasc; janè giξξè sciurξètè ndèpèr atà ɛaa tè maξ, e tè egre chi ban. Pra cur ndèr cafscètè [ 6 ]κèssaj jetè schissèt' e njerit ξξèrènè, lèndohènè, e pèrgiegienè, e nuκè mundenè me mbèrrim, e me pèrɛane cafscèt' e Natȣrètè: chisc κanè me bam pèrpara cafscèvèt pà sosuna, e tè Hȣjènuèscimè? 23 ξξotè Filosofi: Giξξè chisc hiin ndèr mènd' tona pèrziλetè ndè pèr schissetè Corpit. Cur pra spirti dvèsciunè miscit sè vèt nuκè mundètè me forzètè mèndsè me pam Hȣjnè pa ndihmètè drittèsè lume. Davidi; Ndè pèr drittèt' tandè κemi me pam drittènè. Psal. 35. Sa ma fèsctir κa me κjanè schissessè κètij misci t' κalbèti m'e mbèrrjm me ditunè si ansctè ndè vetèhè κrijuèsi ȣne Hȣji nalt' i Chièλèt? 24 I Scè Pali ξξotè: sodisèmè tasc' ndè pèr passèchȣrè, endè ndivènessè; ani atèherè, n'fan', fachiè. Gni pjessè gniofèmè, e gni pjessè ndivènèjèmè, 1. Cor. 11. Asctu chi pèr tu larguem giξξè masctrijscit, e renèscit, chi mundenè me ù goditunè prej pjessè sonèje duhetè meu avitunè scènjtessè Fèe, e dèscmigniènijssè Dottorèvèt, tè sijtè ξξonè, possi, e ɛuum bessè mbè ξet, asctu, e gietm' pèr tè derejtè mbè Chieλt'. 25 E pèr mbij giξξè cafscèt duhetè me bessuèm, t'scruèmit scènjt', chij ξξonè Biblia rjeξunè giξξè rèɛèt sè spijrtit scènjt' tue pèrvum κrahet e mendsè, e schissèsè sanè fialèvet tijnaj, tè sijatè curraj palèvij, e rènè nuκè κanè: Pò κù tè mos mundèmi na me mbèrijm, fiala, e Hȣjit Chièλèt, chi ansctè scruèm ndè tè scruèmit scènjt, tè na fòrzogniè. 26 David Profeta Psal. 136. Ndè mos pacia pèrvum mèndt' e mia: pò ciuem spirtinè tèm, possi fèmia, e giut s'amèse paghètȣra, e spirtit tim. Possi cur me ξξanè, ò ɛot, ndè mos pacia mbèleξè sȣȣt' e mij, e κrahèt' e mendsè simè, ndè tè vumit roè tè misteriavèt tè scènjtèssè lijsè sanè, endè mos pacia rèfȣèm, e ξξanè se urtija, e nierit ansctè fort' e lighè pèr tè vum roe lijnè tandè: mu goditè muè ndèscκimi poss' i gni κèrξξini, chi tue passunè nevojè giut' sè Amèsè, e tè jepinè κuen' e buκèsè. Ndèr κachia I scè Bèrnardi ξξotè: Tè bubèrruèmitè ansctè gni tè pa droè: Tè bessuèmitè, tè ξȣmptèscim; Tè gnioftunitè, jèta e amèsuescime. 27 Esaia 6. ξξotè se Engijtè me sȣȣ mbèsceλè ξξojnè ato fialè Scènjt', Scènjt', Scènjt'. Dojnè me ξξanè chi ndè punètè Hȣjènuescimè nuκè duhetè me passè tjèrè sȣȣ jasctè assisc sè scènjtesè Fèe. Kèsctu ende dò me ξξanè Psal. Tȣ pèrκèt Laudi Hȣj mbè Siont', gni tjetèr test ξξotè tȣ tè hèsctunitè ansctè laud. |